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Il consenso come dispositivo biopolitico: contrattualismo e magia sessuale

  • 11 apr
  • Tempo di lettura: 7 min

Aggiornamento: 12 apr


Nel 2001, in Germania, Armin Meiwes scrisse un annuncio per cercare una persona disposta a farsi uccidere e mangiare. All'annuncio si presentò Bernd Brandes. I due dettero quindi corso al patto, che fu preliminarmente approvato e sottoscritto da entrambi in una sorta di contratto.


Il cosiddetto “caso Meiwes” è un banco di prova per il diritto e la filosofia morale, perché ci porta ad interrogarci sui limiti del consenso. È possibile che il consenso renda legittimo qualsiasi atto, inclusa la propria soppressione? Oppure esistono limiti intrinseci alla disponibilità di sé che il consenso non può superare?

Questa domanda manifesta la propria rilevanza ogniqualvolta ci si trovi davanti al dilemma etico che investe chi osservi casi di consensuale alienazione di sè. Un ottimo esempio di situazioni di tale fatta è quello degli adepti di movimenti spirituali che prevedano la loro completa subordinazione fisica e psichica. Si prenda il caso delle scuole di magia sessuale ed "eroticismo sacro" di cui parla Massimo Introvigne in una recente intervista. Questi esprime delle riserve sul fatto che spesso donne che avevano inizialmente aderito a pratiche di magia sessuale, firmando anche dei consensi informati, rivedano a distanza di tempo la propria esperienza e denunciano i guru per essere state abusate. Ciò sarebbe scorretto, in virtù dell'originale consenso, e tardivo.



È questa una posizione che si inserisce nel quadro di quella che si chiama teoria della scelta razionale, una concezione sviluppata in ambito economico, poi estesa alle scienze sociali, e quindi abbandonata completamente dal discorso scientifico per essersi dimostrata falsa. Questa idea interpreta il comportamento umano come il risultato di decisioni individuali orientate alla massimizzazione della propria utilità. Secondo questo paradigma, anche le scelte apparentemente più estreme o incomprensibili possono essere ricondotte a preferenze soggettive coerenti, formate e perseguite in modo strategico dagli individui. Applicata al campo religioso — una traslazione, questa, che vede la piu corente manifestazione nella "teoria dell' economia religiosa” — questa concezione è stata utilizzata per sostenere che l’adesione a gruppi "ad alta richiesta", inclusi quelli che impongono vincoli severi o pratiche radicali, sia il risultato di scelte razionali basate su costi e benefici percepiti. Tuttavia, alcuni casi limite come quello di Armin Meiwes  sollevano interrogativi profondi sulla capacità di questo modello di rendere conto delle dinamiche reali del consenso, soprattutto quando esso sembra condurre non alla realizzazione dell’individuo, ma alla sua negazione.


La teoria della scelta razionale costituisce poi il fondamento epistemologico di una delle più radicali dottrine politiche basate sul contrattualismo: l’anarcocapitalismo. In questa prospettiva, associata a figure come Murray Rothbard, David Friedman, Walter Block e Hans-Hermann Hoppe, l’intero ordine sociale viene concepito come il risultato di interazioni volontarie tra individui sovrani, senza necessità di un’autorità statale. Il mercato diventa così non solo un meccanismo economico, ma un principio organizzativo universale, capace di regolare anche ambiti tradizionalmente sottratti allo scambio, come il diritto, la sicurezza e persino le relazioni personali. In modo perfettamente congruente a questa visione (senza che ciò comporti una sovrapposizione) la già citata teoria dell’economia religiosa — sviluppata, tra gli altri, da Rodney Stark — applica lo stesso schema interpretativo al fenomeno religioso, descrivendo chiese e movimenti come “imprese” in competizione per attrarre aderenti, e i credenti come attori razionali che scelgono in base a un calcolo di costi e benefici spirituali. A restare in ombra è la questione cruciale di come tali preferenze si formino, si trasformino o possano essere manipolate. Ciò perché il concetto stesso di manipolazione mentale tende a perdere consistenza teorica in un quadro in cui ogni decisione viene interpretata come espressione coerente di preferenze individuali. Tutto è riassorbito nel paradigma della scelta.


L’argomento secondo cui individui adulti, pienamente consenzienti, non avrebbero titolo a rivedere retrospettivamente esperienze di sottomissione estrema — incluse forme di “schiavitù sessuale contrattualizzata” — trova una delle sue formulazioni più nette proprio nelle posizioni di Massimo Introvigne, non a caso esponente tanto della categoria dei critici della manipolazione mentale quanto di quella dei divulgatori della teoria dell'economia religiosa. Egli presenta infatti una lettura che appare fortemente contrattualista e radicata nel paradigma della scelta razionale. In tale prospettiva, il consenso iniziale, se espresso in condizioni formalmente libere, basterebbe a legittimare anche pratiche radicali, e le successive rivendicazioni di abuso verrebbero interpretate come revisioni soggettive prive di rilevanza normativa. Tuttavia, questa posizione è stata al centro del confronto tra due esponenti proprio del contrattualismo più estremo: Walter Block e Murray Rothbard.


Walter Blok parte dall'idea di auto-proprietà: "se una cosa è mia, la posso vendere, se non la posso vendere, non è mia". Se si assume coerentemente questa logica anche la proprietà del proprio corpo e della volontà che da esso emana è pienamente alienabile e il consenso legittima anche la schiavitù volontaria. In tal caso, non vi è alcun motivo teorico per escludere la validità di contratti che prevedano la totale disponibilità del corpo, fino alla sua distruzione. Il caso Meiwes rappresenta precisamente questo esito: un individuo consente non solo alla propria sottomissione, ma alla propria eliminazione fisica. Se il consenso iniziale è criterio sufficiente, allora anche un atto di cannibalismo consensuale dovrebbe risultare giuridicamente e moralmente ammissibile. È proprio questa implicazione estrema a mostrare un punto di rottura del paradigma: il contratto, in tali condizioni, non regola uno scambio tra soggetti, ma annienta uno dei contraenti, distruggendo retroattivamente la possibilità stessa di consenso.

È qui che la posizione giusnaturalista di Rothbard introduce un limite decisivo: la volontà non è una proprietà alienabile, ma la condizione stessa della proprietà. Un contratto che pretenda di vincolare irrevocabilmente la volontà futura — come nel caso della schiavitù o della sottomissione totale — è intrinsecamente nullo, perché elimina la possibilità di revoca, cioè l’elemento costitutivo dell’agire libero. Il soggetto, in altri termini, annullerebbe il titolare della propria stessa soggettività. La tensione tra queste posizioni, ripresa da Robert Nozick in Anarchy, State, and Utopia, era già stata sollevata da Jean-Jacques Rousseau ne Il contratto sociale, rivelando il paradosso di una libertà che, se assoluta, dovrebbe includere anche la possibilità della propria negazione.

Non sono però solo considerazioni filosofiche a

rendere problematica la legittimità della cessione di sè e della propria volontà futura. Ad esempio, un altro contrattualista estremo, Richard Epstein, nota come i contratti di schiavitù, di servitù sessuale, ecc. pur teoricamente concepibili, sono impossibili da rendere esecutivi in modo coerente: il sistema giuridico non può garantire l’enforcement di una rinuncia totale e permanente alla libertà personale senza contraddire i propri stessi principi di base su coercizione e responsabilità.

Alan Wertheimer, dal canto suo, distingue tra consenso formale (la condizione che si pone quando un accordo è espresso volontariamente) e consenso sostanziale, che dipende dalle condizioni reali in cui la scelta avviene. Un contratto può essere formalmente volontario ma comunque problematico se nasce sotto pressioni estreme, asimmetrie di potere (anche carismatico), o alternative talmente svantaggiose da rendere la scelta solo apparentemente libera. In questo quadro, la cosiddetta “schiavitù volontaria” non è tanto impossibile per ragioni logiche o giuridiche, ma perché difficilmente potrebbe soddisfare i requisiti di un consenso genuinamente non coercitivo.


Applicata ai contesti di gruppi pseudo-spirituali o di “sesso tantrico”, questa distinzione diventa cruciale: il consenso iniziale non può essere considerato definitivo, anche perchè la retorica della scelta libera sposta l'attenzione dalle condizioni della scelta alla scelta stessa. Questa può essere il risultato di processi di influenza o ridefinizione progressiva delle preferenze, fenomeni ampiamente documentati nella letteratura sui movimenti ad alta domanda.

L’errore dell’impostazione di Massimo Introvigne, ad avviso di chi scrive, risiede dunque in una duplice riduzione: da un lato, riduce il consenso a un atto puntuale e formalmente verificabile, ignorandone la dimensione processuale e dinamica; dall’altro, assume implicitamente una concezione della volontà come oggetto trasferibile, in linea con il contrattualismo più radicale. Ma proprio il caso Meiwes, utilizzato qui come "stress test", dimostra che una simile concezione conduce a esiti paradossali. Non è un inciso irrilevante che la Corte tedesca abbia condannato Meiwes nonostante la consensualità della vittima. Neppure è un caso che il "consenso informato" in sanità debba essere costantemente aggiornato nel caso di pazienti in trattamenti prolungati.

Ne consegue che le testimonianze di donne che, dopo anni, reinterpretano esperienze precedentemente accettate come forme di manipolazione o abuso non possono essere liquidate come semplici ripensamenti indotti dall'atmosfera culturale delle liberaldemocrazie che è "ostile ai guru" (curioso che l'influenza venga considerata indebita ed efficace solo quando operata dalla cultura laica e democratica ma mai nel senso opposto). Al contrario, esse rappresentano spesso il recupero di una capacità critica precedentemente compromessa. In termini rothbardiani, potremmo dire che non è il consenso a fondare la libertà, ma la libertà — intesa come capacità permanente di revoca e di riconsiderazione — a fondare la validità del consenso. Quando questa capacità viene erosa, il contratto perde il suo significato normativo e diventa uno strumento di dominio.

In questo senso, il caso limite di Armin Meiwes non è un’anomalia irrilevante, ma un esperimento mentale che rivela le aporie di un approccio puramente contrattualista. Esso mostra che non tutto ciò che è consensuale è per ciò stesso legittimo, e che la teoria della scelta razionale, peraltro priva della benché minima plausibilità scientifica, applicata alla sfera delle relazioni umane, rischia di trasformarsi in una giustificazione teorica della coercizione.


In altri termini, in un mercato perfetto, caratterizzato da informazione completa e libertà di entrata e uscita, il consenso degli attori riflette una scelta autenticamente libera. Al contrario, in condizioni di asimmetria di potere, e di informazione incompleta, è proprio il consenso a diventare espressione del potere, in quanto lo legittima e lo rende invisibile. Per capire quando ci si trovi nella prima e quando nella seconda delle condizioni una buona indicazione ce la fornisce la possibilità o meno di rivedere e reinterpretare il consenso inizialmente prestato. Altrimenti si trasformano gli adepti, inizialmente "liberi", in omologhi della vittima cannibalizzata da Meiwes, impossibilitati a recedere, pur essendo rimasti in vita.


BIBLIOGRAFIA


Block, W. (2001). Toward a libertarian theory of inalienability: A critique of Rothbard, Barnett, Gordon, and Smith. Journal of Libertarian Studies, 17(2), 39–85.


Epstein, R. A. (1995). Simple rules for a complex world. Harvard University Press.


Nozick, R. (1974). Anarchy, state, and utopia. Basic Books.


Rothbard, M. N. (1982). The ethics of liberty. Humanities Press


Stark, R., & Bainbridge, W. S. (1985). The future of religion: Secularization, revival and cult formation. University of California Press.


Wertheimer, A. (2003). Consent to sexual relations. Cambridge University Press.




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