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Il mio contributo ai cultic studies (in pillole)

Mi sono sempre interessato al potere e alla subordinazione, in particolare ai processi di influenza sociale che producono l'obbedienza ad autorità abusive. Da molti anni mi sono particolarmente focalizzato sui processi di indottrinamento nei culti. Il mio contributo a questo campo di pensiero può essere suddiviso in tre parti: 1. lo sviluppo teorico di un modello di persuasione indebita, 2. l'analisi della logica del discorso degli "apologeti dei culti" (i difensori dei "culti") e, infine, 3. l'indagine sulla rete internazionale di organizzazioni apologetiche. Probabilmente il lavoro che mi ha dato maggiore visibilità all'interno del cosiddetto "movimento anti-sette" è il secondo ambito, ovvero lo smascheramento dei dispositivi logici degli apologeti dei culti. Pertanto, è questa lettura del fenomeno che farà da filo conduttore per la sintesi che segue. L'obiettivo è quello di tracciare una mappa concettuale che sia utile a chi vuole conoscere meglio questo contributo alla riflessione sul tema, ma anche a chi vuole criticarlo (per poterlo fare con cognizione di causa). Indosserò gli altri due "cappelli", quello del teorico (*) e quello dell'investigatore (**), quando l'analisi attraverserà i nodi a cui questi altri aspetti sono legati.

 

Ecco il mio apporto con i riferimenti ad alcuni testi in cui i vari concetti sono stati discussi:

 

 

CHI SONO GLI APOLOGETI DEI CULTI?

 

 

Gli apologeti dei culti sono persone che difendono le teorie e le pratiche dei movimenti spirituali anche quando i professionisti e le associazioni militanti che si oppongono agli abusi li considerano gruppi totalitari, cioè abusivi e restrittivi. Il tema centrale della propaganda apologetica dei culti è  che ogni tipo di credenza o pratica va difesa senza sottoporla a giudizio in nome della libertà religiosa.

 

COSA FANNO

 

Gli apologeti dei culti difendono pregiudizialmente qualsiasi culto che possa essere messo in discussione dall'opinione pubblica, dai media, dagli accademici, dagli attivisti o dalla magistratura. Questo lavoro, che si concretizza in una narrazione assolutoria apriori dei promotori dei gruppi in questione e in una condanna dei loro critici, accusati di discriminazione e di propugnare "discorsi d'odio", si svolge, a mio avviso, secondo una logica simile a quella del "Gioco delle tre carte". I venditori incoraggiano l'osservatore a concentrarsi sull'elemento sbagliato (la carta distraente, nel caso dei truffatori da fiera, la formula "libertà religiosa", nel caso degli apologeti) per spingerlo a puntare sulla "carta sbagliata". A differenza di altri critici del movimento apologetico dei culti, che si preoccupano esclusivamente di mettere in discussione le argomentazioni degli avversari, la mia osservazione si è concentrata sull'individuazione del modo in cui queste argomentazioni vengono veicolate. In altre parole, utilizzando la metafora del gioco delle tre carte, mi sono concentrato sui trucchi logici che portano l'osservatore disattento a giudicare erroneamente dove i diritti umani vengono violati e dove, al contrario, vengono difesi. Ho definito questi trucchi parassitismo culturale e differenzialismo spirituale.

 

1. Parassitismo culturale: con questo intendo l'uso strumentale che gli apologeti dei culti fanno dei precetti, delle formule e dei principi della società aperta (scelta personale, libertà religiosa, ecc.) per garantire la sussistenza di gruppi chiusi in cui questi principi non sono in vigore. La pretesa di difendere la subordinazione in nome della libertà è paradossale (è quello che chiamo il "paradosso Salvemini"), ma è anche un uso strumentale di principi che sono estranei alla cultura a cui gli apologeti appartengono. Infatti, spesso questi sono l'espressione di visioni religiose tradizionaliste ostili alla società liberal-democratica. In questo senso, sono una forma di parassitismo culturale. Traggono la loro linfa vitale da un organismo estraneo

 

Riferimento: Luigi Corvaglia, Il parassitismo culturale di enti e sette religiose, MicroMega, 27 luglio 2023

 

2. Differenzialismo spirituale: l'elemento fondante della mia critica agli apologeti dei culti, e probabilmente il tratto più caratteristico di questa critica, è l'estensione dell'osservazione dal dibattito sulla manipolazione al quadro ideologico in cui questo dibattito si svolge. Credo infatti che gli apologeti delle sette facciano nel campo dei culti la stessa cosa che le destre identitarie fanno nel campo delle culture. Gli identitaristi sono ovviamente difensori della propria cultura, ma i loro proclami appaiono paradossalmente aperti alle culture allogene, perché difendono il loro "diritto alla differenza". Il cosiddetto "differenzialismo" può essere fuorviante, perché appare come una forma di rispetto e di affermazione dell'universalismo. Non è niente di tutto questo. In realtà, il differenzialista è un nemico della società aperta, perché ritiene che gli "stranieri" debbano rimanere tali, vivendo "tra di loro" e conservando i propri riferimenti culturali e valori, perché "sono diversi" e devono rimanere tali. Il diritto a essere diversi è quindi una forma di resistenza all'universalizzazione dei diritti. Ad esempio, i differenzialisti difendono il diritto delle culture che praticano l'infibulazione e altre forme di mutilazione o maltrattamento delle donne,  a continuarne l'uso perché "è la loro cultura".

Allo stesso modo, gli apologeti dei culti predicano il diritto alla differenza dei vari gruppi spirituali secondo una logica che sembra ecumenica, ma che non lo è affatto. Sono differenzialisti che mirano a preservare tutti i costumi religiosi, anche se abusanti, perché costituiscono specifiche identità. Lo Stato di diritto dovrebbe consentire l'esistenza di isole in cui esso non si applica, sulla base del principio della "libertà di culto", la versione spirituale del "diritto di essere diversi" dell'identitarismo politico.  

 

È per questo che le stesse associazioni per la difesa della libertà religiosa includono rappresentanti dei culti più chiusi, illiberali e incompatibili. Alti esponenti di culti distruttivi noti alle cronache, cattolici tradizionalisti, satanisti, guru del sesso tantrico, fedeli di religioni che credono che chi non segue il loro credo sia dannato per l'eternità, microcomunità chiuse e intransigenti, tutti insieme (appassionatamente) contro chi denuncia lo sfruttamento nei culti. In nome della società aperta.

 

Riferimenti:

Luigi Corvaglia, I capelli di Foucault, Critica Liberale, dicembre 2021

 

Luigi Corvaglia, La manipolazione mentale nelle sette, in (a cura di) Di Nunno, N. Temi di medicina sociale, Pensa Multimedia, 2023 (2a edizione in uscita)

 

 

COME LO FANNO

 

Per quanto riguarda gli argomenti utilizzati per nascondere il parassitismo culturale e il differenzialismo spirituale, noto che gli apologeti ricorrono a una serie di trucchi argomentativi, i più usati dei quali sono descritti di seguito:

 

 

1. Argomento fantoccio: si tratta di un trucco utilizzato da chi vuole vincere una discussione senza discuterne il contenuto. Consiste nell'attribuire all'avversario una tesi che quest'ultimo non ha mai formulato. Questa tesi, oltre a essere falsa, deve ovviamente essere palesemente assurda, grottesca o ridicola, e quindi facile da contraddire. Nel caso degli apologeti, il fantoccio è il "lavaggio del cervello". (brainwashing). Il cavallo di battaglia degli apologeti è infatti che il "movimento anti-sette" crede nell'esistenza di una pratica ascientifica e magica come il lavaggio del cervello. Nessuno ha mai sostenuto questa tesi. Il processo di "manipolazione mentale" non ha alcuna somiglianza con il fantomatico "lavaggio del cervello" da sci-fiction al quale si riferiscono gli apologeti. Ovviamente non esistono tecniche specifiche e magiche per controllare gli esseri umani, ma esiste una persuasione che è indebita perché finalizzata allo sfruttamento. Quando un processo di indottrinamento viene utilizzato a questo scopo, si tratta di manipolazione. E' questione di logica, non un' ipotesi.

 

* Sul tema della "manipolazione mentale" si innesta il mio contributo teorico che consiste in un modello psicosociale di persuasione indebita che prevede che

 

 

a) l'indottrinamento avvenga in un gruppo di individui già auto-selezionati, cioè avvenga perché si è già stabilita un'identità di gruppo (come descritto nella Self-Categorization Theory, Turner, 1987);

(b) che questi individui siano stati sottoposti a una serie di decisioni dirette alla sottomissione, ma che ogni decisione sia stata volontaria, nel senso di una consapevole "non defezione" alle richieste della leadership (come descrito da Milgram, 1961);

(c) che ogni proposta del leader è stata accettata perché la differenza rispetto a ciò che era stato accettato in precedenza era minima (la procrastinazione della disobbedienza dipende dalla scarsa "salienza", cioè dal peso che qualcosa assume rispetto ad un contesto, come spiegato da Borgida e Nisbett, 1977);

d) questo processo produce una selezione, nel senso che i più scettici si ritirano in diverse fasi del processo. Ciò rafforza la conformità all'interno del gruppo (come descritto da Asch, 1951);

(e) questa serie di scelte volontarie di procrastinare o di defezionare (cioè di disobbedire all'autorità) porta a un esito che gli individui non avrebbero mai accettato all'inizio del processo se fosse stato loro proposto. Questo processo guidato è una persuasione indebita perché mira a sfruttare. Non è un lavaggio del cervello, ma una manipolazione

Ritengo che questo modello superi la vecchia opposizione tra la scelta libera e la costrizione, perché la "conduzione" di scelte minime libere (egosintoniche) porta a un risultato che sarebbe stato "egodistonico" se la guida interessata non fosse intervenuta (lo "slittamento delle preferenze" di Elster,1984) . 

 

 

Riferimenti: Cults and Persuasion: submission as preference shifting. (preprint dell'  International Journal of Manipulation Coercion and Manipulation, la principale rivista scientifica sul tema),  DOI: ​10.2139/ssrn.4323763

Questo modello di "persuasione indebita come cambiamento di preferenze" è già stato pubblicato su varie riviste  peer-reviewed (ad esempio, Un modello di persuasione nei gruppi totalitari, Psychofenia: Ricerca ed Analisi psicologica, 2020) ed è descritto anche in un libro con prefazione di Jania Lalich, professoressa emerita dell'Università della California (No Guru. Le sette e i loro difensori, C1V editore, 2020).

 

Continuiamo con gli artifici retorici:

 

 

2. Avvelenamento dei pozzi: con questa espressione si indica un'argomentazione che consiste nel delegittimare in anticipo le osservazioni dell'avversario insinuando sospetti sulla sua credibilità o buona fede. In questo modo, qualsiasi cosa questi dica può essere ignorata, considerata falsa o di scarso interesse. La costante diffamazione di attivisti, accademici e associazioni interessate ai gruppi totalitari non ha certo lo scopo di discutere le loro argomentazioni, ma di mettere in dubbio la loro credibilità. Infatti, quando non si arriva al "dossieraggio" (e ci si arriva...), gli attivisti che si oppongono alle azioni dei culti vengono comunque etichettati come scollegati dalla scienza (a causa del mito del lavaggio del cervello), illiberali (perché ostili alla "libertà di culto") o addirittura complici del dispotismo (un lavoro in cui si distinguono gli apologeti italiani riuniti intorno alla Federazione Europea per la Libertà di Credenza (FOB) e alla rivista del CESNUR Bitter Winter). Tutto ciò che dice il "movimento anti-sette" è quindi infondato.

 

 

3. Reframing: non si tratta di una fallacia logica come le precedenti, ma di un metodo per riformulare la realtà utilizzando il linguaggio. Lakoff (2004) afferma che ogni volta che usiamo o sentiamo una parola, nel nostro cervello si attiva una cornice. Questa cornice fissa le parole e fornisce un contesto che dà loro un significato. Le persone che sentono spesso un certo linguaggio penseranno sempre più in termini di cornici e metafore associate a quel linguaggio. Gli apologeti delle sette generalmente difendono il loro punto di vista sostenendo che stanno difendendo la libertà religiosa e la tolleranza. La discriminazione evoca una cornice negativa, mentre la tolleranza ne evoca una positiva. L'opera di induzione di un atteggiamento benevolo nei confronti dei gruppi controversi e di un atteggiamento negativo nei confronti del cosiddetto "movimento anti-sette" sembra essere un perfetto esempio di "reframing". Si pensi al termine "apologeta" usato per definire gli ex membri delle sette. Esso attiva un quadro di risentimento che squalifica le loro testimonianze, attuando così un "avvelenamento dei pozzi" attraverso il reframing. 

 

Riferimenti

Luigi Corvaglia, Le sette, la libertà religiosa e l'avvelenamento dei pozzi, MicroMega 9 dicembre 2022

 

Luigi Corvaglia, Greenwashing Cults. How cult apologists poison wells (13 gennaio 2023). Disponibile su SSRN: https://ssrn.com/abstract=4323801 o http://dx.doi.org/10.2139/ssrn.4323801

 

 

 DOVE LO FANNO

 

 

Gli apologeti fanno il gioco delle tre carte di fronte ai decisori politici, ossia fanno pressione su organismi sovranazionali come il Consiglio d'Europa, il Parlamento europeo, l'OSCE e le Nazioni Unite. Essi sono organizzati in associazioni e federazioni internazionali collegate tra loro. Questa rete lavora in sinergia per salvaguardare la "libertà religiosa" e impedire agli Stati di legiferare in modo da ostacolare i culti. Secondo Benjamin Beit-Hallahmi, il primo esempio è il CESNUR, ma non si tratta di un'associazione di apologeti, bensì di un centro studi. Tuttavia, il "movimento anti-sette" considera il CESNUR la principale organizzazione mondiale di apologeti delle sette. La sua sede è a Torino, in Italia. Nel tempo, la rete di apologeti ha dato vita ad altre organizzazioni, tutte in Europa. Le più attive sono Human Rights Without Frontiers (HRWF), in Belgio, Coordination des Associations et Particuliers pour la Liberté de Conscience (CAP LC), in Francia, e European Federation for Freedom of Belief  (FOB), in Italia. C'è molta sovrapposizione tra i membri delle diverse organizzazioni e fra questi ci sono molte persone legate a Scientology.

 

La risposta a "dove" gli apologeti mettono in pratica la loro pressione  comprende anche una condizione propedeutica e necessaria: si tratta di un lavoro che si svolge in una società liberale e democratica, proprio quella in cui vigono i principi di libertà a cui gli apologeti si appellano. Non si può fare apologia dei culti in Russia o in Cina, perché non si può parassitare una cultura che non esiste. Gli apologeti hanno bisogno di un organismo liberale da cui attingere elementi per alimentare le loro cellule illiberali. 

Questo porta a una riflessione che i fanatici dei culti si premurano di lasciare in ombra: in una società aperta, i nuovi movimenti religiosi non hanno motivo di essere difesi, perché nel quadro liberal-democratico la libertà di culto è già intangibile. È quindi chiaro che a necessitare di una difesa sono i culti abusivi e totalitari, cioè i gruppi in cui si verificano abusi e molestie. Questa difesa diventa necessaria per i culti abusivi proprio perché operano in un regime liberal-democratico che condanna abusi e molestie.

 

 

PERCHÉ LO FANNO

 

Eterogenesi dei fini: ritengo che le motivazioni per cui gli apologeti delle sette si adoperano per proteggere i gruppi separatisti su base spirituale siano molteplici. Queste motivazioni possono anche essere originariamente molto diverse e persino conflittuali, ma convergono sull'obiettivo comune di difendere la libertà religiosa.  Ad esempio, alcuni possono difendere i culti per adesione a un'idea di relativismo radicale, in altre parole per una visione completamente opposta a quella di gran parte degli apologeti, la maggior parte dei quali sembra essere vicina a posizioni confessionali. Quindi non tutti gli apologeti vedono le stesse motivazioni ad agire, e non tutte quelle che elenco. Per alcuni ne è necessaria solo una, ma a volte queste persone sembrano disposte a fare un "patto con il diavolo" con altri che perseguono lo stesso obiettivo per ragioni ideologiche anche opposte alle loro. Vediamo le diverse ragioni:

 

1. Rapporto mercenario: gran parte del movimento anti-sette attribuisce questo lavoro difensivo dei culti, per loro altrimenti incomprensibile, al rapporto mercenario. Le sette pagano gli apologeti. Non vedono altra ragione per cui persone, magari appartenenti a forme di cattolicesimo non note per le loro tendenze ecumeniche, dovrebbero impegnarsi a difendere gruppi lontani dal dogma cattolico. La prostituizione intellettuale è la risposta più semplice, lo capisco, ma è anche la più semplicistica. Non che non sia vero. Ci sono prove di "sponsorizzazione" di conferenze e pubblicazioni di apologeti da parte di culti controversi. Ciononostante non credo che sia l'unica spiegazione, e nemmeno la più importante.

 

2. Il differenzialismo spirituale: La pratica differenzialista che abbiamo visto essere un trucco del "gioco delle tre carte" apologetico, in quanto traveste l'antiecumenismo da ecumenismo, è anche una delle ragioni per cui alcuni apologisti svolgono la loro funzione. Spesso appartengono a gruppi o associazioni di minoranza all'interno di una religione. Alcuni sono membri di Scientology o di altri gruppi controversi. Salvaguardare tutti i culti significa quindi anche salvaguardare l'identità del proprio gruppo. I latini dicevano "Canis canem non est" (il cane non mangia il cane).

 

 

Riferimento: No Guru. Le sette e i loro difensori, C1V, 2020

 

3. Teoria dell'economia religiosa: Uno degli elementi per cui mi si attribuisce originalità è la lettura che da anni faccio del rapporto tra la difesa dei culti totalitari ed il conservatorismo economico e religioso. Non è questa la sede per soffermarsi sulla massa di elementi che meritano di essere discussi a questo proposito. Mi limiterò a sottolineare un fatto mai valutato prima, ovvero il ruolo che l'adesione a una visione mercantilista della religione può svolgere nell'apologia delle sette. 

Il principale rappresentante del mondo apologetico, ovvero il direttore del CESNUR, è un divulgatore della Teoria dell'Economia Religiosa (TRE) di Rodney Stark. Si tratta dell'idea che la religione sia un "mercato" paragonabile in tutto e per tutto al mercato dei beni. Come in tutti i mercati, consumatori diversi acquistano beni, che in questo caso sono "beni religiosi" (credenze diverse) da imprese religiose concorrenti (religioni più o meno organizzate). L'aspetto interessante è che sono le religioni più esigenti e restrittive a vincere la competizione spirituale, cioè a soddisfare maggiormente i "clienti". Questa selezione di versioni estremiste può essere spiegata dal fenomeno dei free riders, letteralmente coloro che "viaggiano senza biglietto". Chi vuole beneficiare dei vantaggi di un'impresa collettiva, ma non vuole pagarne i costi, viaggia metaforicamante senza biglietto. In ambito religioso, l'impresa collettiva è una chiesa o una confessione religiosa. Un'organizzazione può tollerare alcuni free-riders, cioè membri non impegnati (credenti poco praticanti), ma non troppi. La conclusione è che il risultato di questa benefica competizione tra le religioni è un aumento del fervore e dell'impegno religioso, cioè un aumento di ciò che è più ostile alla concorrenza (in questo caso, di altri impegni e altri fervori)! Questa competizione alimenta le pretese monopolistiche dei fondamentalismi, che sono incompatibili per definizione. Un'incompatibilità che non può essere composta e armonizzata in modo ecumenico, proprio per la rigidità scelta dal mercato. La conclusione è che la continua presenza sul mercato di tutte le credenze, comprese quelle più ostili alla propria, magari radicale o fondamentalista, rafforza quest' ultima, perché il mercato seleziona le versioni più rigorose. È quindi razionale promuovere la deregolamentazione spirituale tra coloro che vogliono preservare la propria fede dalla diluizione. È sempre una questione di identità.

 

Riferimento: 

Luigi Corvaglia, Culti e scelta razionale. Una critica del paradigma di mercato nelle scelte religiose, Psychofenia: Ricerca ed Analisi Psicologica, 2019

 

Luigi Corvaglia, Cult Apologists, Rational Choice and Christian Right, preprint, 2023

 

4. ** Sinergia con la politica neo-conservatrice USA: questo è l'altro nodo su cui si innesta un'altra mia attività, quella di indagine e analisi open source (OSINT) sulla rete internazionale degli apologeti. Questo mi ha permesso di ricostruire un quadro coerente delle sue dinamiche sistemiche. Sembra esserci una notevole vicinanza, se non una completa sovrapposizione, tra i gruppi di attivisti per la libertà religiosa menzionati in precedenza, tra questi e alcuni culti potenti (ad esempio Scientology), e tra tutti questi attori e varie organizzazioni e fondazioni politiche statunitensi cristiane conservatrici e favorevoli alla liberalizzazione del mercato, molte delle quali sono raggruppate nell' Atlas Network. Membri di strutture governative statunitensi dedicate alla difesa del pluralismo religioso (ad esempio, la USCIRF) sono stati o sono tuttora importanti rappresentanti di queste organizzazioni affiliate alla costellazione Atlas Network e ad altre fondazioni simili. Come hanno rivelato alcuni giornalisti, i think tank associati ad Atlas ricevono finanziamenti silenziosi dal Dipartimento di Stato e dal National Endowment for Democracy, che è un braccio essenziale del soft power americano. Presumo quindi,  non solo che questa rete di fondazioni americane rappresenti un'estensione silenziosa della politica estera statunitense attraverso l'uso strumentale della promozione della "libertà religiosa", come è già stato accertato da diverse indagini, ma anche che le organizzazioni apologetiche siano funzionali a quest'opera di influenza geopolitica. Esse, a loro volta, beneficiano del sostegno di questa rete. È quindi probabile che esista un rapporto di sostegno e di supporto reciproco tra tutti questi attori, ognuno dei quali fa anche il gioco dell'altro.

 

Riferimenti: il lavoro di indagine su questa rete è raccolto in un monumentale dossier in 7 parti, più una lunga appendice, con documentazione fotografica e link. Questa versione può essere consultata qui: Dossier sulla geopolitica dei culti.

 

Una versione più semplice, senza appendice, foto e link, è stato pubblicato dalla Fondazione De Ferrari: Luigi Corvaglia, Appunti di geopolitica delle sette, Fogli di Via, 2023.

 

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In sintesi, è possibile concludere che gli elementi che differenziano la lettura del fenomeno dei culti e dei loro difensori che propongo dal panorama storico del "movimento anti-sette" sono i seguenti:

 

1 il rifiuto della teoria della scelta razionale: l'uomo non è un homo oeconomicus che valuta e sceglie razionalmente come previsto dall'economia neoclassica. Questo, che è ormai ben compreso dalla psicologia e dall'economia, non fa parte del retaggio del sodalizio dei sociologi dei "nuovi movimenti religiosi" che difendono le sette.  Una rassegna degli studi scientifici che dimostrano il potere dell'influenza suggestiva e sociale e l'irrazionalità delle scelte umane si può trovare nel mio saggio Indottrinamento, radicalizzazione e controllo nei culti costrittivi (edito dalla Società Italiana di Intelligence). 

Da qui a) l'enorme valore che la persuasione e l'indottrinamento acquisiscono nel processo di proselitismo, invalidando così la teoria degli apologeti sulla non scientificità della manipolazione mentale, e b) l'impraticabilità dell'idea degli apologeti che le credenze siano scelte liberamente e consapevolmente sul mercato;

 

 

2. analisi delle aporie logiche del discorso apologetico: a differenza dell'approccio dominante nel confronto con gli apologeti, che mira a contrastare alcuni dei loro argomenti pretestuosi - come la credibilità degli apostati o l'oggettività del controllo mentale -, la mia attenzione si è concentrata principalmente sulla logica interna della narrativa di questi autori e sul loro uso di sofismi argomentativi per mascherare le loro contraddizioni e aporie; 

 

 

3. l'estensione all'orizzonte ideologico: collocare il discorso apologetico all'interno di un quadro ideologico gli conferisce un significato supplementare e lo mette maggiormente a fuoco. La contiguità di una certa corrente di difensori del diritto alla libertà religiosa con ambienti confessionali conservatori e con circoli politici "libertari", o meglio "paleo-libertari", getta una nuova luce interpretativa sul quadro, facendo combaciare pezzi di un puzzle che altrimenti non avrebbero avuto alcun legame apparente. In questo modo, l'adesione di alcuni alla visione mercantile e competitiva della spiritualità acquista un significato diverso, visti i presunti risultati di tale competizione e il background culturale dei suoi sostenitori.  Non sorprende quindi che il mondo neocon americano sia così confacente e accogliente per le associazioni apologetiche, dal momento che si fonda sugli stessi principi di conservazione morale, uso politico della religione e totale libertà di mercato. Tutto si tiene.

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Modello circomplesso della persuasione (Corvaglia, 2019)

Realizzazione grafica di Spyke Robinson

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