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Fenomenologia dello sfigato

di Luigi Corvaglia Mia nonna era nata nel 1898, pochi anni dopo l'uccisione di Toro Seduto. Ricordo ancora la mia sorpresa di bambino nello scoprire la vicinanza delle due date. Mia nonna si rifiutò per tutta la vita di chiamare Istanbul quella che per lei rimaneva Costantinopoli. Dire che mia nonna fosse conservatrice è un generoso eufemismo. Era disgustata dai tempi moderni e non perdeva occasione per dimostrarlo augurando, con tutta la carità cristiana di cui faceva vanto, le pene dell'inferno a chiunque avesse avuto l'ardire di mettere in discussione l'ordine tradizionale (femministe in primis). Per me ragazzino, la cosa più curiosa di mia nonna era il linguaggio. Definiva la matita "il lapis" e mi chiedeva se a scuola mi avessero "chiamato a conferire". Per lei Mozart di nome faceva Volfango Amedeo, sfoggiava letture di un certo "Federico Hegel" e lanciava invettive contro quel farabutto di "Carlo Marx". Oggigiorno c'è un tizio che parla esattamente nello stesso modo, pur essendo nato circa un secolo dopo la morte di Toro Seduto. Si chiama Diego Fusaro e le sue vedute sulla famiglia tradizionale combaciano perfettamente con quelle di mia nonna. La cosa singolare è che la prosa ridicola di questo saccente giovanotto dall'aria gesuitica ha la pretesa di portare avanti il discorso di quel "Carlo Marx" che mia nonna considerava un farabutto. Come diceva Cristoforo Colombo, si può "buscar el Levante por el Ponente" e approdare agli stessi lidi partendo da porti diversi. Infatti, la brutta lingua di Fusaro, ampollosa e traboccante di vacui arcaismi e buffi neologismi, gronda dialettica hegeliana (si, quella di Federico) e "coscienza di classe" (qui è Carlo). Il suo pontificare è tutto teso a delineare la modernità come esito doloso del capitalismo internazionalizzato, della globalizzazione, che però lui chiama "mondialismo", come si usa fra fascisti. La cosa è comune in quell'area politica denominata rossobrunismo. "Rossobruni" vengono chiamati gli esponenti di un vasto conglomerato di bipedi i quali difendono posizioni qualunquiste, populiste e sovraniste pretendendo di essere "oltre la Destra e la Sinistra", ma vi svelo un segreto: se parli come un fascista, ti comporti come un fascista, frequenti solo fascisti, beh, sei un fascista. Poi si potrà discutere quanto si vuole sul senso dell'etichetta, non necessariamente collegabile all'esperienza del ventennio italico, ma ciò che è certo è che i tuoi nemici, come per mia nonna, sono la modernità, il liberalismo, la libertà individuale, il positivismo razionalista, i diritti civili. Ecco, per i rossobruni a produrre tutto ciò è il capitalismo, e qui c'è la saldatura con i vetero-marxisti, campioni anch'essi di spregio per l'individuo e la libertà. Fatto è che Fusaro frequenta più Casa Pound che i Centri Sociali di sinistra. Lui, comunque, questo capitalismo "apolide" e globale preferisce chiamarlo "turbo-capitalismo". In verità, per il cerimonioso fustigatore della contemporaneità, tutto ciò che attiene al mondo liberale è "turbo" in senso deteriore, per cui si diverte a coniare con questo prefisso (ma anche con "ultra") nuovi paroloni con la stessa disinvoltura con cui la famiglia dei Barbapapà nominava il proprio mondo col prefisso "barba" (Barbamamma, Barbabella, Barbatrucco, ecc.). Ecco, la lingua di Fusaro è un incrocio fra mia nonna e i Barbapapà, però sotto acido. Un fulgido esempio di questa lingua creativa è questo: L’atomistica liberale mira a dissolvere la famiglia nella pluralità nomade e diasporica degli io irrelati o, in modo convergente, a ridefinirla come mero assemblaggio effimero e a tempo determinato, rispondente in via esclusiva al libero e illimitato desiderio di individui senza residua identità di genere e aspiranti unicamente al plusgodimento cinico. Mia nonna scriveva meglio, con il lapis o col pennino, ma meglio. Almeno si capiva. Traduco: l'autore ci dice che il capitalismo ha ridotto quella che era la società in un "assemblaggio effimero" di persone che mirano solamente alla soddisfazione dei propri desideri. Ci ho messo molto di meno, si badi. Fin qui, ok. La solita chiacchiera pomposa del Fusaro, luoghi comuni con vestiti stordenti. Si faccia però attenzione a quel "plusgodimento cinico" con cui si chiude l'insalata verbale del celebrante. L'assonanza è, ca va sans dire, con il concetto marxiano di plusvalore. Simpatico, peccato che l'ha rubata a Lacan... Ad ogni modo, l'uomo che propone una rilettura fascista di Gramsci e si spella le mani per Putin, l'ultimo difensore della triade Dio, Patria e Famiglia, sta effettuando un parallelismo fra società di mercato e scelte sessuali. Infatti, è bene sapere che nella testa scapigliata ad arte del Fusaro tutto è frutto del piano delle elites economiche per la distruzione della società tradizionale, quella in cui i partner non si sceglievano, per intenderci. Bei tempi. Quelli di mia nonna. Il turbo-pensatore questo tema lo spiega bene (ci mette oltre 400 pagine) nel suo libro Il Nuovo Ordine Erotico. Elogio dell'amore e della famiglia (2018). La metafora, che si immagina brillante, è, come si è detto, quella economica, con sagaci accostamenti, come quello fra il "liberale" ed il "libertino", uno omologo dell'altro perché entrambi nemici delle due entità etiche che egli tanto rimpiange: lo Stato e la famiglia . Il liberista dichiara guerra allo Stato per il proprio profitto economico e il plusvalore, mentre il libertino dichiara guerra alla famiglia in modo di ottenere il profitto sessuale e il plusgodimento. Potrà sembrare un discorso idiota. Vi sbagliate. E' un discorso pericoloso. Infatti, il libro è una vera filippica contro la deregulation sessuale. Si, ha detto "deregulation". Benché, l'insistenza di termini presi in prestito dall'economia possa far sorridere per l'ostinato infantilismo, è ovvia, nella prosa impestata di ragionierismi e filosofia da liceo, una pretesa di regolamentazione della più intima delle scelte, e qui c'è poco da ridere. Per capire quale sia l'orrida via di fuga del socialismo sessuale di Fusaro è fondamentale leggere uno stralcio dell'autore dal quale egli ha, diciamo così, "preso spunto" per la sua metafora mercatista, Michel Houellebecq. Il discusso autore francese esprimeva nel suo L'estensione del dominio della lotta (1994) gli stessi concetti espressi da Fusaro anni dopo, ma molto meglio e con una prosa asciutta e cruda: Come il liberalismo economico incontrollato, e per ragioni analoghe, così il liberalismo sessuale produce fenomeni di depauperamento assoluto. Taluni fanno l'amore ogni giorno; altri lo fanno cinque o sei volte in tutta la vita, oppure mai. Taluni fanno l'amore con decine di donne; altri con nessuna. E' ciò che viene chiamato "legge del mercato". In un sistema economico dove il licenziamento sia proibito, tutti riescono più o meno a trovare un posto. In un sistema sessuale dove l'adulterio sia proibito, tutti riescono più o meno a trovare il proprio compagno di talamo. In situazione economica perfettamente liberale, c'è chi accumula fortune considerevoli; altri marciscono nella disoccupazione e nella miseria. In situazione sessuale perfettamente liberale, c'è chi ha una vita erotica varia ed eccitante; altri sono ridotti alla masturbazione e alla solitudine. [ ...] Le imprese si disputano alcuni giovani laureati; le femmine si disputano alcuni giovani maschi; i maschi si disputano alcune giovani femmine. (Grassetto mio) Ecco, questi giovani maschi che si disputano giovani femmine e queste giovani femmine che si disputano giovani maschi non vanno bene. Se ne deduce che il vecchio laido che accede ad una attraente giovinetta possa invece essere preferibile. Il sesso fra adulti che si scelgono in base ad incentivi come bellezza, prestanza, sensualità, ecc. sarebbe una stortura del "mercato" che lo ha trasformato in consumo (e, in quanto consumo, volontario...). E i proletari del sesso? I brutti, i puzzoni, gli sfigati, i diversamente attraenti? Le risorse vanno distribuite! Sfigati di tutto il mondo unitevi! La verità è che se Fusaro e Houellebecq intendevano mostrare i guasti della forma mentis mercatista, non potevano fare scelta peggiore di quella della selezione sessuale. Infatti, non esiste ambito in cui è più evidente che lo stato naturale di un sistema umano sia la scelta sulla base di incentivi e in cui sia più evidente l'assurdità di una regolamentazione e implementazione forzosa che tale naturale tendenza contrasti. Qualunque alternativa al lassez faire sarebbe aberrante. Questo vero e proprio boomerang ideologico è chiarissimo se riprendiamo la storica bipartizione fra mezzi economici e mezzi politici proposta da Franz Oppenheimer. L'uomo ha a sua disposizione per ottenere le risorse necessarie a soddisfare i suoi bisogni solo lo scambio sulla base di incentivi reciprocamente gratificanti e la forza, cioè l'esproprio della risorsa senza corrispettivo. I primi sono i mezzi "economici" i secondi sono i mezzi "politici". L'accoppiamento col proprio partner può quindi avvenire tramite queste due vie, ossia la reciproca scelta basata sulla gratificazione (il "liberalismo sessuale") oppure lo stupro. La prima condizione è quella che non piace a Houellebecq e, sembrerebbe, nemmeno a Fusaro. Allora cosa rimane? Rimane solo la forza, non importa se si tratti da quella imposta dallo Stato tramite il proprio monopolio della violenza (la distopia della socializzazione dei corpi) o quella morale di cui sono impregnate la famiglia tradizionale e la società prima del turbo-capitalismo (insomma, quel sistema, per dirla col francese, "in cui l'adulterio sia proibito" o i matrimoni combinati). Una soluzione Houellebeq la propone nella finzione letteraria. Infatti, nel romanzo Sottomissione (2015) l'autore immagina che in una Francia caduta sotto il dominio islamico, il professore universitario sessuomane e corruttore di studentesse che ne è il protagonista si converta molto volentieri ad una religione e ad una ideologia che promette l’egemonia del maschio sulla donna e propone i matrimoni combinati. L’autorità sceglierà le donne per gli uomini (in particolare nella nuova Sorbona islamizzata ogni professore può avere tre o quattro giovani mogli scelte tra le studentesse). Le donne, dal canto loro, accoglieranno con sollievo l’imposizione del velo, sollevate dallo stress di aderire ai canoni estetici occidentali. Le conquiste del femminismo saranno abbandonate senza rimpianto da entrambi i sessi. La volgare società degli individui liberi che scelgono nel "mercato" lascia il posto alla società immutabile che ci dispensa dallo scegliere. Questa distopia che assomiglia molto al Mondo nuovo di Huxley, in cui tutti sono soddisfatti pur sapendo di non essere liberi, sarebbe troppo anche per mia nonna, ma non escludo che lei fosse troppo progressista per Fusaro.

Scemocrazia. Come gli stupidi hanno conquistato il mondo

di Luigi Corvaglia Carlo M. Cipolla era un simpatico professore di Economia a Berkeley che decise di fare un originale regalo a suoi amici per il Natale del 1976. Gli regalò un volumetto in edizione limitata stampato da una inesistente casa editrice denominata The Mad Millers (I mugnai folli). La cosa non era nuova, infatti, tre anni prima gli amici del professore si erano visti consegnare un saggio intitolato Il ruolo delle spezie (e del pepe nero in particolare) nello sviluppo economico del Medioevo. Si trattava di un breve trattato umoristico, ma dotato di una sua logica, esattamente come il presente natalizio di tre anni dopo, intitolato Le leggi fondamentali della stupidità umana. Cipolla ne aveva individuate 5: Prima Legge Fondamentale: Sempre e inevitabilmente ognuno di noi sottovaluta il numero di individui stupidi in circolazione. Seconda Legge Fondamentale: La probabilità che una certa persona sia stupida è indipendente da qualsiasi altra caratteristica della stessa persona. Terza Legge Fondamentale: Una persona stupida è una persona che causa un danno a un’altra persona o gruppo di persone senza nel contempo realizzare alcun vantaggio per sé o addirittura subendo una perdita. Quarta Legge Fondamentale: Le persone non stupide sottovalutano sempre il potenziale nocivo delle persone stupide. Quinta Legge Fondamentale: La persona stupida è il tipo di persona più pericoloso che esista. La legge "aurea" è la terza. Infatti lì Cipolla individua due fattori utili per indagare il comportamento umano, ossia il fatto che tale comportamento procuri danni o vantaggi e se questi l’individuo li procuri a sé stesso oppure agli altri. Mescolando questi due fattori è possibile individuare quattro tipi di persone: Intelligenti: perseguono il proprio vantaggio e quello degli altri Sprovveduti: danneggiano sé stessi e avvantaggiano gli altri Stupidi: danneggiano gli altri senza avvantaggiare sé stessi o danneggiandosi Banditi: danneggiano gli altri per trarne vantaggio. Ciò si può rendere graficamente incrociando gli assi che rappresentano i due fattori. Se ne ottengono quattro quadranti che ospitano le quattro categorie di persone. Cipolla osserva che la maggior parte delle persone non agisce coerentemente (ad es. “una persona intelligente può talvolta comportarsi da sprovveduto, come assumere un comportamento banditesco”). L’unica eccezione alla regola è rappresentata dalle persone stupide che in genere “mostrano una massima propensione per una piena coerenza in ogni campo d’attività”. Acquisiti questi concetti basilari, è interessante rivolgere l'attenzione ad un'altra quadripartizione ottenuta incrociando due fattori. La dobbiamo a colui il quale era capo di stato maggiore al momento dell'elezione di Adolf Hitler a Cancelliere della Germania, il generale Kurt Von Hammerstein-Equord, al quale è attribuita una storica frase: Divido i miei ufficiali in quattro gruppi: gli intelligenti, i diligenti, gli stupidi ed i pigri. Normalmente due di queste caratteristiche sono combinate tra loro nella stessa persona. Alcuni sono intelligenti e diligenti ed il loro posto è nello stato maggiore. Altri sono stupidi e pigri: compongono il 90% di qualsiasi esercito e sono adatti a compiti di routine. Chi è intelligente e pigro è qualificato per i massimi incarichi di leadership, perché possiede la necessaria chiarezza intellettuale e compostezza per le decisioni più impegnative. Bisogna guardarsi da quelli che sono allo stesso tempo stupidi e diligenti: a loro non si deve affidare alcuna resposabilità, combinano solo guai. Qui il fattore intellettivo si incrocia con quello del livello di attività. Ciò può essere graficamente reso come segue: La cosa può essere riassunta così: gli intelligenti come gli stupidi si possono dividere in pigri e diligenti; i più affidabili sono gli intelligenti pigri e i meno affidabili gli stupidi diligenti. Chi siano gli stupidi ce lo ha spiegato Cipolla, sono coloro i quali procurano danno agli altri senza riceverne un vantaggio personale in cambio. Ora Hammerstein ci dice che gli stupidi pigri non fanno troppi danni; è ovvio che a produrre danni senza ricavare vantaggi sono gli stupidi attivi. Hammerstein, però, sottolinea un altro importante aspetto, quello della posizione gerarchica. Più elevato il potere decisionale legato alla posizione, maggiore è la possibilità di produrre danni a sé e agli altri. Per questo il generale si premura di raccomandare di porre ai massimi incarichi di leadership gli intelligenti pigri. Anche Cipolla diceva che "gli stupidi al potere fanno più danni degli altri". In una condizione ideale il problema non dovrebbe porsi, perché i poteri decisionali sarebbero appannaggio dei più capaci e meritevoli. Nella realtà, esiste un implacabile meccanismo in grado di falsare la giusta ripartizione delle mansioni nell'impalcatura sociale; duole dirlo, ma è la democrazia. Lo diceva Cipolla: "gli stupidi democratici usano le elezioni per mantenere alta la percentuale di stupidi al potere". Queste considerazioni ci portano ad introdurre un terzo personaggio: Jason Brennan. Questi è un filosofo politico di orientamento libertario, cioè un anarcoide ultra-liberale, per intenderci. Brennan ha scritto un provocatorio saggio intitolato Contro la democrazia. I cittadini hanno tutti uguale diritto di voto. E' la maggiore conquista della modernità, quella della eguale dignità di ogni individuo. E' per questo che la lettura del saggio di Brennan avviene sempre con prevenzione e fastidio. Vale la pena di superare questi sentimenti e seguire il ragionamento. Attingendo al mondo del fantasy e della fantascienza, Brennan divide i cittadini in tre categorie: hobbit, hooligans e vulcaniani. Gli hobbit sono personaggi della saga de Il signore degli anelli di J. R. R.Tolkien. Sono creature "quasi umane" che vivono per i fatti loro interessandosi poco del mondo e ignorando cosa avviene "fuori dalla loro Contea". I vulcaniani, invece, vengono dall'universo fantascientifico di Star Trek, la nota serie televisiva. Essi sono immaginati come umanoidi alieni dotati di un forte senso della ragione e della logica, espresse al massimo delle loro capacità tramite una totale repressione delle emozioni. Brennan, pertanto, definisce "hobbit" coloro i quali hanno poco o nessun interesse per la politica e livelli molto bassi di conoscenza di idee, programmi e dinamiche; gli "hooligan" (cioè, i teppisti) sono quelli portati a sapere più degli hobbit, ma che ragionano di pancia, pertanto sono fortemente distorti nella valutazione delle informazioni e agiscono come tifosi di una squadra di calcio, con una spiccata tendenza a respingere pregiudizialmente tutte le tesi opposte alle proprie; i "vulcaniani", invece, combinano una vasta conoscenza e una capacità analitica non inquinata dall'emotività o dal pregiudizio. Quella magnifica cosa che è la democrazia prevede che i cittadini si comportino da vulcaniani, invece, gli elettori sono generalmente hooligans (mentre gli hobbit spesso si astengono o votano svogliatamente). Fermiamoci un attimo. Riprendiamo le affermazioni di Cipolla e e Hammerstein. Il primo diceva che degli stupidi "è impossibile stabilire una percentuale, dato che qualsiasi numero sarà troppo piccolo" e Hammerstein che gli stupidi rappresentavano "il 90 per cento di ogni esercito". Insomma, se anche non fossero la maggioranza, come Cipolla, Hammerstein e la casistica di ognuno di noi sembrerebbe suggerire, gli stupidi sono di sicuro una percentuale talmente cospicua del totale di individui da far sì che le loro decisioni collettive prevalgano spesso e abbiano un'alta probabilità di soddisfare il criterio di danneggiare tanto gli altri (i contrari alla decisione) quanto sé stessi (l'aggregato dei decisori). Pertanto, potremo trovare stupidi fra gli hobbit, ma questi sono pigri e, come ricordava Hammerstein, non fanno molti danni; ne potremo trovare perfino fra i vulcaniani, perché la conoscenza e la soppressione dell'emozione non ci assicurano contro la possibilità di danneggiare noi e gli altri, ma il vero ambiente ecologico dello stupido è il luogo in cui la logica non gode di grande apprezzamento, il tifo ha la meglio sull'analisi razionale e tutti sono convinti di essere nel giusto. Lo stupido alligna, prospera e si riproduce fra gli hooligans, cioè in quella che Brennan ci dice essere la parte più cospicua del corpo elettorale. Ne consegue che il potere è detenuto dagli stupidi. Come non bastasse, è difficile non tener conto, perché è sotto gli occhi di tutti, di quanto Cipolla asseriva nel lontano '76: I grandi personaggi carismatici/demagoghi moltiplicano/attirano gli stupidi trasformandoli da cittadini pacifici in masse assatanate. Cipolla scriveva prima dell'avvento dei social network, prima dell'utilizzo massivo delle fake news nell'agone politico e prima della diffusione del pervasivo discredito delle competenze e della cultura di cui siamo spettatori nell'era del trionfo dell' "uno vale uno", il più democratico fra i motti democratici. Infatti, una vena di anti-intellettualismo è ormai insinuata nei gangli vitali della nostra società, alimentata, come disse Isaac Asimov, dalla falsa nozione che la democrazia significhi "la mia ignoranza vale quanto la tua conoscenza". E' il fenomeno in base al quale l'opinione in materia scientifica di uno scienziato vale quanto quella di un idraulico informatosi su facebook. E' la democrazia, bellezza! Tom Nichols su questa morte della competenza ha scritto un libro recentemente pubblicato anche in Italia col titolo La conoscenza e i suoi nemici, in cui sottolinea come dalla disinformazione si passi all'"errore aggressivo", perché questa insipienza cognitiva ed intellettuale si manifesta in forme rabbiose verso supposte elites culturali, politiche ed economiche, quando non verso potentati occulti, sfociando in un cospirazionismo che mette in pericolo la stessa democrazia che ne è stata madre. Va infatti introdotto a questo punto un ulteriore elemento, non contemplato da Cipolla e Hammerstein, ma centrale in Brennan: l'ignoranza, appunto. Come non bastasse la diffusa idiozia, la stragrande maggioranza degli elettori non ha la minima idea degli elementi basilari della questione per cui sta votando o delle questioni su cui le persone che sta delegando dovrebbero rappresentarla. Su questo tema Brennan costruisce l'intero suo libro, portando una mole di dati a favore della tesi dell'incompetenza dei cittadini. Questa è indipendente dalla stupidità e deriva da un fenomeno noto come "ignoranza razionale". Questo significa che accanto alla franca stupidità, costituita dall'incapacità di utilizzare la logica per inadeguatezza congenita, esiste anche una logica che rende razionale la scelta di restare ignoranti. Lo spiega bene il giurista Ilya Somin. In termini molto semplici, si può dire che il "gioco" (cioè la fatica di acquisire informazioni) non valga la "candela" (cioè, l'effettivo potere del singolo elettore di influire sull'esito del voto). Visti gli scarsi incentivi, è razionale dedicarsi ad altro piuttosto che pagare il costo di informarsi.  Purtroppo, però, le politiche che le persone difendono sono strettamente correlate a ciò che esse sanno. Accanto a ciò, poi, l’uso illogico dell’informazione, cioè il fenomeno per cui utilizziamo alcune informazioni basiche per comportarci come degli appassionati di sport ( "la razionalità dell'irrazionalità" l’ha definita l’economista Bryan Caplan). Acquisiamo conoscenze sul calcio non tanto perché pensiamo di influenzare una partita, ma per accrescere il piacere che proveremo assistendo alla partita. Affrontiamo quindi la politica nella stessa maniera partigiana di un tifoso, ma i tifosi non sono razionali e spesso sono... "hooligans". Se a questo aggiungiamo che ormai l'antintellettualismo e l'anti-scientismo sono portati con l'orgoglio dell'individuo che non si fa infinocchiare dalle "verità ufficiali" e dai professoroni pagati chissà da chi, il quadro diventa sconsolante. Comunque sia, come non gradiremmo essere operati da un medico incompetente e nemmeno che il nostro lavandino fosse riparato da un idraulico improvvisato, secondo Brennan, non dovremmo permettere che gli ignoranti esprimano il loro parere su questioni sulle quali non hanno la minima competenza. Ciò perché, come Brennan sottolinea, il voto non è semplicemente una scelta individuale, ma «l’esercizio di un potere sugli altri». E' il potere degli ignoranti di imporsi su tutti, inclusi i saggi e gli intelligenti (i vulcaniani). Talvolta questo potere conduce alla produzione di un danno collettivo, che investe quindi anche coloro i quali hanno promosso le politiche che l'hanno causato, soddisfacendo con ciò il criterio previsto dalla terza legge fondamentale della stupidità di Cipolla. Questo trasforma i singoli individui semplicemente ignoranti di Brennan e Somin, magari non tutti stupidi, in un aggregato squisitamente stupido. In definitiva, il quadro che viene a crearsi è quello di una mole di stupidi attivi e di ignoranti funzionali che realizzano una stupidità di gruppo, spesso aggressiva (hooligans), in grado di infarcire i governi di loro simili talmente attivi da essersi proposti per funzioni di governo; al di fuori, c'è una opinione pubblica a sua volta strabordante di conspecifici pronti a protestare davanti a qualunque manifestazione di determinazione vagamente razionale che il governo dovesse assumere a causa di mediazioni e per motivi di opportunità, nonostante la quota di idioti. In pratica, si protesta perché la gestione non è abbastanza stupida quanto gli stupidi desiderano. La soluzione proposta del libertario Brennan a questo stato di cose è decretare la fine del suffragio universale. Egli propone l'epistocrazia, un sistema in cui il potere politico è formalmente distribuito secondo le competenze mediante meccanismi che ponderano il peso dei voti. La proposta è problematica proprio per essere assolutamente opposta alla mitizzata democrazia, scandalizza, confligge col nostro giacobino interiore ed è difficilmente praticabile anche per la indefinizione dei modi di valutazione delle competenze. Ciò non toglie che la grande sfida della contemporaneità sia conciliare la partecipazione e la necessità di arginare la stupidità fatta regime.

La Teoria della Scelta Razionale ed il mio amico Vito

di Luigi Corvaglia I Il mio amico Vito è una persona intelligente. Un giorno il suo televisore da 44 pollici si ruppe. Gli dissero che la riparazione sarebbe costata circa 150 euro. Vito, però, pensò che non convenisse ripararlo, visto che con una cifra non molto superiore avrebbe potuto acquistare un televisore nuovo. Si recò quindi al negozio e trovò un nuovo apparecchio televisivo simile al suo alla cifra di circa 360 euro. Notò, però, che accanto ce n’era un’altro più grande, da 52 pollici, al prezzo di 450 euro. Non era una poi così grande differenza a fronte di un buon incremento di pollici. In effetti, pensò che sarebbe stato meglio orientarsi verso il televisore più grande, dato che quello vecchio era un po’ piccolo per le dimensioni della stanza in cui era allocato. E’ però vero, come il commesso gli fece notare, che si trattava comunque di un modello tecnologicamente sorpassato. Gli fu indicato, allora, un apparecchio di ultima generazione al modico costo di 699 euro. Lo acquistò, ma poiché il braccio che sorreggeva il vecchio 44 pollici non poteva reggere il nuovo 52 pollici, fu poi costretto ad acquistare anche un nuovo braccio (oltre che a spostare una vetrinetta per fare spazio al nuovo centro di attrazione della stanza). Insomma, una spesa complessiva di oltre 700 euro che nasce dalla considerazione che non valesse la pensa spendere 150 euro per una riparazione. Questo slittamento delle preferenze ricorda la novella di Hans Kristian Andersen in cui un contadino va al mercato per vendere o scambiare il suo cavallo. Lungo la strada, però, il contadino baratta il cavallo con una mucca, perché gli piace più del cavallo, poi la mucca con una pecora, per lo stesso motivo, e così questa con un’oca, l’oca con una gallina e la gallina, infine, con un sacco di mele marce. Il contadino non avrebbe mai scambiato direttamente il suo cavallo con il sacco di mele e Vito non avrebbe mai scelto di spendere 700 euro se avesse avuto questa come unica opzione alternativa alla riparazione da 150 euro. Similmente, l’adepto di Scientology che viene fermato per strada e a cui viene offerto gratuitamente un seminario sul miglioramento personale non avrebbe mai accettato direttamente la proposta di versare tutti suoi guadagni alla Chiesa, ma qualcuno, dopo una lunga serie di passaggi, lo fa. Non è interessante il fatto che Vito sia tornato a casa con un bene maggiore di quello preventivato e il contadino con uno minore, ciò che conta è che in entrambi i casi l’idea del razionale homo oeconomicus che agisce al fine di massimizzare la propria utilità riceve un duro colpo. Infatti, in mancanza di un amico come Vito, il sociologo Jon Elster ha utilizzato la novella di Handersen quale esempio del cambiamento endogeno delle preferenze. Trattasi di un fenomeno che può essere formalizzato nel seguente modo: una persona adegua in modo inconsapevole le proprie preferenze in modo da desiderare con maggiore intensità i beni di cui in quel momento dispone in minore quantità (Elster, 1983, pag. 114). Se avesse acquistato solo il televisore da 44 pollici, Vito non sarebbe tornato con un nuovo televisore, ma senza un 52 pollici di ultima generazione. E’ un fenomeno connesso allo sconto temporale, che è l’effetto prodotto dalla valutazione dei benefici immediati e la svalutazione degli effetti a lungo termine, come sa chiunque si sia messo a dieta ed abbia ceduto al primo pasticcino. Un effetto che il marketing utilizza con successo enfatizzandolo con le formule “acquista ora, paga l’anno prossimo”. Tutto quanto detto è perfettamente in linea con le evidenze portate da Daniel Kahneman e Amos Tversky, i cosiddetti “Lennon e McCartney della Psicologia” che hanno fondato l’ Economia Comportamentale. Questi hanno portato una incontrovertibile mole di dati a favore della concezione che gli esseri umani non scelgono razionalmente la strategia che massimizza le probabilità di vittoria a lungo termine (l’utilità attesa degli economisti), ma sono interessati alle vincite ed alle perdite attuali. Non solo, temono la perdita più di quanto siano attirati dal guadagno, e reagiscono in modo opposto se lo stesso problema è posto in negativo o in positivo. Quest’ultimo fenomeno è noto come framing o “effetto contesto”. Per spiegarlo userò un’altro degli affari di Vito. Recentemente il mio amico doveva acquistare un regalo per una persona cara. Aveva deciso di comprare uno smartphone e stabilito un budget di 250 euro. Poiché doveva poi fare anche un’altro regalo per un altro amico, pensò di acquistare entrambi gli oggetti nel medesimo punto vendita. Fu inizialmente convinto a comprare un telefono il cui costo pieno sarebbe stato di 530 euro al prezzo di 400. Uno sconto di ben 130 euro! Decise quindi di acquistare anche un elettrodomestico per il suo amico e la scelta cadde su uno split per l’aria condizionata dal prezzo di circa 399 euro. La spesa complessiva sarebbe quindi stata di circa 800 euro. Sennonché gli fu detto che il prezzo del telefono sarebbe stato dimezzato (cioè solo 200 euro – anzi, 199 – meno del budget preventivato) se la spesa finale avesse superato i 900 euro. Così acquistò anche un impianto di amplificazione “Dolby Surround” per il suo famoso 52 pollici. Spese quindi 1100 euro per avere il telefono in sconto. L’aumento dell’esborso totale è stato presentato mettendo in risalto il risparmio di spesa sul telefono. E’ come quando il medico propone una terapia presentandola come in grado di salvare il 30 per cento dei pazienti piuttosto che mettendo in luce che il 70 per cento muore. Questo è il framing. Kahneman e Tversky dimostrarono questo “effetto contesto” (ma sarebbe meglio dire “effetto packeging”) col celebre test della “malattia asiatica”. Ai soggetti sperimentali veniva presentato uno scenario relativo ad un virus mortale che minacciava di uccidere 600 persone. A due gruppi venivano proposte due linee d’azioni alternative. Il gruppo 1 era chiamato a scegliere fra le seguenti opzioni: Programma A: se seguito, porta alla salvezza di 200 persone; Programma B: se adottato, comporta la probabilità di 1/3 che verranno salvate 600 persone e una probabilità di 2/3 che non si salverà nessuno. Il gruppo 2 doveva scegliere fra Programma C: se adottato, moriranno 400 persone; Programma D: se viene seguito, c’è la probabilità di 1/3 che nessuno morirà e una probabilità di 2/3 che moriranno 600 persone. I risultati evidenziano che la maggior parte delle persone pensava che A fosse preferibile a B, ma che D fosse preferibile a C. La cosa strana è che A è l’esatto equivalente di C, mentre B è identico a D. I programmi erano solo presentati in modo diverso. Siamo tutti Vito. Tversky e Kahneman II Quando chiesero ad Amos Tversky se lui e Daniel Kahneman si occupassero di intelligenza artificiale, lui rispose “no, ci occupiamo di stupidità naturale”. Ecco, possiamo dire che Daniel Kahneman ha vinto il Nobel per l’economia nel 2002 proprio per aver dimostrato, insieme al fido Amos Tversky (in quell’anno ormai deceduto), la “stupidità naturale”. I loro studi spodestarono definitivamente l’ austero individuo razionale vagheggiato dalla economia neoclassica sostituendolo con un personaggio più simpatico: Vito. Ovviamente quel buontempone di Tversky non voleva insultare tutti i Vito del mondo definendoli stupidi per il semplice fatto che, essendo appunto “naturale”, questa “stupidità” è patrimonio democraticamente distribuito a ogni individuo. Il fatto che ognuno di noi se ne immagina esente è forse la dimostrazione più evidente di questa socializzazione e si chiama “effetto terza persona“. Vito è tutt’altro che stupido. È una delle persone più intelligenti che conosco. I Lennon e McCartney della Psicologia dettero la spallata finale all’ homo oeconomicus, questo individuo che pondera le proprie scelte in base ad un computo razionale tra costi e profitti in vista della “massimizzazione della propria utilità”. La prima spallata l’aveva data un altro psicologo vincitore di un Nobel per l’economia, Herbert Simon (Models of man: social and rational, 1957), proprio per i suoi studi sulla “razionalità limitata”. Questa ridotta capacità è dovuta ai limiti computazionali del cervello che fa si che le nostre scelte siano sempre sub-ottimali. Tversky e Kahneman (Prospect Theory: An Analysis of Decision Under Risk, 1979) abbatterono il piedistallo dell’individuo razionale dimostrando al di là di ogni dubbio come le scelte degli esseri umani violino sistematicamente i principi della razionalità economica non solo per deficit computazionali ma per veri e propri errori computazionali. Infatti, l’ utilizzo di scorciatoie mentali intuitive chiamate euristiche comporta degli errori sistematici, sorta di “bug di sistema”, noti come bias. Quando il neuroscienziato Antonio Damasio (L’Errore di Cartesio, 1994) irruppe sulla scena per spiegarci come non sia possibile alcuna razionalità e alcuna scelta sganciata dall’emozione, statua e piedistallo erano già a terra da tempo. La cosiddetta Teoria della Scelta Razionale (TSR) condivide quindi ormai da tempo la sorte dell’omeopatia e di altre teorie e discipline screditate ma seguite da una nicchia di persone insensibili al metodo scientifico. Questo ha una grande rilevanza pratica. Affermare la scelta razionale, infatti, implica negare la manipolazione. È la retorica della “libera scelta’. Ne deriva che il suicidio di massa di Jonestown, operato dai fedeli del culto politico-spirituale del reverendo Jim Jones e che portò alla morte di quasi mille persone nel 1978, sarebbe stato compiuto dalla simultanea computazione costi-benefici di centinaia di persone giunte alla conclusione che la morte massimizzasse la loro utilità. Era ancora il XVI secolo quando Étienne de La Boétie nel suo Discorso sulla Servitù Volontaria ci avvisava che generalmente la tirannia non è imposta, ma consensualmente accettata dal popolo. Forse ciò implica che la scelta sia realmente libera, razionale e finalizzata alla massimizzazione delle proprie utilità? Secondo i fedeli della TSR si. Vito è in buona compagnia con alcuni premi Nobel nel ritenere di no. Le tecniche di propaganda culturale e politica sono affini alle strategie di marketing che abbiamo visto. Queste utilizzano molti dei bias cognitivi oggetto di studio della economia comportamentale. Affermare questo non vuol dire negare la responsabilità personale delle scelte individuali, ma mettere in luce come queste possano essere influenzate da fattori intrinseci ed estrinseci. Questi giocano ovviamente un ruolo in qualunque forma di persuasione, ma ciò non significa avvalorare la ardita tesi di alcuni i quali affermano che non esistano forme di persuasione indebita. Infatti la riprovevolezza di un’opera di convincimento non sta nella “tecnica” usata, bensì nel fine. Talvolta il fine è la truffa e lo sfruttamento. Perseguire una “agenda segreta” mirata allo sfruttamento di chi si persuade a fare scelte contrarie al proprio interesse può certamente definirsi “manipolazione”. Che l’uomo reale sia prono a errori sistematici che possono portare a scelte controproducenti è di sicuro ausilio a chi intende operare una persuasione maligna. Alcuni leaders carismatici sono in grado di condurre i loro seguaci in una cornice entro la quale le loro decisioni irrazionali hanno perfettamente senso per loro. La cosa curiosa è che la principale teoria utilizzata da alcuni sociologi fedeli della scelta razionale per difendere ogni tipo di culto, anche totalitario, è la Teoria dell’Economia Religiosa (TER). Questa lettura (Stark, 2007) suppone che quello religioso sia un mercato come quello delle merci. In pratica, le varie fedi sarebbero prodotti offerti da aziende religiose in concorrenza fra loro e i fedeli sarebbero consumatori che attuano scelte sulla base del loro calcolo razionale. Essi scelgono liberamente e quindi è tutto ok. È singolare che proprio una concezione che vede quello delle fedi come un mercato non tenga in considerazione i basilari concetti di marketing sopra accennati, non contempli la pubblicità ingannevole e dia per scontata la assoluta onestà di ogni venditore. Che mercato è? Non quello che conosce Vito. . #sette #TeoriadellaSceltaRazionale #euristiche #Jonestown #economiacomportamentale #effettocontesto #AntonioDamasio #AmosTversky #Mercato #marketing #DanielKahneman #mindcontrol #bias #framing #culti #manipolazione #LuigiCorvaglia #pubblicità

Ho ucciso John Lennon

Paul è morto (e io mi sento poco bene) La copertina di Abbey Road e la banconota da un dollaro hanno qualcosa in comune. Gli scettici delle verità ufficiali sanno cosa: entrambe contengono le prove di un complotto. Cioè, non le prove, gli indizi. Già. Infatti, ai cospiratori piace lasciare una gran mole di indizi. Se amate l’ordine e la pulizia non invitate a casa cospiratori. Lasciano indizi dappertutto. E non vengono via. Il mondo è pieno di indizi. Bisogna solo a collegarli fra loro. Questo non è un problema, dato che ogni giorno nasce un collegatore di indizi. Tutto sta a trovarlo. Anche questo non è un problema. Prima di internet era necessario scovare il bar più giusto per trovarlo un buon teorico, ma nell’era dei social network, quella in cui degli idioti conosci anche nome, cognome e residenza, è lui che trova te. Se va bene, si presenta nella veste di “ricercatore indipendente”, altrimenti in quella di “mamma informata”. Se va veramente male, però, si presenta in quella di politicante populista. Queste diverse incarnazioni del pensiero cospirazionista sono accumunate dall’idea che “le cose non sono mai quelle che sembrano” e che quindi qualcuno “ci sta ingannando” per loschi fini. Così la banconota da un dollaro non è quello che sembra, cioè una banconota – colma, come ogni banconota, dei simboli retorici dello Stato che la emette – ma la prova che la massoneria governa il mondo. Si rimanda ad altre, sovrabbondanti fonti per l’analisi degli indizi che i cospiratori avrebbero trovato opportuno lasciare sul “verdone” (un esempio qui). Stesso discorso per l’iconica immagine che illustra la confezione dell’album dei Beatles del 1969. Dietro la banale fotografia, infatti, si celerebbe gran parte dei messaggi in codice che i quattro (i tre?) andavano disseminando in testi e immagini, come ben sanno gli affezionati telespettatori dei programmi di divulgazione pseudoscientifica. Nello specifico, il messaggio nascosto sarebbe che Paul McCartney, l’autore e cantante di gran parte dei classici del gruppo, sarebbe morto nel 1966 e da allora sostituito da un sosia. La copertina di Abbey Road (1969) E’ celeberrima la teoria per cui nella foto i quattro starebbero inscenando una processione funebre. Il defunto, ovviamente, è Paul, il quale è l’unico dei Beatles fuori passo rispetto agli altri, forse a simboleggiare la sua estraneità al vero gruppo, e ha una sigaretta nella mano destra pur essendo notoriamente mancino. Questo è patrimonio comune di qualunque iniziato al mondo delle leggende metropolitane, ma è sul contorno che è interessante notare come la scaltra mente del ricercatore si sia impegnata. Sulla targa del “maggiolino” (“beetle”) Volkswagen bianco parcheggiato a sinistra della foto, si legge “28IF” – “28 SE”, interpretato come “28 anni SE fosse ancora vivo”. (…) Anche alla luce di questo il resto della targa, “LMW”, è stato letto come “Lie ‘Mongst the Wadding”, poemetto dello scrittore americano Stephen Crane anch’egli morto a 28 anni (il suo viso appare seminascosto da una mano sopra la testa di Paul nel famoso collage di Sergent Pepper’s). Altri hanno letto “LMW” come “Linda McCartney Widowed” (vedova) o come “Linda McCartney Weeps” (piange) [1] e [2]. Il motivo di interesse per questa elencazione di indizi opinabili risiede nel fatto che esistono invece dei dati non opinabili. Fra questi, che la fotografia in questione è stata scattata l’8 Agosto del 1969 e quindi Paul McCartney di anni ne avrebbe avuti 27, che sulla copertina di Beatles For Sale, del 1964, cioè prima della presunta morte avvenuta in un incidente stradale nel 1966, l’artista teneva già la sigaretta nella mano destra e che, se egli fosse realmente deceduto in quell’anno, a piangere sarebbe stata la sua fidanzata di allora, Jene Asher, non Linda, che il Paul del ‘66 neppure conosceva. In altri termini, il controllo dei fatti e l’ applicazione della logica basterebbe a smontare le più bizzarre teorie del complotto. La differenza fra uno scettico ed un paranoico è tutta qui, nel valore euristico che si attribuisce ai dati. 2. John è morto (e l’ha ucciso la CIA) Dalle scie chimiche e dai vaccini che causano l’autismo alla sostituzione etnica voluta dalle elìte e a George Soros come gran burattinaio del globo il passo è breve. I fautori del florilegio di teorie cospiratorie che infestano la rete telematica interpretano il mondo come i teorici della “Paul Is Dead” (PID) interpretano la copertina di Abbey Road. Ora, se qualcuno aveva una tendenza a connettere indizi in costruzioni paranoiche, questi era proprio il sodale del presunto defunto della PID Theory, ossia l’oggettivamente defunto John Lennon. Questi venne fatto fuori l’ 8 Dicembre 1980 da un giovane con problemi psichiatrici, tale Mark David Chapman. Matthew Schneider, docente di letteratura Inglese e comparata alla – pensate un po’ – Chapman University (un caso? Non credo proprio…), ha scritto uno splendido saggio sulla creazione del mito prendendo appunto spunto dalle caratteristiche paranoidi di Lennon. Il saggio, intitolato Quel che importa è il sistema!” I Beatles, la “Trama di Pasqua” e la narratività complottistica [qui], inizia con uno stralcio di intervista al figlio del musicista, Sean Lennon, il quale afferma che il padre sarebbe stato ucciso dal potere governativo americano. L’ affermazione denuncia la similitudine dei processi di pensiero di padre e figlio. Il padre, infatti, era da sempre affascinato dalla narratività complottistica e, secondo Schneider, a fornirgli la chiave di lettura cospirazionista della storia sarebbe stato un best-seller del 1965: The Passover Plot (La trama di Pasqua), di Hugh Schonfield. Quest’ultimo, forte di vaste conoscenze del mondo giudaico, era arrivato a tessere con tutte le fonti antiche a lui disponibili una storia che spiegava tutti gli eventi menzionati nei Vangeli su basi interamente razionali e a ipotizzare che Gesù Cristo, con l’aiuto di dodici congiurati, avesse inscenato la sua morte e resurrezione. Ciò al fine di provare che questo figlio di un falegname galileo era il Messia la cui venuta era stata predetta da certe sette giudaiche circa un secolo e mezzo prima della sua nascita. Un complotto, appunto. Il piano, però, sembra scritto dai Monty Python. Infatti, il progetto non sarebbe andato liscio. Pare che la banda dei tredici non avesse tenuto conto dell’eventualità della ferita al costato! Nessuno si aspettava la ferita al costato! Infatti, dopo essere stato liberato dal sepolcro, il nazareno sarebbe realmente morto a causa del dissanguamento. Questo tragicomico complotto, secondo l’autore, sarebbe la vera base del cristianesimo, dal momento che da esso la Chiesa antica avrebbe costruito la sua narrazione canonica della morte e resurrezione di Gesù di Nazareth cucendo insieme racconti contraddittori di testimoni, frammenti di dati storici irrelati, e persino pezzi da opere di narrativa come L’asino d’oro di Apuleio. Se la prima fase della Trama di Pasqua fu architettata da Gesù stesso, la fase due è costituita dalla ricostruzione da parte della Chiesa antica. Scrive, quindi, Schneider: Schonfield insegnò a Lennon (…) a cercare i modi in cui la profusione caotica di eventi, interessi in conflitto e testimonianze contraddittorie possono essere tessuti in una narrazione escatologica senza smagliature apparenti. Lennon si rese conto che, per rendere manifesta e profittevole la loro importanza quasi religiosa nelle vite dei loro fan, I Beatles avevano soltanto bisogno di fornire una quantità di dettagli allettanti e apparentemente slegati: si poteva contare sul fatto che i loro seguaci, come i primi padri della Chiesa, avrebbero entusiasticamente intessuto, a partire da quei dati, una narrazione personalmente e culturalmente significativa. Schneider ipotizza quindi che Lennon, più famoso di Gesù Cristo, abbia volontariamente contribuito a distribuire indizi da far connettere ai suoi fedeli. Che egli stesso fosse sensibile a letture cospirazioniste era già stato evidenziato da Albert Goldman nella sua biografia non autorizzata. Sembra che alla domanda di un amico su cosa pensasse dell’omicidio di Martin Luther King Lennon sia esploso in un “Chi diavolo se ne frega…? Quel che importa è il sistema!”[pag. 14]. Ecco, il “sistema”. Quello che Schonfield evidenzia riguarda proprio la qualità “politica” della narratività complottistica. Scrive infatti: Due aspetti dell’ultima fase dei Beatles–lo sperimentalismo iconografico e musicale di Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band e il mito di “Paul is Dead”–mostrano le due varietà principali del pensiero complottistico. Nella sua modalità positiva, il pensiero complottistico rispecchia un genere particolare di ingenuità intellettuale–l’abilità di costruire un mosaico interessante e perfino piacevole a partire dalla casualità degli eventi. Ma poiché il pensiero complottistico assume che qualche intenzionalità onnicomprensiva sia sempre all’opera — il “sistema” ha le sue mire– l’ingenuità intellettuale lascia il campo, infine, alla paranoia. Questa è la tendenza inevitabile della narratività complottistica. Anche se iniziato per gioco, il pensiero complottistico finisce invariabilmente per evocare lo spettro vendicatore del sacro. L’ingenuità lascia il campo alla paranoia. La paranoia del sistema. 3. Potere al popolo Lennon firma l’autografo al suo assassino poche ore prima di essere ucciso “Ipocrita” è una parola che ricorre molto spesso nel romanzo Il Giovane Holden di Salinger, il libro che l’assassino di Lennon aveva con sé il giorno dell’omicidio. Quella di ipocrisia è la maggiore fra le accuse che sono state rivolte all’artista e che sono riuscite a scalfire l’aura di santità prodotta dalla sua morte violenta che ne ha fatto un’icona a metà fra Che Guevara e Padre Pio (o “Martin Luther Lennon”, come ironicamente disse McCartney). Presentarsi come un “working class hero” e vivere da nababbo, farsi emblema del pacifismo ed essere un violento (su questo c’è pieno accordo fra i i figli Julian e Sean) possono sicuramente essere fatti oggetto di interesse per rotocalchi scandalistici, ma nessuno ha mai rimarcato che il vero elemento caratterizzante il messaggio politico di Lennon è il populismo anti-sistema che ne fa il primo grande campione pop di quella forma mentis. Questa concezione considera il popolo come un’entità naturalmente etica la cui volontà collettiva non necessita di rappresentanza e mediazione (“Power To The People”). Oggi direbbe che “decide la rete”. La stessa Imagine, più che quel manifesto anarco-pacifista che qualcuno ha voluto vederci, è un esercizio di imbarazzante qualunquismo. Tutto ciò non è di certo alieno alla lettura cospirazionista già incontrata, coma sa qualunque avvertito cittadino europeo di questa epoca. Infatti il populismo comporta la sfiducia nel potere delle elìte, quelle palesi ma ancor meglio quelle occulte. La “casta”, le lobby, i “poteri forti”. Questa forma mentis è particolarmente prona a quella che Karl Popper definiva “teoria cospirativa della società”. Alla base ne è il “costruttivismo”, cioè l’idea errata che laddove esistono fenomeni sociali, dietro vi è qualcuno che ha cospirato per portarli a compimento. La teoria cospirativa della società, quindi, del costruttivismo sociale è la versione accusatoria. Se, infatti, tutto è pianificato, dietro ogni evento negativo c’è un piano maligno ordito da cospiratori. La verità, come sottolinea Menger, è che i fenomeni sociali sono quasi tutti costruzioni autopoietiche, senza alcuna regia. Si pensi al linguaggio [4] E’ altrettanto vero che le azioni umane hanno conseguenze inintenzionali, non previste, talvolta perfino controproducenti rispetto l’intenzione originaria (nessuno aveva previsto la ferita al costato…) che rendono improponibile l’idea di infallibili disegni su vasta scala. Eppure oggi il complottismo è diventato mainstream. A questo scetticismo per le verità ufficiali non può sfuggire neppure la “scienza” e la medicina – il complotto di Big Pharma! – e il nostro Lennon si guardava bene dall’esimersi da questa diffidenza. Benché consumasse quantitativi industriali di marmellata, intratteneva i suoi cortigiani con lunghi sermoni sui danni dello zucchero letti in qualche testo di medicina alternativa. Eroina, cocaina ed LSD non lo preoccupavano quanto lo zucchero, infatti ne abusava. Fumava anche molto, ma ebbe a dire “I Macrobiotici non credono nel cancro. Che ti sembri una scusa o meno, sappi che i macrobiotici non pensano che il fumo faccia male” ma poi prudentemente aggiungeva “Se moriamo, ci siamo sbagliati” (qui). Del resto, il suo miglior album, Plastic Ono Band, era ispirato alla sua esperienza con la terapia dell’ Urlo Primordiale di Janov, una ciarlataneria pseudoscientifica, equivalente psicoanalitico delle varie terapie alternative tradizionalmente care a populisti e complottisti. Per dare un’idea completa della psicologia del nostro, si sappia che Lennon affermava anche di essere stato rapito dagli extraterrestri. John Green, il lettore ufficiale di tarocchi della coppia Lennon-Ono, ci ha poi raccontato (qui) molto della fascinazione occultistica dei due. Non sarà un caso se Gianroberto Casaleggio, il guru del Movimento 5 Stelle che ne condivideva lo gnosticismo di stampo New Age e alcuni tratti somatici, enfatizzasse tale somiglianza utilizzando capelli lunghi e occhiali tondi. Casaleggio e Lennon Tutto, insomma, lascia immaginare che, fosse vivo, oggi John Lennon sarebbe il megafono della becera onda di populismo e demagogia che sta investendo le democrazie occidentali, con buona pace di chi ne ha fatto una icona ganhiana e progressista. Chi, scoprendo che coloro i quali lo conobbero nell’ultima fase della sua vita lo descrivono come un fan delle politiche reaganiane , parla di un suo spostamento a destra, partendo dal precedente radicalismo di sinistra, non capisce che già quel radicalismo, superficiale e post-moderno, era espressione del medesimo qualunquismo. 4. A mo’ di conclusione Quando la notizie irruppe nelle nostre vite, anche io ero un ragazzo irrequieto pronto a vendersi cara la propria adolescenza. Un giovane Holden febbricitante. Da quel letto scesi con un nuovo santino a far da segnalibro al mio catechismo socialista e libertario. John divenne il prototipo del rock hero, acidulo, sfrontato, sperimentale e pronto a dar scandalo. Paul, sospeso fra l’immenso ed il melenso, mi pareva al confronto borghese e piacione. Solo col tempo capii che, nonostante le apparenze, era il buon Macca, frequentatore dei giri underground e appassionato di Luciano Berio e Stockhausen, la vera forza «d’avanguardia» dei Fab Four. A lui si devono non poche tra le trovate più sperimentali, dai pezzi di legno inseriti fra le corde del pianoforte ai nastri in loop della lennoniana Tomorrow Never Know. Talvolta i complottisti hanno ragione. Non sempre le cose sono quelle che sembrano. Tutto ciò mi pare la metafora di qualcosa. Ancora non so bene di cosa; quel che però è certo è che Lennon si configura come la forza dionisiaca dell’adolescenza, confuso grumo desiderante di utopie e acidità, mentre McCartney è maturo equilibrio apollineo. Lennon fu nume tutelare della mia adolescenza. Bisogna sempre uccidere il proprio padre. Io l’ho fatto. Come Chapman ho indugiato prima di premere il grilletto. Passare dall’incanto al disincanto è annuncio del sopraggiunto illuminismo individuale. Questo significa lasciarsi dietro il bisogno di falsi miti ma anche il populismo, l’ irrazionalismo, la paranoia, la palingenesi semplicistica e lo scetticismo radicale. La conclusione, se mai ce ne è una, è che nel pop come in politica, chi a vent’anni non sia stato lennoniano e a cinquanta non sia maccartiano non ha capito niente. Luigi Chapman Ono Corvaglia Note
[1] http://it.wikipedia.org/wiki/Leggenda_della_morte_di_Paul_McCartney
[2] Molti altri “indizi” si possono trovare qui: http://www.massimopolidoro.com/ita/indagini/paul-e-morto-lo-strano-caso-del-doppio-beatle/galleria-fotografica.html
[3] Menger, C., Il metodo della scienza economica, UTET, Torino, 1937, pag. 112 #JohnLennon #BigPharma #cospirazione #complottismo #GeorgeSoros #LuigiCorvaglia #sciechimiche

Lo specchietto dell’integralismo laico

Luigi Corvaglia Io mi curvo sotto il peso della rassegnazione altrui. A. Libertad Un luogo comune ampiamente diffuso in questa triste stagione di dominio della neo-lingua orwelliana (quella per cui “la guerra è pace e la schiavitù è libertà”) afferma essere in corso una “offensiva laicista”. In altri termini, fra le banalità più pervasive dell’era del cretinismo come valore assoluto c’è la denuncia del paradosso per cui “i laici vogliono imporre la laicità“, quindi, che “i laici sono totalitari” (cosa che, in effetti, equivale a dire che “la pace è guerra”). Laicista è il termine comparso da qualche anno nel dizionario della neo-lingua proprio per definire il partigiano di tale supposto estremismo ateo, un fondamentalismo di segno uguale e contrario a quello clericale. Il laicista, infatti, vuole imporre a tutti la stessa morale. Insomma, per clericali, teo-dem e neo-con, i laici ed i libertari sarebbero contraddittori, intolleranti e assolutisti. Non sarebbe necessario spendere troppe parole per mettere in evidenza le fallacie di un argomento che si smonta alla minima applicazione cognitiva. Pochi, però, sembrano applicarsi. Il sistema perché il bue dia del cornuto all’ asino, in sostanza, è tutto nell’ utilizzo di sillogismi errati. La logica aristotelica viene truffata da sentenze espresse nella neo-lingua. Così, pretendere autonomia per sé e per gli altri, come fanno i laici, sarebbe praticare la “schiavitù“, mentre imporre agli altri “valori non negoziabili”, come vogliono i chierici, sarebbe libertà. Non ci si aspettano, del resto, prestazioni migliori da chi predica il monopolio ideatico e morale, perchè ciò viene fatto sulla scorta di un utilizzo a dir poco parsimonioso della logica. E’ però da rimarcare come il cretinismo montante abbia ormai fatto terra per porci anche del supposto fronte “laico”. Sentenze di simile tenore, infatti, sono spesso espresse dagli esponenti del buonismo post leninista, del kennedismo alla vaccinara, dell’ecumenismo luogocomunista, della sinistra del cilicio, della retorica del progressismo “tutti si e tutti ma”, del liberalismo de noantri. Perché – ci viene spesso chiesto, con aria gesuitica e malandrina, dai portatori sani di buon senso – tutto questo astio nei confronti delle pretese della Chiesa? Non sarete pure voi – dicono questi progressisti assennati, con la sufficienza di chi la sa lunga – degli intolleranti come rimproverate essere i cattolici? Vorreste forse imporre – parola che viene sardonicamente sottolineata con malizia – la vostra morale laica? A questo punto, forse, è il caso di spenderla qualche parola. Innanzitutto, una premessa: la libertà è un bene indivisibile, è, tecnicamente, un bene pubblico. Un bene si definisce pubblico quando, una volta disponibile, non è possibile non usufruirne (non escludibilità) e quando è indivisibile (la libertà non si fa a fette). Sicché, per quanto io possa essere egoista nel desiderare la mia libertà, perfino il mio voler secedere da qualunque ordinamento coercitivo, come farebbe un anarchico individualista, il mio egoismo può esprimersi in concreto solo nel desiderare la produzione di un bene pubblico, ossia la libertà per tutti; essa è co-condizione per il realizzarsi della mia. E’ qui che un lettore poco attento, forse sprovveduto, sicuramente prevenuto, potrebbe sottolineare un paradosso d’illibertarietà nel mio voler “imporre” la libertà a chi non la vuole. Ripeto, potrebbe farlo solo un lettore talmente poco avveduto che ignora che, se ogni “bene pubblico” presenta le caratteristiche di indivisibilità e non escludibilità, solo il bene pubblico “costrizione” viene realmente imposto. Infatti, proprio perché indivisibile, la costrizione non permette spazi di libertà neanche per chi non condivide la scelta costrittiva. Il bene pubblico “libertà”, di contro, proprio in virtù della sua non escludibilità, permette ogni cosa a tutti. Fra le cose che permette è inclusa la volontaria sottomissione alle autorità secolari, spirituali o morali liberamente scelte. Ciò per l’elementare cognizione, in possesso di chiunque sappia cosa sia una matrioska, che la forma più piccola rientra in quella più grande e non viceversa. Avere a disposizione un piccolo spazio, cioè, permette di muoversi ben poco; aver a disposizione un grande spazio permette un raggio d’azione molto maggiore, ma, è chiaro, non obbliga affatto a percorrere l’intero territorio. Ecco perché la laicità non ha nulla a che vedere con un integralismo ateo che, nella psicotica logica anti-laicista, rispecchierebbe quello clericale in termini di assolutismo. Imporre” libertà o costrizione, quindi, non sono atti equiparabili in termini libertari (oltre che logici). In definitiva, il coercitivo decide per sé e anche per gli altri, il libertario solo per sé. L’integralista cattolico, ad esempio, essendo ostile al divorzio, pretende di vietarlo a tutti, incluso a chi, non essendo portatore dello stesso orizzonte morale, vorrebbe divorziare. Il divorzista, per contro, pretende di essere libero di divorziare ma non impone affatto ad alcuno di farlo se non vuole. Solo il primo, quindi, mette in atto una reale imposizione, perché gli effetti indivisibili prodotti dal “bene” costrizione ricadono su ogni individuo costringendolo entro angusti limiti, che questi non ha autonomamente fissato. Quindi, il sillogismo anti-laico è errato perché la premessa principale “chi vuole imporre una concezione è un autoritario” è viziata dall’utilizzo improprio del concetto di imposizione. Avrebbero ragione i chierici di ogni ordine e grado solo se lo stato laico – o la libera organizzazione che lo avesse sostituito – imponesse per legge il divorzio ai coniugi litigiosi, l’aborto ai genitori di figli deformi, l’anticoncezionale a chi ha troppi figli, il matrimonio agli omosessuali che si amano, le adozioni a quelli che convivono, l’eutanasia a chi soffre senza speranze di guarigione, l’ateismo a tutti. Ma non è questa la pretesa del laico, proprio perché è laico. Si pone però il contrario. Lo stato teocratico vieta a tutti tutto ciò. Quello che gli piace è il bene per tutti, incluso chi non gradisce. Di contro, quello che è il bene a giudizio degli altri, se a lui non piace, non deve piacere neppure agli altri. E’ la stessa logica in base alla quale qualcuno potrebbe pretendere di vietare i carboidrati a tutti gli altri perché lui è a dieta. Il libertario non impone nulla, permette, il chierico non permette nulla, impone. Non esiste alcuna specularità dogmatica. Come diceva Gaetano Salvemini, Il clericale pretende rispetto per sé in base al principio liberale, salvo reprimerlo negli altri in base al principio clericale. Ciò andrebbe tenuto a mente ogni qual volta un prete o un guru si appella ai principi liberali. Infatti, se ritiene necessario farlo è molto probabile che siano proprio quei principi che egli sta mettendo in pericolo. Altrimenti, nessun culto è a rischio in una società laica. Allora, perché tanto astio, mi chiedeva l’amico di buon senso, quello del giusto mezzo che è sempre giusto perché è proprio in mezzo? Perché, in definitiva, l’atteggiamento di acquiescenza del soggetto prono ai diktat di entità sovrapersonali non incide solo sul suo status, ma produce effetti indivisibili, esternalità, dicono i giuristi, anche nei miei confronti. Ciò consolida, di fatto, il potere dei titolari della coercizione non solo nei suoi confronti, ma anche nei miei. Egli, decidendo per sé, decide per me. Sicché chi dà consenso alla coercizione è avversario della libertà, mia e di chi la pensa come me, non meno di chi la coercizione la pratica. Perché tanto astio, amico assennato? Perché – ora dovrebbe essere chiaro – chi dà il consenso alla coercizione è mio avversario non meno di chi mi punta una pistola alla tempia.

Proudhon nello spazio

di Luigi Corvaglia Soggetto per un film di fantascienza: in un futuro in cui i viaggi nello spazio sono realtà, una azienda multinazionale, la Rothbard Corporation, ha acquisito il controllo di ogni singolo centimetro del pianeta grazie a spregiudicate, ma non illegali, transazioni economiche e pianifica di espellere parte dell’umanità inviandola nelle colonie extraterrestri. Ipotesi assurda? Si, sul piano della probabilità, non su quello della legittimità logica, secondo alcuni. Infatti, esistono dei tizi che ritengono che se qualcuno diventasse con mezzi legali proprietario del mondo, questi potrebbe legittimamente espellere dal pianeta anche tutti gli abitanti. Questi tizi si chiamano giusnaturalisti. Poco importa che l’ipotesi sia improbabile o, allo stato attuale, impraticabile. Ciò che conta è che questo è l’esito di una logica che opera con limpida consequenzialità sulla base della premessa giusnaturalista. Esisterebbe, secondo questa concezione, un apriori, un requisito che preesiste al mercato come Dio all’universo: il diritto naturale alla proprietà. Se questo è naturale, perchè connaturato all’umano, ogni azione che tenda a limitare la libertà del proprietario di disporre come vuole di ciò che è suo si configura come un crimine contro natura e una lesione di diritti inviolabili. Fra questi diritti, anche lo “ius excludendi alios”, cioè quello di riempire le navicelle spaziali per scacciare le non gradite pertinenze umane della proprietà. Partendo dalla premessa giusnaturalista, benchè paradossale, questo sarebbe un esito del “mercato”, anche se ucciderebbe il mercato stesso. Ne deriva che una eventuale resistenza armata di parte della popolazione si configurerebbe come una forma di banditismo messa in atto dai nemici del libero scambio. La schiavitù è libertà, in un mondo orwelliano. Nel nostro film, abbiamo una rivolta contro la Corporation. Molti dei ribelli sono socialisti, collettivisti, quindi ostili alla Corporation perché contrari al concetto stesso di proprietà e di mercato. Il capo dei ribelli, però, non è un socialista. Si chiama Warren Spooner e ritiene che una organizzazione sociale che vietasse proprietà e scambio non sarebbe diversa dalla Corporation nei suoi esiti. Egli, però, non è un teorico dei diritti naturali. L’eroe senza macchia è un utilitarista. Ritiene, cioè, che la proprietà non sia necessariamente “giusta”, ma utile, nel senso che produce esiti che per la maggior parte della gente sono migliori della sua abolizione. Ritiene che sia una scelta collettiva, perché permette il libero scambio, non una immanente qualità umana. Per Warren è “mercato” qualunque arrangiamento frutto di accordo e “non mercato” qualunque soluzione che non derivi da accordo, ma imposta. Come è l’espulsione dei terrestri dal pianeta. Ne deriva che perfino la proprietà nasce dal mercato, ne è una “emergenza”. Non ha nulla di sacro e intangibile. È una convenzione, sempre rivedibile, frutto di un accordo (“facciamo che ognuno possiede il frutto del proprio lavoro”). Il mercato, cioè la gente in interazione reciproca, può quindi rivedere le sue scelte. L’insurrezione armata della popolazione e l’esproprio delle terre al proprietario del mondo sono quindi azioni “di mercato” che concretizzano le scelte degli attori che lo costituiscono. Gli esclusi devono ribellarsi per salvare il mercato. È la proprietà della Rothbard Corporation, piuttosto, che rappresenta un furto ai danni degli abitanti del mondo. Solo le proprietà individuali dei terrestri possono bilanciare questo potere oppressivo e garantire una difesa contro di esso. I singoli poteri degli individui in equilibrio garantiscono lo scambio. I briganti salvaguardano il mercato! Il film si basa sulla contrapposizione fra queste due logiche, giusnaturalismo e utilitarismo, che stanno fra loro come l’etica del principio e l’etica della responsabilità di Max Weber. Queste due concezioni da sempre contrapposte sono state però entrambe accolte da una medesima persona. Questi era Pierre-joseph Proudhon. Nel 1865, nella sua Quarta memoria sulla proprietà, infatti, il tipografo di Becancon approdò ad una lettura utilitaristica della proprietà proponendola quale unico argine difensivo all’abuso dello Stato. Eppure non rivide mai la concezione della proprietà quale furto proclamata nel suo famoso pamphlet del 1845, Che cos’è la proprietà. La proprietà rimane un abuso (come nel ’45), ma è anche un contropotere ad un abuso ancora maggiore, lo Stato. Ricordiamo che Proudhon fu il primo pensatore a definirsi orgogliosamente anarchico. L’elemento di interesse per il nostro film, però, è che Proudhon era un giusnaturalista. Si potrebbe quindi presupporre che nella guerra fra il proprietario del mondo e i ribelli egli si sarebbe situato fra i partigiani del primo. Invece, è proprio in quanto giusnaturalista che nel 1845 egli negava che fra i diritti naturali potesse rientrare la proprietà. È per questo che, 25 anni dopo, potrà affrontare la questione della proprietà secondo una lettura basata sull’utile. Proudhon, in pratica, smonta le pretese della Rothbard Corporation partendo dalle stesse premesse utilizzate dai proprietari a sostegno della loro legittimità. Vediamo come. 2. La proprietà non è un diritto naturale. Innanzitutto, il francese nota che per la proprietà, la quale si presenta quale diritto “solo in potenza, come una facoltà inattiva e fuori servizio”, viene meno il criterio di universalità che caratterizza necessariamente i diritti naturali. Sarebbe grottesco affermare che “tutti gli uomini hanno un diritto eguale a proprietà ineguali”. I diritti, infatti, sono “inalienabili” per definizione e non suscettibili di crescite e diminuzioni. Soprattutto, però, avendo la Dichiarazione dei diritti individuato i quattro diritti imprescrittibili dell’uomo in quelli alla libertà, all’uguaglianza, alla sicurezza ed alla proprietà, Proudhon nota come il quartetto sia stonato. Se realmente realizzati e rispettati, infatti, i diritti alla libertà, all’uguaglianza e alla sicurezza si completano a vicenda e portano alla concordia sociale. Armonizzano. Non funziona così per la proprietà. Scrive : La libertà e la sicurezza del ricco non soffrono della libertà e della sicurezza del povero: anzi, possono rafforzarsi e sostenersi scambievolmente: al contrario, il diritto di proprietà del primo deve essere continuamente difeso contro l’istinto di proprietà del secondo. (…) Così il ricco ed il povero sono in uno stato di diffidenza e di guerra reciproca! Ma perché si combattono? Per la proprietà; dunque la proprietà comporta necessariamente la guerra alla proprietà!(da Che cos’è la proprietà?) Se, in altri termini, gli altri tre diritti portano all’avvicinamento, all’unione, alla socialità, la proprietà si palesa quale diritto antisociale, dotato di una forte carica disgregante. Non è quindi su tali basi che può considerarsi un diritto “naturale”. Su quali allora? I giusnaturalisti hanno ancora due carte, quella del “lavoro” e quella dell’ “occupazione”. Partiamo da quest’ultima. E’ idea ben nota per cui si rivendica il naturale diritto all’occupazione della “terra” – intesa latamente come qualunque mezzo di produzione che non sia già in mano ad altri. Gli abitanti del nostro pianeta scacciati potrebbero legittimamente occupare la terra delle colonie extra-terrestri e appropriarsene, per poi scacciare eventuali nuovi migranti giunti successivamente. “Ci dispiace. Occupato. Siete arrivati tardi “. Qui Proudhon riprende un discorso di Cicerone: Il teatro, dice Cicerone, è comune a tutti; e tuttavia il posto che ciascuno vi occupa è detto suo; nel senso che è da lui posseduto, non che è di sua proprietà. Questo paragone annienta la proprietà; esso implica inoltre l’eguaglianza. Posso forse in teatro occupare simultaneamente un posto in platea, un altro nei palchi ed un terzo in galleria? (…) Secondo questo paragone, ciascuno può sistemarsi come preferisce nel suo posto, può abbellirlo e migliorarlo: ma la sua attività non deve mai superare il limite che lo separa dagli altri.(da Che cos’è la proprietà?) In altri termini, se ogni uomo ha eguali diritti di lavorare e produrre, è ovvio che debba godere anche del diritto di occupare la terra, i mezzi di produzione. Da ciò non discende affatto la proprietà dei mezzi, ma solo il loro usufrutto. Ciò per un concetto tanto logico quanto semplice. Se nel teatro di Cicerone o nel cinema in cui si programma il nostro film entrano altre cento persone, chi già vi si trovava ad usufruire degli spazi, si stringerà per far posto ai nuovi arrivati. Toglierà cappelli e cappotti dai sedili vicini, ad esempio. Ciò vuol dire che il diritto di occupazione è variabile. Insomma, poiché la misura dell’occupazione dipende dalle condizioni variabili dello spazio e del numero, la proprietà non può costituirsi (ibidem). Ora i vari lettori che si imbattono nella definizione della proprietà come furto non dovrebbero più incorrere nell’errore che fu anche di Marx e di Stirner, quello di cogliervi, secondo il noto luogo comune, una contraddizione (“come si può rubare se non c’è proprietà?”) . Il furto è nel fatto che chi si considera proprietario si appropria, sottraendolo definitivamente a tutti gli altri, di un bene a cui tutti hanno uguale diritto d’usufrutto. È quello che fa la Corporation al resto degli abitanti nel nostro film. Arriviamo ora all’argomento principe, il pilastro della teoria della proprietà. E’ quello del “lavoro”. L’idea lockiana del mescolamento del proprio lavoro alla terra fondandone la proprietà. Il proprietario ha migliorato la terra e ha creato il prodotto. “Ma chi ha creato la terra? Dio. In questo caso proprietario ritirati”, scrive Proudhon. Se è innegabile che chi produce qualcosa ha il diritto di possedere tale prodotto ( possesso), di certo non può vantare diritti sullo strumento che non ha creato (proprietà). “Il pescatore”, continua il francese, “che, sullo stesso litorale, è capace di prendere più pesci degli altri diventa forse, per questa sua abilità, proprietario dei paraggi della pesca?” (Che cos’è la proprietà?) . Ebbene, a dimostrazione del fatto che la lettura di Proudhon non si limita alla mera e sterile ricerca dello storico, c’è proprio l’attualità della questione del lavoro che è da sempre uno degli ambiti più molli del fianco del liberismo di marca giusnaturalista. Si è, infatti, molto discusso sulla vaghezza del concetto di lavoro. Sembra che a Murray Rothbard, principale teorico dell’anarcocapitalismo, basti il lavoro di recintare un terreno per renderlo di sua proprietà. I nostri terrestri scacciati trasformati in coloni dovrebbero solo far questo nei loro nuovi pianeti. In realtà, non si capisce come stendere una recinzione lungo una strisciolina di terra possa comportare la proprietà della vasta area contenuta entro quei limiti e sulla quale non si è effettuato alcun lavoro. Si è poi fatto notare che nulla in una recinzione migliora un luogo, per cui, se è la sola e semplice azione sulla terra a permettere di sancirne la proprietà, anche urinare in mare, qualcuno ha detto, dovrebbe rendere padroni di un certo tratto di costa! Pur presupponendo che sia possibile definire cosa sia lavoro e cosa no, e perfino accettando che ogni lavoro comporti un miglioramento, cosa oggettivamente definisce il “miglioramento” nello stato della “terra” rispetto alla condizione precedente? Produrre onde radio migliora o peggiora l’atmosfera? Il miglioramento percepito da alcuni fruitori della “terra” in che modo comporta la necessaria accettazione della proprietà da parte di tutti quanti gli usufruttuari che non ritengono che detto lavoro abbia comportato un miglioramento? Questi sofismi, pur nei loro tratti caricaturali, evidenziano la vaghezza dei criteri in merito. Come non bastasse, procedendo ancora ad un ragionamento per assurdo che dia per scontata la logica dell’appropriazione tramite il lavoro, il punto centrale che invalida l’idea “naturale” del diritto di proprietà frutto del lavoro è nella estrema contraddittorietà che si coglie ponendosi la domanda di cosa giustifichi la proprietà dei latifondisti o dei proprietari d’industria. Questi, ricorda Proudhon, posseggono enormi territori (o fabbriche manifatturiere) che non lavorano ma da cui ricavano delle rendite. Probabilmente essi hanno lavorato in passato e, quindi, acquisito il diritto alla proprietà di tali beni. Ma oggi? Il contadino salariato, il colono, l’operaio continuano a lavorare quelle stesse terre, quegli stessi mezzi di produzione e ne trae dei prodotti. Eppure non ne acquisisce la proprietà. In base al principio per cui il lavoro fonda la proprietà, questi avrebbe diritto, non solo ai prodotti, ma anche ad una quota della terra. Ma ciò non avviene. Insomma, ciò che fu valido per alcuni, non può più essere valido per altri. La seconda ondata di coloni terrestri del nostro film non godrebbe degli stessi “diritti naturali” della prima ondata che ha fondato la propria proprietà sul lavoro. Ciò è un controsenso. In definitiva, la proprietà, che l’autore distingue nettamente dal possesso, è il fatto economico attraverso il quale un oggetto nelle proprie disponibilità diventa creatore d’interessi. (l’intraducibile droit d’aubaine).
Non solo si ritrova in queste considerazioni il germe del concetto marxiano di “alienazione”, ma a Proudhon è da attribuirsi anche la paternità di quella teoria del “plus-valore”, generalmente considerata parto del pensatore tedesco. Il francese la esprime nei termini della forza collettiva: Duecento granatieri hanno alzato sulla base in qualche ora l’obelisco di Luxor; si suppone che un solo uomo, in duecento giorni, ne sarebbe venuto a capo? Tuttavia, per il conto del capitalista, la somma dei salari sarebbe stata la stessa. (Che cos’è la proprietà?) Il profitto del capitale è nella sproporzione fra le somme consegnate ai lavoratori per le loro singole forze e il prodotto collettivo creato, frutto di una forza collettiva non conteggiata ed intascata dal capitalista. Un furto, quello della forza collettiva, perpetrato sulla scorta del furto primordiale, la proprietà.
In conclusione, ci dice Proudhon, La proprietà non esiste per se stessa; per prodursi, per agire, ha bisogno di una causa esterna, che è la forza (l’ocupazione) o la frode (far credere che dal lavoro discenda la proprietà).(da Che cos’è la proprietà) In realtà, ce ne sarebbe un’altra, ma nulla ha a che fare con i diritti naturali: è l’accordo. Ma questo è un’altro film. #anarcocapitalismo #capitalismo #MurrayRothbard #anarchia #PierreJosephProudhon #liberalismo #assolutismo #liberismo #LuigiCorvaglia #Liberomercato

I capelli di Foucault

Luigi Corvaglia Michel Foucault 1. Due francesi Se dicessi che la cosa che più apprezzo di Michel Foucault è la pettinatura, qualcuno mi farebbe notare che il filosofo era calvo. Se dicessi, invece, che ciò che più apprezzo di lui è il suo anarchismo, nessuno avrebbe da obiettare. Sennonché, l’anarchismo prevede l’amore per la libertà quanto una pettinatura prevede dei capelli. Si dà però il caso che la calvizie del francese è un dato evidente e dimostrabile, benché questi appartenesse ad un filone di pensiero, il post-modernismo, che nega valore ai fatti abbassandoli al rango di opinioni; invece, la decantata valenza libertaria del suo pensiero è solo un’ opinione elevata a fatto. Dell’amore per la libertà di Foucault si può avere un valido saggio leggendo i suoi entusiastici reportage dall’ Iran integralista di Khomeini. Infatti, inviato a Teheran dal giornale italiano “Il Corriere della Sera” nell’immediatezza della rivoluzione del ’79, Foucault fu conquistato dalla “bellezza” del regime medioevale dell’ Ayatollah. A chi gli chiedeva come potesse trovare così bello il totalitarismo teocratico, rispondeva Essi non hanno un regime di verità equivalente al nostro che, d’altro canto, è del tutto particolare anche se è diventato quasi universale.1 Il sistema per evitare una domanda scomoda è sempre quello di affermare che la domanda è sbagliata. Il sistema francese è dire che la domanda è sbagliata perché presuppone l’esistenza della realtà. E’ nella realtà, infatti, che stanno le fucilazioni di regime, la discriminazione delle donne, le esecuzioni per adulterio e quelle per omosessualità (quindi, anche per Foucault, fosse stato iraniano). Ma i khomeinisti, ci dice Foucault, hanno un “regime di verità” differente. Infatti, la nostra verità, che crediamo universale è, invece, “del tutto particolare”. Ora, se la realtà non è oggettiva ed è solo una lettura fra le tante possibili, se non esistono conoscenze ma solo punti vista, se giustizia e diritti non sono dati universali ma concetti locali e storicizzati, il giudizio su qualsiasi cosa diventa impossibile, perché sempre arbitrario. E’ proprio questo il messaggio di impotenza che viene annunciato da quel vasto fiume di teorie (decostruzionismo, strutturalismo, post-strutturalismo, ecc.) che danno forma al “pensiero post-moderno”. Affondato nello scetticismo di Nietzsche e Heidegger, due autori connessi più al nazismo che a idee di liberazione, il postmodernismo passa per una filosofia libertaria, egualitaria e progressista. Chiameremo questo approccio indifferentismo relativista, perché nucleo ne è il relativismo radicale. Restiamo in Francia. Due signori discutono sul divieto del velo per le ragazze musulmane che frequentano la scuola pubblica. Uno dei due è un cittadino democratico e di mentalità aperta, l’altro un esponente di un movimento di estrema destra. Chi dei due è più probabile che ritenga giusto salvaguardare il diritto della ragazza ad indossare il velo? Avete detto il primo? sbagliato, è il secondo. Infatti quest’ultimo è Alain de Benoist. Questi è il principale esponente della Nouvelle Droite. Sotto questo nome si raggruppa un movimento d’opinione conservatore, reazionario, anti-moderno ed anti-egualitario. Eppure, davanti all’ idea di censurare i costumi altrui in nome dei diritti civili la sua risposta è indistinguibile da quella del radicale di sinistra Foucault. Infatti, dice: È essa [la modernità, NdR], infine, che ritroviamo nell’avvento della nuova religione dei diritti dell’uomo, che pretende di sottomettere la Terra intera ai suoi diktats giuridici e morali.2 In altri termini, de Benoist ci dice che ogni popolo ha una sua scala di valori morali, pertanto l’imposizione dei valori dell’Occidente (“la nuova religione dei diritti dell’ uomo”) è una forma di imposizione di una idea dominante, quella liberal-democratica, che si vuole universale. Le affermazioni di de Benoist e Foucault sembrano due mele cadute dallo stesso albero. Il marxista eretico e libertario (nonché calvo) rifuggiva le ideologie universaliste e cercava rifugio negli spazi marginali, celebrando qualunque cosa gli paresse non assimilabile, dalla teocrazia iraniana ai feticci sadomasochistici. Il criptofascista amante del paganesimo nordico rifugge l’universalismo moderno e celebra qualunque cosa gli appaia non ancora assimilato, dal velo islamico alle mutilazioni genitali femminili. Il paradosso del libertario che esalta il khomeinismo (libertarismo totalitario) fa quindi il paio col paradosso del fascista che rispetta le culture non europee e difende i costumi delle minoranze in nome del “diritto alla differenza” (totalitarismo libertario). La Nouvelle Droite osteggia tutte quelle politiche che mirano a superare naturali forme di arretratezza o di barbarie quali la discriminazione delle donne o, addirittura, l’infibulazione. Ciò perché opporsi a queste pratiche distruggerebbe le radici culturali di un’etnia, quindi la sua identità. A prima vista, chi difenda la libertà di una studentessa di portare il velo a scuola appare persona aperta e democratica, un tutore della libertà personale e dei diritti dell’individuo. Il tipo di proposta della Nouvelle Droite, però, è solo apparentemente rispettosa di fedi e costumi. Nel nome delle differenze fra culture, ritenute inconciliabili, si propone infatti un “multiculturalismo” ben lontano dall’idea del “meltin’ pot”, della confluenza di tutti in un gran calderone nel quale si sviluppano varie forme di incrocio e arricchente “meticciato” culturale, bensì la creazione di isole culturali non occidentali all’interno dei paesi industrializzati, proprio al fine di evitare tale confluenza e commistione. Una logica, fa notare Pierre-Andrè Taguieff, che nel passaggio dalla razza alla cultura non perde un grammo della sua carica di pregiudizio. A ciò si è dato nome di razzismo differenzialista. Ai fini del nostro discorso, che è centrato sulla neutralità di alcune correnti di pensiero nei confronti di idee e pratiche incompatibili con i diritti umani, useremo la definizione di indifferentismo differenzialista. Alain de Benoist 2. Culti e multiculturalismo Riduzione in schiavitù, sfruttamento, abusi, umiliazioni, violenze fisiche e psicologiche non sono solo il portato di larghe culture non occidentali. Infatti, se una cultura è un patrimonio di idee tipiche di vasti aggregati umani, i sistemi di credenze e costumi condivisi da gruppi umani ristretti sono delle micro-culture. Queste possono essere culti religiosi minoritari oppure congreghe di seguaci di pratiche mediche alternative o, ancora, i gruppi ideologici estremisti. Questi aggregati si configurano spesso come gruppi totalitari. Così come per le “meta-culture”, anche nei confronti dei gruppi coercitivi ci si può porre in due modi, quello della censura e quello dell’indifferenza. In una società liberale e democratica è prevalente la scelta indifferentista in nome della laicità e del multiculturalismo, ma, come abbiamo visto, si fa presto a confondere il “grano” con l’ “oglio”, il liberale con il partigiano dei totalitarismi, il fascista col difensore delle minoranze. Il problema sorge quando a fronte di un proclamato distacco avalutativo, i supposti indifferenti si ergono a difensori dei culti contro le pretese di chi li ritiene luoghi di abusi e vessazioni. Un disinteresse che finisce non appena si toccano gli interessi dei gruppi coercitivi. I cosiddetti “apologeti dei culti” ricalcano quindi le logiche già viste per le culture ampie, cioè l’ indifferentismo relativista e l’ indifferentismo differenzialista. Apologeti liberali Alla prima tipologia si rifanno alcuni difensori dei culti che si considerano portatori della cultura liberale. Essi sono ovviamente relativisti, nel senso che ritengono che nessuno possa imporre un’unica visione del mondo e auspicano, quindi, quello che Max Weber definiva “politeismo dei valori”. Questa non può che essere un’idea emencipativa e di progresso, perché sappiamo bene che il relativismo occidentale è da sempre il nemico dell’assolutismo religioso e politico, quindi la vera base della libertà. Se non possiedo verità indiscutibili non vorrò mai imporre dogmaticamente, ex auctoritate, qualcosa a chicchessia. Il concetto di laicità è tutto qui. Intessuto com’è di relativismo, pluralismo, libertà e tolleranza. Presentarsi come relativisti è quindi un ottimo biglietto da visita per un progressista. Peccato che spesso questo progressismo sia concreto come i capelli di Foucault. Infatti, una cosa è affermare che non si possa mai dire di possedere la verità, concetto base del liberalismo, un’altra affermare che la verità non esiste, che è una costruzione culturale. Certi sedicenti liberali passano talvolta di straforo questo confine. Come scrive Maurizio Ferraris: Curiosamente, la “scuola del sospetto”, l’idea che si debba dubitare di tutto nasce come un esercizio critico, ma può avere esiti a dir poco dogmatici, perché ci insegna a dubitare non solo delle menzogne, ma anche delle verità, rendendo con questo un eccellente servizio al falso, che viene posto sullo stesso piano del vero. Questo principio, che se applicato alla scienza rende indistinguibile un medico da uno sciamano e un astronomo da un astrologo, risulta particolarmente drammatico nel caso della storia, perché fa calare un condono tombale sulle peggiori tragedie dell’umanità.3 Questo comporta un duplice aiuto ai gruppi “alternativi”. Innanzitutto, un pensare che rifiuta il valore delle prove e rende “indistinguibile un medico da uno sciamano e un astronomo da un astrologo” facilita l’emergere di gruppi ostili alla scienza e basati su spiritualismi e soggettivismi. Questo avviene in un modo che è paradossale, perché, a dispetto del proclamato antiautoriarismo relativista, l’autorità, cacciata dalla porta, rientra dalla finestra. Come scrive Giovanni Jervis, In pratica non è vero che tutti i pareri siano ugualmente autorevoli; a qualche individuo più che ad altri – abbiamo tutti bisogno di padri, diceva Freud – viene attribuita una dose insolita di saggezza. In questo modo rifiutando l’autorità degli esperti ci si ritrova fra le braccia dei santoni.4 Oltre a contribuirne allo sviluppo, l’ “antiautoritarismo” relativista è un valido aiuto nella difesa dei gruppi totalitari. Infatti, gli apologeti dei culti difendono, con coerenza liberale, l’esistenza di ogni credo e pratica, ma il loro approccio diviene spesso analogo a quello di Foucault con l’Iran khomeinista. Presi, cioè, dalla foga libertaria rischiano di sorvolare su quanto di illiberale avviene nei culti. Questa è la maggiore contraddizione del relativismo culturale radicale. In altri termini, i suoi fautori pongono in premessa la superiorità dei criteri di laicità e tolleranza propri della cultura liberal-democratica, esattamente perché le altre culture non sono in grado di offrire niente di simile. Dopodiché, pretendono che gruppi o società che non accettano tali principi non vadano giudicate proprio in nome della relatività delle interpretazioni storiche della umana convivenza. Essi, in altri termini, dopo aver giudicato superiore la cultura includente e tollerante, giungono ad affermare l’equivalenza nel valore e nel diritto di ogni espressione culturale, incluse quelle intolleranti, dichiarando illegittima ogni comparazione. Scrive Nico Berti: Questa bislacca conclusione deriva dall’uso clamorosamente illogico dei criteri epistemologici propri del paradigma relativistico, che è teoricamente affermato, ma praticamente negato (sono, infatti, finti relativisti ma veri antiliberali)5 Che i difensori dei culti siano finti relativisti e veri antiliberali è dimostrato ogniqualvolta dalle seconde e terze file delle compagini di partiti e movimenti di ispirazione liberale si alzano peana a favore dei gruppi più indifendibili dal punto di vista etico e veri e proprie “crucifige” nei confronti di chi ne denuncia le malefatte, paradossalmente accusati di essere i nuovi “inquisitori”. I più naif fra gli esponenti della cultura relativista, insomma, derubricano abusi, manipolazioni, minacce, ricatti, violenze fisiche e psicologiche ad atti che non possono essere interpretati se non con un “regime di verità” locale e particolare, quello del gruppo. In questo modo, il diritto di culto e di associazione si mangia i diritti dei singoli individui producendo un paradosso imperdonabile per i veri liberali. Infatti, l’atteggiamento dei partiti sinceramente liberali è sempre stato di censura nei confronti dei regimi dittatoriali e di lotta alle pratiche offensive per la dignità umana. Ad esempio, le mutilazioni genitali femminili. Su questa aberrante pratica i partiti e movimenti liberali, come il Partito Radicale Transnazionale, hanno condotto forti campagne per l’abolizione6. Il paradosso è che se queste pratiche fossero compiute in un gruppo religioso minoritario gli esponenti meno svegli di questi stessi partiti ne difenderebbero la pratica in base al criterio relativista. Non si avvedono, questi paladini della libertà dell’aguzzino, di essere gli utili idioti dei promotori dei culti. Questi ultimi si richiamano ai principi di libertà operanti fuori dai confini del culto per potersi permettere di negarli all’interno del gruppo. Fu uno dei maggiori liberali italiani, Gaetano Salvemini, a notare che Il clericale domanda la libertà per sé in nome del principio liberale, salvo a sopprimerla negli altri, non appena gli sia possibile, in nome del principio clericale.7 Ciò è ancora più evidente sostituendo “clericale” con “guru”. Questa osservazione dimostra la differenza fra un gigante del pensiero e dell’azione liberale e i nanetti che si credono tali. Apologeti differenzialisti Gli apologeti di secondo tipo sono fondamentalmente membri di culti. Hanno dunque motivazioni più solide. La difesa che questi fanno del diritto alla differenza è assolutamente analoga a quella delle culture allogene nel razzismo differenzialista. Questi non ritengono affatto che tutte le idee, fedi e culture si equivalgano, ma propongono un “multiculturalismo” che permetta di salvaguardare le identità di ogni singola “cultura” in quanto questa legge generale comporta la salvaguardia della propria cultura in particolare. Una apertura posticcia, come i ricci sulla testa di Foucault. Nulla a che vedere, quindi, con il pensare liberale. Anche in questo caso, però, in nome del “rispetto” per le tutte le culture – si legga “i ricci di Foucault” – si finisce col dare eguale dignità alle idee democratiche come a quelle che, in nome del fanatismo religioso, negano la democrazia. Questo tipo di logica, quando applicato sul larga scala, comporta una convivenza con gli immigrati incentrata non sull’assimilazione, bensì sulla sopportazione. In tal caso, lo stato democratico rinunzia ad una parte dei propri diritti a favore di gruppi che non credono nella democrazia. Una democrazia coi buchi, come un formaggio svizzero. Lo stesso si verifica quando il multiculturalismo si applica ai culti. Si pretende dalle società liberal-democratiche che si favorisca al loro interno la vita di isole in cui le regole liberal-democratiche vengono sospese. E’ qui che l’ausilio e l’appoggio degli apologeti liberali (“il nemico del mio nemico è mio amico”) diviene importante e viene ricercato. Ciò che è grave è che viene in genere ottenuto. Animali fantastici e dove trovarli Benché possa apparire incredibile ed aberrante un’alleanza fra differenzialismo e liberalismo progressista, le valutazioni di Foucault e de Benoist sui diritti umani stanno a dimostrare che irrompere nelle alcove porta a scoprire strani compagni di letto. E’ una notte in cui tutte le vacche sono nere. Ad aggiungere ulteriori elementi di paradossalità è il fatto che questa inclinazione degli anti-relativisti a ricercare sponde fra i relativisti trova l’Italia quale teatro privilegiato della più bizzarra delle sue manifestazioni. Infatti, la culla del cattolicesimo può inaspettatamente vantare uno sparuto drappello di cattolici fra le fila degli apologeti dei culti. E’ una combriccola piccola ma estremamente rumorosa, come sono i cani di piccola taglia. Difficile per un profano capire come sia possibile che i fedeli di una religione che pone alla sua base dei “principi non negoziabili” e che è “universale” per definizione possa difendere culti palesemente anticristiani e accompagnarsi ai fautori dell’antiuniversalismo. E’ difficile, insomma, associare l’idea di relativismo al cattolicesimo. Eppure, Giovanni Jervis, in un profluvio di aggettivi che intagliano con precisione le caratteristiche del modello di cui parla, scrive: Esiste una sorta di ambiguo relativismo cattolico, buonista, irenico, possibilista, ipertollerante, generico, vago, accettante, benevolente, poco incline ad approfondire, amico dei dialoghi vaghi e talora insulsi e nemico delle discussioni serie, insomma un po’ qualunquista.8 Ecco. L’ecumenismo un po’ stucchevole e alla moda che distingue il cattolico “emancipato” non è un relativismo concreto ed integrale, ma ne ha l’apparenza e ne fa pienamente il gioco. Come giustamente fa notare Jervis, I cattolici più aperti e democratici, proprio con il loro eccesso di possibilismo relativistico, finiscono col rinunciare a esprimere una critica nei confronti dei fanatici e dei dogmatici di tutte le religioni: compresa, si noti bene, la loro9. Benchè, insomma, esista una notevole differenza fra il mellifluo relativismo condizionato del cattolico “democratico” e il relativismo scappato per la tangente di certi sedicenti libertari, questo “pensiero debole” cattolico può divenire facile preda di volontà ben più determinate che ne cavalcano le parole d’ordine. E’ vero, come fa notare Jervis, che “il cattolicesimo liberale finisce per fare il gioco del cattolicesimo intransigente”10, ma è anche vero che fa il gioco delle intransigenze di tutti gli altri culti. Non desta quindi sorpresa che le parole d’ordine dell’ecumenismo conciliare siano spesso utilizzate da esponenti di un cattolicesimo tutt’altro che aperto e progressista secondo la stessa logica che vede i proclami più “liberal” in bocca ai santoni più dittatoriali. Tutti calvi che si pettinano. Si assiste, insomma, ad un coacervo che, come una improbabile chimera, coniuga totalitaristi, liberali e clericali in un’unica schiera. Persone che dovrebbero agire in base alla weberiana etica della responsabilità come i liberali, in combutta con chi quest’etica combatte, come chierici e santoni, fautori dell’ etica del principio (e viceversa…). Roba da mettersi le mani nei capelli. Ad averceli. 1In Ween, F., Come gli stregoni hanno conquistato il mondo, pag. 90, Isbn Edizioni, 2005 (Ed. It.) 2De Benoist, A., Ribelli e Ribellione, Centro Studi Meridie, Testo di una conferenza tenuta a Parigi nel gennaio 2002 http://www.centrostudimeridie.it/documenti/Saggi/ribelli_e_ribellione.htm 3Ferraris, M., Nuovo Realismo, in Rivista di Estetica, 48/2011 https://estetica.revues.org/1538 4Jervis, G., Individualismo e Cooperazione. Psicologia della politica, pag. 138, Bari, Laterza, 2002 5Berti, G., Libertà senza Rivoluzione, pag. 329, Lacaita, Manduria, 2012 6 http://www.radicali.it/20121211/porre-fine-mutilazioni-genitali-femminili/ 7Salvemini, G., da Memorie di un fuoriuscito, a cura di Gaetano Arfè, Feltrinelli, Milano 1960 8Jervis, G., Contro il sentito dire, pag. 265, a cura di M. Marraffa, Bollati Boringhieri, Milano, 2014 9ibidem 10ibidem #sette #relativismo #AlaindeBenoist #GiovanniJervis #MichelFoucault #Scienza #laicità #differenzialismo #culti #liberalismo #NouvelleDroite #LuigiCorvaglia

Il fascismo discreto dell’antiborghesia 

di Luigi Corvaglia 1. Parte prima: Le relazioni pericolose “Ogni donna adora un fascista”, disse la poetessa Sylvia Plath. Non so. Non mi intendo di queste cose. Certo è che, nel caso la Plath avesse ragione, le donne odierne sarebbero condannate ad una feroce competizione, visto che sono pochi i fascisti disposti ad assumersi rischio e responsabilità di dichiararsi tali. Al contrario, ci sono fin troppi individui che fanno vanto di fede antifascista. Non disperino le signore. Infatti, proprio fra l’eletta schiera degli antifascisti alligna, a ben guardare, l’oggetto delle loro brame. Stupore? Nel caso in cui l’antifascista vestisse i panni consunti del comunista vecchio stampo, lo stupore sarebbe ammissibile solo per coloro che non fossero coscienti della comune matrice di fascismo e bolscevismo[1]. La sorpresa, invece, è ben più motivata quando ci si rende conto che, qualora il tipo a cui si anela fosse quello dei primo fascista rivoluzionario, allora il luogo in cui andare a cercarne l’omologo è in una frangia dell’anarchismo! Sembra assurdo, infatti, che chi predica l’abolizione dello stato possa avere qualcosa a che vedere con chi professa addirittura lo stato etico. Eppure… Una donna un fascista lo ha adorato sul serio. E che donna e che fascista! Lui era nientemeno che Benito Mussolini, da Predappio, lei un’anarchica, Leda Rafanelli, da Pistoia. Lui era, all’epoca della loro conoscenza, un socialista d’ispirazione soreliana e blanquista, lei una redattrice del giornale anarchico La Libertà. Sulla strana leison, metafora di una fascinazione intellettuale tutt’altro che rara in quei giorni, si è esercitato un divertente pettegolezzo storico corredato da opposti e ridicoli moralismi. Gli studiosi di parte fascista tendono ad offendere l’onestà della Rafanelli che, in un libro che raccoglie le decine di lettere del Duce a lei indirizzate[2], nega che la relazione cui continuamente lui allude con frasi inequivocabili (“ho ancora nell’anima tutto il turbamento del nostro ultimo convegno”, “perché vuoi dimenticare ciò che avvenne fra noi?”, ecc. ) sia mai andata oltre “un bacio”. Tale contestazione si fa alla luce della ben nota “passionalità” dell’uomo[3]. Di contro, la stampa anarchica, proprio in virtù delle qualità del duce (“pieno di sé, cialtrone e bugiardo[4]”, ecc.), difende la Rafanelli, affermando che la storia sentimentale sarebbe stata tutta nella testa di Benito. A ben guardare, entrambe le posizioni tendono a difendere la virtù e l’onore dell’attore più prossimo alle proprie posizioni politiche. I fascisti vedrebbero sminuito nella sua maschia baldanza un Mussolini che frequenta e scrive per anni ad una donna frasi di grande passionalità senza riceverne in cambio i favori erotici. Gli anarchici devono difendersi dall’idea che una di loro possa aver davvero amato il capo del fascismo, per quanto in una fase pre-dittatoriale. Queste meschinità da bar non interessano minimamente chi ritiene che non conti assolutamente nulla la qualità della relazione, supposta, fra i due, ma molto quella, certa, fra le due culture da essi incarnate. Non va a segno, quindi, la difesa della Rafanelli da parte di Felice Accame che, sulla pagine di “A-Rivista anarchica”, scrive che il Mussolini amato dalla donna era “socialista, pre-interventista”[5]. Come a dire “Non era ancora fascista”. E’ proprio il socialismo incarnato da Mussolini a contenere i germi del fascismo. E’ proprio l’impeto soreliano che fa scrivere alla Rafanelli: “E’ il socialista dei tempi eroici. Egli sente ancora, ancora crede, con uno slancio pieno di vitalità e di forza. E’ un uomo”[6]. E’ lo “slancio”, descritto con foga futurista, “pieno di vitalità e di forza” del socialista alla Sorel che affascina l’anarchica. Ora, se si afferma, con Barrés, che “il padre intellettuale del fascismo è Sorel[7]” lo si può fare a ragion veduta. Georges Sorel, socialista e sindacalista rivoluzionario che grande importanza ha avuto nella teorizzazione e nell’azione di centinaia di rivoluzionari fra la fine dell’ottocento e i primi decenni del XX secolo, era uno dei riferimenti ideali del futuro Duce. Contro la tesi marxista del proletariato organizzato da un partito, Sorel auspicava l’azione diretta, il gesto violento e senza mediazione quale strategia rivoluzionaria. In Sorel si ritrova per intero la feroce critica antiborghese e antiparlamentare, e , si badi, antiparlamentare in quanto antiborghese, che sarà del regime mussoliniano. In questo autore, caro a Mussolini come a Gramsci, nonché elemento di una sorta di “sacra Trimurti” (gli altri due Nietzsche e Stirner) venerata tanto dall’individualismo anarchico quanto dai gruppuscoli dell’estrema destra rivoluzionaria, si ritrova identico lo sprezzo per il pensiero, pallido e smunto epifenomeno costretto a dissolversi di fronte alla rubiconda magnificenza dell’azione. Identiche, insomma, le concezioni, soreliana e mussoliniana, di una “funzione rivoluzionaria” delle masse, funzione che non necessita di guide o di avanguardie, ma che si realizza nell’azione stessa. Ciò che va qui sottolineato è che il pensiero di Sorel, da molti esecrato quale pura e semplice apologia della violenza, vede piuttosto il suo senso nella difesa della libertà dell’uomo di contro a ogni forma di stato. L’assolutismo fascista affonda, quindi, una delle sue radici nel pensiero antistatale. Il sindacalismo rivoluzionario propugnato da Sorel sarà la forma prediletta d’azione di schiere di socialisti e di anarchici, ma anche di Mussolini. Né va dimenticata, fra i trait d’union che connessero anarchici e fascisti, la comune lettura, con differenti lenti, di Nietzsche e Stirner. Alla stessa Rafanelli, ad esempio, si imputò una lettura troppo “mussoliniana” di Nietzsche [8]. Quanto al Duce, egli poneva Max Stirner, il teorico dell’egoismo etico caro all’ individualismo anarchico, fra “le dolomiti del pensiero”[9]. Ecco che, traghettati dalla malferma zattera di questi autori, si ebbe il trasbordo di molti anarchici nelle schiere del Partito Nazionale Fascista. Fra questi, i più noti furono Berto Ricci, scrittore, poeta e pubblicista, Lorenzo Viani, poeta, Leandro Arpinati, che fu gerarca, Marcello Gallian, legionario dell’impresa fiumana e marciatore su Roma, Felice Chilanti, “fascio-comunista” che fu redattore de Il lavoro Fascista, poi nel gruppo di radiati dal PCI Bandiera Rossa, Mario Gioda, che, per primo, sulle pagine della rivista anarchica Volontà dichiarò la necessità, per gli anarchici, di imbracciare le armi in caso di invasione austriaca, dando inizio al fenomeno dell’interventismo anarchico durante la I guerra mondiale. All’intervento di Gioda era poi seguito quello di Marya Rygier su Il Libertario, prodromico al Manifesto degli anarchici interventisti, firmato, tra gli altri, da un personaggio che avrà grande importanza nel futuro regime fascista: Massimo Rocca, noto come Libero Tancredi, un individualista stirneriano i cui scritti avrebbero avuto un peso nella svolta interventista dell’allora direttore dell’ Avanti, Benito Mussolini. Tutti individui, questi, paradossalmente, accumunati da una totale fedeltà e coerenza. Ma a cosa? Ce lo facciamo dire da un “anarchico” contemporaneo che rivendica la nobiltà di tale commistione: “sono riconducibili al medesimo odio, all’identico disprezzo, al superbo isolamento, al rifiuto della mistificazione della democrazia, del parlamentarsimo e del elettoralismo, alla denuncia dell’ipocrisia dei falsi e vuoti valori umanitari e pacifisti borghesi[10]”. Forte di tale “coerenza”, Berto Ricci riuscì ad essere antinazionalista e a favore dell’ l’Impero, capitalista ma per l’evoluzione del proletariato in proprietari, fascista di sinistra ma, ricorda Miro Renzaglia, non ostile a quello di destra, perché “il nemico numero uno, fu e resta il centro, cioè la mediocrità accomodante. Il centro è compromesso, noi siamo l’affermazione simultanea degli estremi, nella loro totalità”[11]. Ciò è tipico del pensiero di Sorel, censore massimo della mediocritas della classe borghese, ostile al democraticismo perché il parlamento è appunto il luogo politico della mediocrità borghese. Si capisce, allora, partendo da siffatte premesse, come si possa arrivare perfino a parlare dell’”anarchismo” di D’Annunzio [12] o come il gerarca e componente del Consiglio Generale del Fascismo Libero Tancredi (alias Massimo rocca) potesse definirsi “Anarchico, fra gli anarchici” e votato a “un anarchismo concepito come rivolta ideale e religiosa contro coloro che impestavano l’anarchia di utopie e di delinquenza”[13]. Ma anarchico (“anarchico conservatore”) si definì anche lo scrittore fascista Giovanni Papini. Del resto, l’anarca vagheggiato dal nazista Junger e l’autarca disegnato dall’ “anarchico aristocratico” Evola sono di chiara marca stirneriana, nella notte in cui tutte le vacche (e anche le camicie) sono nere. La notte è quella di una concezione dell’anarchismo quale rivolta contro la società liberale e borghese e basato sul primato dell’azione sul pensiero.
Esisteva, insomma, e ancora esiste, una zona grigia in cui praticare la convergenza di spiriti inqueti accumunati dall’impulso nichilista, là dove l’ombra del pensiero non turba le fronti e le mascelle sono volitive. Negli anni di piombo tale humus ha generato i Nuclei Armati Rivoluzionari (NAR), che qualcuno definì “anarchici di destra”, mossi più dalla rivolta, che è infantile spinta pre-politica, che dalla rivoluzione, che è fatto politico. Tale zona grigia è oggi lungi dall’essersi consumata e contiene molta parte dell’insurrezionalismo contrario alla globalizzazione (se vieni da “sinistra) o anti-mondialista (se vieni da “destra”). Alla luce di tutto ciò, non pare più strano quanto si racconta intorno alla richiesta di iscrizione al PNF di Berto Ricci. Quando, infatti, giunta agli uffici della segreteria nazionale del partito la pratica, respinta dalla sezione locale con la dicitura “ha dimostrato in passato idee anarchiche”, Arturo Marpicati la accolse apponendo in calce il motivo del rigetto ostativo: ”E noi fascisti non si era forse anarchici?”[14] ____________________________________________ Continua… [1] A tal proposito, si rimanda al saggio di L. Pellicani,Fascismo, bolscevismo imperfetto, in “MondOperaio”, 3, 2001, pp. 57-68 e al mio Anarchia come antiutopismo, in “Clio”, 2, XL!, 2005, pp. 353-370. [2] Rafanelli, L., Una donna e Mussolini, Rizzoli, Milano, 1975 [3] Scrive Romano Guatta Caldini “Cosa difficilmente credibile, considerando la natura a dir poco irruenta di Benitocka, come soleva chiamarlo la rivoluzionaria Angelica Balabanoff, anche lei sua amante dell’epoca e compagna di partito” da “Fondo Magazine (www.mirorenzaglia.org/?p=11202) [4] Accame, F., Per Leda Rafanelli, A.Rivista Anarchica, n. 269 [5] In, Per Leda Rafanelli, A.Rivista Anarchica, n. 269 [6] Ciato in Leda Rafanelli. Storie d’amore e d’anarchia, in Fondo Magazine http://www.mirorenzaglia.org/?p=11202 [7] Citato in Bobbio, N., Destra e sinistra, Donzelli, Roma, 1994, pag. 60 [8] In Cerrito, G., L’antimilitarismo anarchico in Italia nel primo ventennio del secolo (Pistoia, 1968) citato nell’articolo di Accame [9] Mussolini, B., Lettera a Cesare Berti, in Opera Omnia, vol. IV, Firenze, 1952, pag.258 [10] Simonetti, W., http://simonettiwalter.blogspot.com/2010/06/laristocrazia-anarchica.html [11] Renzaglia, M., L’anarco-fascismo da Berto Ricci ai Nar,http://vocedellafogna.wordpress.com/anarco-fascismo-da-berto-ricci-ai-nar.html [12] http://simonettiwalter.blogspot.com/2010/06/gabriele-dannunzio-anarco.html [13]http://simonettiwalter.blogspot.com/2010/06/laristocrazia-anarchica.html [14] Renzaglia, M., op. cit. #MaxStirner #insurrezionalismo #anarchismo #destra #spontaneismo #fascismo #GeorgeSorel #LuigiCorvaglia

Quinto: Non uccidere. Il lato oscuro della fede.

Luigi Corvaglia State camminando lungo i binari della ferrovia quando vedete un treno senza controllo che arriva in velocità. Sta per investire cinque persone che si trovano sul binario. Voi siete vicino ad una leva. Se tirate la leva il treno verrà deviato su un ramo laterale. C’è però un piccolo problema: notate che sul binario laterale c’è una persona. Avete due opzioni: Non fate niente e il treno ucciderà le cinque persone sul binario principale; Tirate la leva, deviando il treno sul ramo secondario dove ucciderà la persona che si trova lì. Cosa fate? Quando poniamo questa questione, il 90% delle persone in tutto il mondo risponde che tirerebbe la leva. Ciò perché 1 è meno di 5. Sembra quindi che il dilemma morale del male minore sia questione di aritmetica. Ciò è perfettamente in linea con l’ utilitarismo di Jeremy Bentham. (“E’ il maggior bene per il numero maggiore di persone che è la misura del bene e del male”). Quindi, possiamo riscrivere il quinto comandamento come segue: Non uccidere, a meno che uccidere un numero minore di persone non permetta di salvarne uno maggiore. Se è così, nel caso volessimo far commettere a qualcuno azioni che includono la morte di alcuni individui, basterà convincerlo che queste azioni permetteranno la salvezza di un numero maggiore di persone e la sua coscienza non ne sarà turbata. A maggior ragione se si suppone che questa maggioranza sia maltrattata ingiustamente. Infatti, molti proclami terroristici sono basati sul concetto della salvezza di moltitudini malversate. Ad ogni modo, se guardiamo un’altra versione dello stesso dilemma le cose cambiano. Qui abbiamo lo stesso treno fuori controllo e le stesse cinque persone che stanno per essere travolte, solo che voi guardate la scena dall’alto di un cavalcavia. Vicino a voi c’è un uomo enorme. Voi sapete che con la sua mole quest’uomo potrebbe fermare il treno e salvare le cinque persone. Avete due opzioni: Non fate niente e il treno ucciderà le cinque persone sul binario; Spingete l’uomo grasso giù dal ponte, uccidendolo, ma salvando cinque persone. Cosa fate? Quando presentiamo il “trolley problem” in questo modo, il 95% delle persone risponde che non spingerebbe mai l’uomo grasso giù dal ponte. Eppure il calcolo aritmetico è lo stesso: 1 contro 5! La differenza sembra essere che nel primo caso la morte della persona è inintenzionale, perché questi si trova sul binario accidentalmente, e non è essenziale a salvare gli altri cinque, mentre nell’altro caso l’uccisione dell’uomo grasso è essenziale per salvarli. Rifiutare di uccidere l’uomo grasso è in linea con il pensiero di Immanuel Kant (“Agisci in modo da non considerare l’umanità semplicemente come un mezzo, ma sempre allo stesso tempo come un fine”). Esiste una necessità morale, assoluta e eternamente valida, dalla quale tutti gli altri obblighi e doveri discendono (imperativo categorico kantiano). Ma il terrorismo jiahdista è comparabile al caso dell’ “uomo grasso”, non a quello del “ramo deviato”. E’ la differenza fra uccidere e lasciar morire, la stessa che esiste fra il bombardamento “strategico” (quando bombardiamo obiettivi militari e infrastrutture per vincere una guerra, anche se ciò comporta molte vittime innocenti) e il bombardamento “terroristico” (il bombardamento indiscriminato per fiaccare il morale della popolazione e indurre un paese alla resa). Il primo caso è in accordo con al dottrina del duplice effetto di San Tommaso d’Aquino (“se un effetto cattivo non è il mezzo tramite il quale noi perseguiamo un fine buono, l’azione non è reprensibile”). In effetti, San Tommaso è un grande aiuto quando vogliamo giustificare molte nefandezze, ma ci sono situazioni che non si giustificano neppure col suo aiuto. Il calcolo utilitarista non è quindi applicabile al terrorismo jihadista, perché la morte di occidentali non è un danno collaterale, ma il mezzo attraverso il quale si vuole raggiungere l’obiettivo finale. Solo individui riconosciuti come “psicopatici” credono che buttare giù l’uomo grasso sia una buona azione, ma i terroristi non sono psicopatici (Silke, A., 2008). Anche ammesso che il freddo calcolo utilitarista fosse sempre ammissibile, poi, questo non tiene conto della sensibilità umana. Infatti, è il caso di dare un’occhiata ad un altro dilemma morale: Jim si trova nella piazza centrale di una piccolo città sudamericana. In fila contro un muro c’è una fila di venti indios, perlopiù terrorizzati, alcuni sprezzanti, di fronte ai quali ci sono vari uomini in uniforme. Il capitano in carica spiega che gli indios sono un gruppo scelto a caso fra gli abitanti che, a seguito di una protesta contro il governo, stanno per essere uccisi per ricordare ad altri eventuali protestatari i vantaggi del non protestare. Ad ogni modo, poiché Jim è un onorato visitatore di una paese straniero, il capitano è felice di concedergli il privilegio di uccidere egli stesso uno degli indios. Se Jim accetta, come celebrazione dell’occasione, gli altri indiani verranno liberati. Se Jim rifiuta, allora non ci sarà nessuna occasione speciale. Venti indios saranno uccisi. Cosa fareste se voi foste Jim? Probabilmente non sareste in grado di uccidere una persona innocente, anche se sapete che sarebbe una buona azione in senso utilitaristico. Questo perché c’è una distinzione cruciale fra una persona uccisa da me e una persona uccisa da qualcun altro. Noi siamo “agenti morali” che decidono in accordo con i il proprio senso di integrità e preservando la propria identità psicologica. Per uccidere un innocente non basta che sia giusto. E’ necessario qualcosa che preservi la nostra integrità, che risolva la nostra Dissonanza Cognitiva. E’ per questo che molte teorie antropologiche e sociologiche sul terrorismo islamico sono fallaci. Alcune letture del fenomeno, infatti, tendono a minimizzare il ruolo della religione e del fideismo in favore di spiegazioni centrate su aspetti psicologici, politici e sociali, ma per disinnescare il potere di un imperativo categorico c’è bisogno di un altro imperativo categorico! Per uccidere gente innocente pensando di essere nel giusto abbiamo bisogno di essere portatori di una visione del mondo che non concede uguale dignità a “noi” e agli altri. Abbiamo bisogno di una fede! Abbiamo bisogno di un sistema di credenze esclusivo che proponga una ed una ed una sola Verità e che ci faccia guardare al mondo esterno con sospetto, paura e rabbia. . Negarlo è possibile solo facendo lo struzzo o applicandosi in quella forma di disonestà intellettuale che è il “politically correct”. Così le spiegazioni basate sul concetto di sovrastruttura (globalizzazione, fragilità culturale, ecc.) contengono solo parte della verità. Vediamone un esempio: Secondo Scott Atran [Centre National de la Recherche Scientifique (CNRS) France], – La religione ha poco a che fare col terrorismo islamista; – l’ISIS sfrutta il potenziale di sofferenza, indignità ed umiliazione a cui sono sottoposte le società musulmane; – Quindi ciò che motiva la partecipazione ad azioni politiche violente sarebbe una sorta di “altruismo di parrocchia” Quindi, questo sarebbe lo schema: I cinque sul binario rappresentano la comunità islamica che viene continuamente travolta dal treno della umiliazione, della sofferenza e della indegnità. Il tizio sacrificabile sul ramo secondario è il non credente. Quello che tira la leva è il jihadista e l’azione del tirare la leva l’espressione del suo altruismo di parrocchia. Ma, come sappiamo, il terrorismo jihadista è comparabile al caso dell’ “uomo grasso”, e non possiamo uccidere qualcuno come mezzo. L’altruismo di parrocchia non spiega il silenzio dell’imperativo categorico (dilemma dell’ uomo grasso) e nemmeno il superamento del “problema dell’agente” (dilemma di Jim) , a meno che il mezzo, la vittima, non sia propriamente umana… Infatti, se noi rimpiazziamo l’uomo grasso con un gorilla (o i venti indiani con venti scimmie) la risposta delle persone è diversa. Ci dicono che possiamo sacrificare un esemplare per salvarne di più. Deumanizzando si passa da Kant a Bentham. Questa deumanizzazione è possibile solo grazie al Disimpegno Morale portato da quel sistema di credenze esclusivo di cui si parlava… Quando opera la deumanizzazione, la vittima non è più vista come una persona con sentimenti, speranze e preoccupazioni, ma oggettivata come qualcosa di sub-umano. Questa è solo una delle otto mosse per ottenere il disimpegno morale descritte da Albert Bandura (1990). Il fanatismo è in grado di attivare tutti gli otto meccanismi. Solo una fede cieca e fanatica può produrre un disimpegno morale in grado di far saltare i servomeccanismi selezionati dall’evoluzione (moral dumbfounding). Prima che i moderni studiosi di scienze sociali spiegassero I processi di persuasione, prima che provassero a spiegare il terrorismo con complesse teorizzazoni ( Drive-Theory, Social Learning Theory, e così via) e che mettessero in luce gli errori sistematici (bias) necessari a fissare un individuo nelle sua visione del mondo disfunzionale, tre pensatori avevano già spiegato i rischi connessi alla mancanza di dubbio prodotta da un sistema di credenze totalizzante: Isaiah Berlin: Rifacendosi ad una favola di Archiloco, divise gli esseri umani in volpi e ricci. I primi sarebbero espressione del pluralismo, mentre i secondi del monismo (“Le volpi sanno molte cose, ma il riccio sa quella giusta”, Archiloco). Il pluralista sa che I conflitti di valori sono una caratteristica intrinseca e irremovibile della vita umana (le volpi sanno molte cose), quindi non pensa necessario imporre la proporia verità agli altri. Per il monista, tutte le vere domande possono avere una sola risposta vera (il riccio sa quella giusta); tutte le altre sono errori. I ricci hanno bisogno di confini, muri, paletti. “La nevrosi di massa della nostra età – disse Berlin – è l’agorafobia”. E’ ciò che chiamiamo Bisogno di chiusura (Need for Closure, NFC). Esiste una forte correlazione statistica fra il bisogno di chiusura (cioè il bisogno di certezze) espresso in scale cliniche misurabili e l’estremismo (Kruglanski, Chen, Dechesne, Fishman and Orehek, 2009; Kruglanski, Belanger, Gelfand, Gunaratna, Hetiarrachchi, Orehek, Sasota & Sharvit, 2013; Orehek, Sasota, Kruglanski, Deschesne & Ridgeway, in corso di stampa). Il perchè può essere spiegato dal secondo pensatore.. Max Weber: I ricci di Berlin agiscono nel rispetto dell’ etica del principio di Max Weber. Questa fa riferimento a principi assoluti, senza porsi il problema delle conseguenze che da questi discendono (come dire che “l’operazione è riuscita, ma il paziente è deceduto”), rendendo possibile il disimpegno morale, quando, invece, nell’ etica della responsabilità l’attenzione è posta sulla relazione mezzi/conseguenze. Roba da volpi. Perchè l’etica del principio porta a quelle che Paul Watzslavick chiamava ipersoluzioni (azioni pericolose che si suppone abbiano una funzione salvifica)? La risposta è nel terzo autore. Karl Popper: Egli disse che “l’irrefutabilità di una teoria non è una sua virtù (come molti spesso credono), ma un difetto” . Fedi e ideologie non sono oggetto di confutazione, quindi non sono neppure confermabili. Possiamo eufemisticamente dire che le idee che sono supportate con maggior “entusiasmo” sono quelle che vengono considerate dogmi e, in quanto tali, non possono essere confermate nella loro pretesa di essere la assoluta Verità. I migliori esempi di ciò sono le idee religiose, ma anche le ideologie politiche. D’altro canto, i concetti dimostrabili non richiedono grande impegno per essere imposti; l’impegno è necessario solo per convincere gli altri di quello che non è possibile dimostrare, che poi è, in genere, il fatto che noi siamo meglio di loro. Infatti, Voltaire diceva che “non esistono sette in Geometria”. Bibliography Atran, S. (2019), L’Etat islamique est une revolution, Les Liens Qui Libèrent Editions, Paris Bandura, A. (1990). Mechanisms of moral disengagement. In W. Reich (Ed.), Origins of terrorism: Psychologies, ideologies, theologies, and states of mind (pp. 161-191), Cambridge University Press, Cambridge Berlin, I. (1953), The Hedgehog and the Fox: An Essay on Tolstoy’s View of History, Weidenfeld & Nicolson, London Kruglanski, A. W. (2004). The psychology of closed mindedness,. Psychology Press., New York Kruglanski, Chen, Dechesne, Orehek, & Fishman (2009) Yes, no, and maybe in the world of terrorism research- Reflections on the commentaries, Political Psychology, Vol. 30, No. 3, pp. 401-417 Kruglanski, Belanger, Gelfand, Gunaratna, Hetiarrachchi, Orehek, Sasota & Sharvit (2013) Terrorism–a (self) love story: redirecting the significance quest can end violence, American Psychologist, 68, pp. 559-575 Edmonds, D. (2013) Would You Kill the Fat Man?: The Trolley Problem and What Your Answer Tells Us about Right and Wrong, Paperback Popper, K. (1974) La società aperta e i suoi nemici. Volume II: Hegel e Marx falsi profeti, Collana «Filosofia e problemi d’oggi», Armando, Rome, (It. Ed.) Silke, A. (1998), Cheshire-cat logic: The recurring theme of terrorist abnormality in psychological research, Psychology, Crime & Law, Volume 4, Issue 1; 2008, Holy Warriors. Exploring the Psychological Processes of Jihadi Radicalization, European Journal of Criminology, Vol. 5 (1), pp. 99-123. Thomson, J.J. (1990), The Realm of Rights, Harvard University press, Cambridge, Ma Paul Watzlawick, P. (2013), Di bene in peggio. Istruzioni per un successo catastrofico, Feltrinelli, Milan (It. Ed.)Weber, M. (1996) Scienza come vocazione. E altri testi di etica e scienza sociale, Franco Angeli, Milan (It. Ed.) #dilemmamorale #terrorismo #ImmanuelKant #religione #morale #Filosofia #ISIS #trolleyproblem #JeremyBentham #liberalismo #LuigiCorvaglia #islam

Lo strano caso dell’avvocato Introvigne

di Luigi Corvaglia Ansiolitico ed ansiogeno In principio furono i comunisti. Poi arrivò Putin. Non è l’ovvia descrizione delle sorti del popolo russo. È anche l’evoluzione dell’ idea cospiratoria di uno studioso di religioni. Questi vuole occulti manovratori dietro chi afferma cose non in linea col suo pensiero. Quale sia il suo pensiero è facile a dirsi: esistono persone cattive che organizzano il “panico morale” contro le brave persone. Il panico morale sarebbe una paura diffusa ma immotivata. I malvagi sarebbero “imprenditori morali” che operano al fine di rovinare l’immagine di specifici gruppi sociali. Ad esempio, il fenomeno dei preti pedofili non esiste. E’ un panico morale creato ad arte da “lobby molto potenti” che vogliono mettere a tacere chi si oppone a ” la somministrazione della pillola RU486, l’eutanasia, il riconoscimento delle unioni omosessuali” (vedi qui). I pochi casi reali di preti pedofili sono, secondo questo studioso anti-panico, da attribuirsi alla loro (dei preti) omosessualità e alla “rivoluzione sessuale” (sic) prodotta dal ’68 (leggi qui)… Non stravede per gli psichiatri, anzi, ma in uno dei pochi episodi in cui sembra dare valore alla psichiatria, disciplina che definisce pedofilia l’attrazione per “minori che non hanno raggiunto la pubertà”, questo autore scrive: Se un sacerdote ha rapporti sessuali con una sedicenne – o con un sedicenne – si comporta certamente molto male, ma non si tratta di pedofilia. Si. Massimo Introvigne è un tipo preciso. A riprova di ciò, basti sapere che quando si è trovato a rispondere alle critiche mossegli per aver testimoniato ad un processo a favore di Scientology, la discussa “chiesa”, Introvigne ha risposto di avere testimoniato su e non per Scientology. Un uomo che di lana caprina ne sa più della capra istessa… Fatto è che di tutti i panici morali a disposizione il nostro ne ha uno che gode più di ogni altro della sua cura e del suo impegno ansiolitico. E’ quello delle “sette“. C’è infatti chi ritiene che fra i gruppi di spiritualità alternativa esistano anche aggregati pericolosi che praticano abusi sugli adepti. Scientology, appunto, è uno dei questi casi. Ebbene, essi si sbagliano, ci rasserena il nostro autore. Coloro i quali si oppongono ai nuovi movimenti religiosi, termine politically correct che abolisce il denigratorio “sette”, sono degli “imprenditori morali” il cui fine è di gettare discredito sulle “minoranze religiose” (si veda qui ). Chi abbia qualcosa da obiettare al riguardo dovrà vedersela con l’implacabile macchina anti-panico che è il cervello di quest’uomo. Uno dei migliori esempi per vederla all’opera è il caso del massacro di Jonestown. Il 18 Novembre 1978 oltre 900 membri del Tempio del Popolo, il movimento fondato da Jim Jones, un pastore battista californiano, commisero suicidio per ingestione di cianuro. Testimonianze provenienti dai pochi superstiti riferirono di madri che avvelenarono volontariamente i propri figli. Un eccidio che è stato spesso utilizzato quale esempio incontrovertibile della pericolosità della manipolazione mentale nei culti religiosi. Un tema che oggi, nel mezzo dell’emergenza del terrorismo legato al radicalismo islamico, è di prepotente attualità. Qualcuno, però, non la pensa così. Secondo quella che per qualche motivo è una delle voci più ascoltate dai media italiani quando si parla di nuovi movimenti religiosi, Introvigne, appunto, quella del reverendo Jones non era una “setta” e l’eccidio di Jonestown non ha niente a che vedere con la manipolazione. Secondo il nostro, l’annientamento della popolazione di Jonestown fu il risultato della consapevole e libera scelta razionale di 900 persone di commettere un “suicidio rivoluzionario”. La manipolazione, ci viene spiegato, è un mito. La vera causa della tragedia, piuttosto, sarebbe l’ideologia marxista professata da Jones (clicca qui) . La colpa è dei comunisti! Si, perché il Tempio del Popolo era un movimento religioso, ma soprattutto politico. Introvigne a questa valutazione ci tiene, perchè, lo abbiamo detto, è un tipo preciso. Ci viene così svelato ciò che era sfuggito agli esegeti de Il Capitale, cioè il misconosciuto fine anti-conservativo della lotta di classe e l’occulto potere di induzione al suicidio dello storicismo hegeliano. Va però detto che, in modo singolare, quest’uomo che vede panici artificialmente prodotti laddove ad essere oggetto di discredito siano chiese e conventicole, non coglie alcuna contraddizione nell’esser egli stesso uno degli “imprenditori” del panico morale più à la page dei giorni nostri: quello della teoria del gender (vedi qui). Non solo l’uomo che si fa Prozac per le nostre ansie morali si fa megafono dell’ansia del gender, cioè l’idea del complotto ordito non si sa da chi per cancellare le differenze fra i sessi, ma,    per giunta, a questa attribuisce un’origine occultistico-esoterica (si veda qui). Curioso. Quest’uomo mette da sempre tutto il suo impegno per difendere la tesi che la paura dell’occulto è senza fondamento e che è un panico immotivato e poi contribuisce a costruire un panico morale, quello della fine della civiltà occidentale per mezzo dei matrimoni omosessuali, mettendone in luce le supposte basi esoterico-occultiste e addirittura sataniche … L’ansiolitico degli attacchi di panico morale diviene ansiogeno. In un articolo per il giornale cattolico La Nuova bussola quotidiana, infatti, Introvigne cita uno storico svedese autore di un libro sul satanismo e scrive che Lo storico mostra come Satana sia stato mobilitato anzitutto dai socialisti, dai comunisti e dagli anarchici come agente e motore della ribellione contro le gerarchie tradizionali, la religione e la proprietà privata. e anche In effetti, personaggi che si trovano alle origini del femminismo, dell’ omosessualismo e dell’ideologia di genere, come pure del socialismo, hanno esplicitamente citato e invocato Satana come il padre delle loro idee. Eccoci qua. I comunisti (termine ampio che comprende anche anarchici, “omosessualisti”, femministi, ecc.) sono gli artefici di quelli che si chiamano “panici morali” quando colpiscono obiettivi che a Introvigne sono cari, ma essendo anche i subdoli creatori di tutti i fenomeni a lui sgraditi, contro di loro è lecito scagliarsi paventando la rovina della società civile senza che ciò costituisca tecnicamente un panico morale. Si direbbe legittima difesa. Tradizionalista ed ecumenico Tipo singolare, Introvigne. Di lui Tilman Hausherr ha detto che ” in uno scambio di e-mail ha dimostrato intelligenza, capacità comunicativa e un ego di proporzioni galattiche”. Per chi non lo sapesse, egli è il fondatore del Centro Studi Nuove Religioni (CeSNUR) un istituto privato di ricerca sulle minoranze religiose con sede a Torino, ma che ha assunto una dimensione internazionale vantando sedi anche in Francia e negli USA. Uno dei tanti elementi singolari che si incontrano occupandosi di questo signore è che, benché si possa anche dire che abbia acquisito “sul campo” il titolo di “sociologo delle religioni”, Massimo Introvigne è in realtà un avvocato. Non lo è solo nominalmente, essendo un influente socio di un noto studio della città sabauda, lo Jacobacci & Partners spa, anch’esso di respiro transnazionale (clicca qui ). Di tale mega-studio si è parlato un po’ di tempo fa sui media quando la notizia che il movimento apertamente omofobico denominato Le sentinelle in piedi fosse un marchio registrato presso l’Ufficio Brevetti proprio dallo Studio di cui è socio Introvigne (vedi qui) stimolò molte curiosità e pensieri maliziosi perfino nell’ambiente dell’integralismo cattolico (vedi qui). Qualcuno potrebbe avanzare dubbi sulla competenza che un avvocato specializzato in brevetti e proprietà intellettuale possa dimostrare in ambito religioso, ma questi dimostrerebbe di non conoscere il nostro uomo. Massimo Introvigne dà del “tu” ai vescovi e respira religione da sempre. E’ stato seminarista vicino alle posizioni di monsignor Lefevbre, il vescovo tradizionalista scomunicato da Giovanni Paolo II, uomo che vedeva l’ecumenismo come il fumo negli occhi. Soprattutto, l’avvocato è da decenni membro di Alleanza Cattolica. Non solo. Di questa organizzazione è stato per molti anni “reggente vicario” (praticamente, vice-presidente). Alleanza Cattolica non fa mistero di perseguire un obiettivo “controrivoluzionario” ed “antimoderno” che ricalca esplicitamente il “magistero” di Plinio Correa de Oliveira. Ai più questo nome non dirà nulla, ma si tratta di un pensatore brasiliano al quale Introvigne ha dedicato qualche anno fa un intero volume ( “Una battaglia nella notte. Plinio Corrêa de Oliveira e la crisi del secolo XX nella Chiesa”, 2008 ). Correa de Oliveira fu fondatore di Tradizione, Famiglia e Proprietà, una organizzazione millenarista che predica un ordine naturale gerarchico da difendere dalle pretese “progressiste”. Obiettivo dell’associazione è la restaurazione integrale della civiltà cristiana attraverso il ripristino dei titoli nobiliari, lo scioglimento dei partiti socialisti, la censura di libri, film e trasmissioni televisive che attentano ai valori morali dell’Occidente. Tra gli attentatori all’ordine tradizionale da ridurre al silenzio anche la serie di cartoni The Simpsons. Probabilmente Ned Flanders non ne esce molto bene. Il giovane Introvigne (secondo da sinistra) fra il futuro vescovo negazionsita dell’Olocausto, Williamson, e Monsignor Lefevbre (1977) De Oliveira è stato, insomma, portatore di un programma di “restaurazione dell’ordine” da intendersi come ritorno ad una Civiltà Cristiana, austera e gerarchica, fondamentalmente sacra, anti-egualitaria e antiliberale. La citazione delle parole di de Oliveira, così come espresse in “Rivoluzione e Controrivoluzione” (1958) è molto importante per capire la matrice culturale nella quale si svolgono le ardite involuzioni dell’avvocato torinese. L’elemento della ostilità alla società liberale, infatti, è centrale nel programma della organizzazione della quale Introvigne è da decenni membro e nella quale ha ricoperto a lungo il ruolo di secondo in ordine di importanza. Infatti, non solo gli articoli su Cristianità, il giornale dell’associazione, esaltano i valori cattolici e attaccano con forza i diritti civili da sempre difesi dai movimenti liberali (quali le pratiche omosessuali, l’ aborto, la contraccezione e il divorzio), ma, nel 1994, Alleanza Cattolica invitò con un “appello elettorale” i cattolici a votare in massa per frenare “il Partito Radicale di massa”. Con questa definizione si intendeva riferirsi a tutti i partiti e movimenti “progressisti” colpevoli di una scristianizzazione della società. Il “Partito Radicale”, quindi, come epitome della liberalità e nemico per antonomasia della civiltà Cristiana “austera e gerarchica, fondamentalmente sacra, anti-egualitaria e antiliberale”. Si stenta a credere che uno dei massimi esponenti di questa cultura nostalgica dell’ ancient regime sia lo stesso che nel 1996 chiuse un documento ufficiale del CeSNUR (Instaurazione di un diritto di persecuzione? Una risposta al rapporto della Commissione d ‘Inchiesta sulle Sette) invocando nientemeno che “il motto con cui la Francia ama essere rappresentata nel mondo intero: Libertà, uguaglianza, fraternità“! Ad un certo punto, infatti, L’ex seminarista tradizionalista si riscopre ecumenico e difensore della libertà religiosa al punto da diventare un punto di riferimento sul tema perfino per il partito della scristianizzazione (si veda qui) . Esponenti fra i più naif del movimento politico laicista addirittura lo suggeriscono quale referente istituzionale per il problema dei culti pericolosi, in quanto ” illustre accademico, riconosciuto come punto di riferimento imparziale per la comunità scientifica” (ci si stupisca qui) ed una ONG italiana che ne ricalca il “magistero” con la stessa fedeltà con cui Alleanza Cattolica ricalcava quello di de Oliveira, conta fra i suoi membri influenti sia esponenti cattolici che vari iscritti al partito che fu di Marco Pannella. Si. Proprio gli scristianizzatori dipinti da Alleanza Cattolica quale avanguardia del processo di dissoluzione della civiltà sognata da de Oliveira! Si direbbe apostasia! Se apostasia fu, comunque, questa avvenne nel 1985. Infatti, antecedentemente a quell’anno Alleanza Cattolica, come è lecito attendersi, si mostrava estremamente ostile nei confronti di tutte le “deviazioni” dalla retta via. A tali deviazioni, prima che venissero definite in modo “politically correct” nuovi movimenti religiosi, lo stesso Introvigne dava nome di sette. Fra i movimenti così tacciati, anche chiese come i Testimoni di Geova (clicca qui e qui ). Qualche malpensante ha visto il mutamento di rotta di Introvigne e di AC in stretta correlazione con la condanna che l’episcopato brasiliano fece proprio in quell’anno di Famiglia, Tradizione e Proprietà. L’organizzazione latinoamericana venne definita “non in comunione con la Chiesa cattolica”. Ciò a causa del “carattere esoterico, il fanatismo religioso, il culto nei confronti del capo e fondatore, l’abuso del nome di Maria Santissima”. In pratica, una “setta”, se volessimo utilizzare la terminologia dell’ Introvigne pre-1985. Il 10 gennaio 1996 il rapporto d’inchiesta sulle sette dell’Assemblea Nazionale francese (il cosiddetto Rapporto Guyard) avrebbe incluso TFP nell’elenco delle organizzazioni da tenere sotto controllo. E’ il rapporto al quale il CeSNUR rispose col documento citato che si chiudeva col motto giacobino. Scriveva Torquemada (pseudonimo dietro al quale si celava il gesuita padre Ennio Pintacuda) su Sodalitium che a questo punto per TFP si rendeva necessario 1) attaccare i movimenti anti-sette (che osano includere tra le sette TFP e Opus Dei).
2) Difendere a spada tratta la libertà religiosa delle sette più incredibili (se la scampano loro, a fortiori la scampiamo noi). 1 In effetti, dalla dichiarazione della Conferenza Episcopale Brasiliana in poi TFP ha iniziato a promuovere le stesse idee che sarebbero poi state tipiche dal CESNUR, cioè che esiste una congiura mondiale “anti-sètte” manovrata da “psichiatri e comunisti“. Tecnico ed anti-tecnico Tralasciando per il momento i comunisti, merita di essere considerata l’idea del complotto degli psichiatri. In un suo lavoro del 1993 pubblicato su Cristianità (qui), Introvigne scriveva quanto ribadirà di continuo negli anni a venire, cioè che Nei movimenti anti-sette figurano spesso, in posizione preminente, professionisti della psichiatria e del diritto senza affiliazione religiosa o anche francamente laicisti. e che, pertanto, (per gli anti-sette) le spiegazioni del successo delle “sette” si concentreranno su teorie psicologiche e psichiatriche controverse come quella del “lavaggio del cervello” piuttosto che su spiegazioni di natura dottrinale o teologica. In altri termini, il nostro uomo ci dice che l’essere dei “tecnici”, cioè degli studiosi con una specifica formazione sugli argomenti che sono propri della materia sulla quale si esprimono (in questo caso, i meccanismi della dipendenza, della persuasione,. dell’affidamento, dell’emozione, della speranza, ecc.) sia un dato negativo, perché porta a concentrarsi su “teorie controverse” come quella del “lavaggio del cervello”. Che la teoria del “lavaggio del cervello” – come Introvigne ironicamente usa chiamarla, utilizzando un termine di uso giornalistico che ne mette in luce la supposta stravaganza – sia una teoria controversa è certo e lo è proprio perché è una teoria scientifica. Infatti, a differenza delle “spiegazioni di natura dottrinale o teologica” che si esprimono nei termini della incontrovertibile Verità, la scienza si declina secondo le fallibili modalità che sono ignote all’orizzonte dei fedeli. Certo è che se la psicologia e la psichiatria devono fare un umile passo indietro quando si entra nelle scelte spirituali degli individui, si sarebbe tentati di dire che avvocati e sociologi, anche quelli veri, non paiono in possesso di titoli particolarmente migliori per esprimersi sulla validità delle teorie psicologiche. Comunque sia, l’ostilità per psichiatri e psicologi è diventata un tratto distintivo dell’argomentare di Introvigne e del CeSNUR (si veda, ad esempio qui) . Ne sembrerebbe conseguire che affermazioni ben più pregnanti e degne di considerazione sul tema debbano essere quelle di esperti non tecnici ma assolutamente autoproclamati, quali avvocati, insegnanti di religione, sedicenti sociologi. Una sorta di apologia, più che dell’incompetenza, della competenza dell’autodidatta. E’ curioso. Infatti, nella compagine varia di personaggi che costituiscono il fronte dei nemici del movimento anti-sette si ripete ormai da anni come un mantra la formula secondo la quale gli esponenti italiani del movimento anti-sette sarebbero “esperti autoproclamati” e sostanzialmente “inaffidabili”. Non sarebbero, cioè, dei veri esperti. L’incompetenza sembra assumere connotati opposti a seconda delle occasioni. Introvigne, però, è molto più intelligente del resto dei difensori dei culti di questo Paese, contraddistintisi sempre più ad ogni uscita pubblica per la sconsolante mediocrità dei loro “argomenti”. L’avvocato è un arrampicatore di specchi fra i più grandi e rivolgitor di frittate da competizione. Non si lascia mettere in imbarazzo utilizzando un’idiozia come quella della competenza che manca agli attivisti anti-sette, almeno non espressa nel modo con cui lo fanno gli apologeti dei culti di seconda e terza fila. Lui è l’Etoile. Dice le stesse cose in forma laterale e gesuitica. Ne è un’esempio una sua recente intervista (leggibile qui) ad un rappresentate della European Federation for Freedom of Belief (FOB). Questa organizzazione federa organizzazioni discusse almeno quanto la teoria del lavaggio del cervello (cioè Scientology, Damahur, Mysa Yoga, ecc.) e i sui comitati direttivo e scientifico, che oggi sono colmi di avvocati, erano poco fa grondanti di leaders di culti molto discussi, qualche insegnante di religione ed esponenti del Partito Radicale (Si veda qui). Un “repulisti” opportuno. Ad un certo punto dell’intervista, il segretario di FOB fa ad Introvigne la domanda retorica: “Quanto sono attendibili le notizia diffuse da questi esperti auto-proclamati?” riferendosi agli esponenti delle associazioni anti-sette. La risposta sorniona del nostro bypassa la domanda affermando che il vero problema è che gli anti-sette “hanno una finalità militante, non di studio o informativa”. Certo, egli riconosce che talvolta anche “gli studiosi accademici di nuovi movimenti religiosi” – non per vantarsi, ma lui afferma di esserlo – abbiano “qualche pregiudizio favorevole verso i gruppi oggetto del loro studio”. In effetti, “militanti” è proprio il termine che sarebbe lecito utilizzare per gli “accademici” veri e presunti che sono animati da pregiudizio favorevole nei confronti dei culti, ma, dice Introvigne, la grossa differenza è che “quando vengono pubblicati, i loro studi hanno passato il vaglio di un sistema di controlli complesso”. In altri termini, i loro scritti passano “al vaglio rigoroso della peer review, cioè alla recensione anonima da parte di colleghi universitari”. Si è lieti di sapere che i metodi di validazione in uso in psicologia e psichiatria, discipline non abilitate ad esprimersi nell’ambito dei culti, sono utilizzati anche nelle discipline autorizzate a farlo senza essere tacciati di inaffidabilità. Fatto è che non solo anche gli articoli sulla manipolazione mentale (“lavaggio del cervello”) sono stati pubblicati dopo aver passato la stessa valutazione fra pari, ma anche tutti i lavori di illustri accademici che si pongono su posizioni opposte a quelle di Introvigne, del CeSNUR, di Alleanza cattolica e della FOB, inclusi alcuni presenti nei comitati scientifici delle associazioni anti-sette. Complottista ed anti-complottista Il mondo laico e liberale sembra non avvedersi delle ambiguità, o, quantomeno, delle incongruenze dell’uomo. Altri si. Il sociologo Serge Thion, per esempio, scrive Massimo Introvigne è autore, largamente screditato, di una quantità industriale di libri sulle “nuove religioni”, di cui è sospettato essere – da molti anni – un propagandista occulto. Thion è un revisionista dell’olocausto, quindi portatore di una cultura non condivisa da chi scrive, ma il suo intervento demolisce chiaramente uno dei tanti garbati teoremi del tuttologo torinese, nello specifico quello che riguarda l’origine del negazionismo della Shoa. Secondo Introvigne, il negazionismo nulla avrebbe a che fare con la matrice fascista/nazista, perché, manco a dirlo, è un frutto del marxismo (vedi qui). E’ colpa dei comunisti. I maggiori critici di Introvigne, però, sono i cattolici tradizionalisti. Questi vedono in lui la doppiezza del mellifluo traditore. Difficile, dal loro punto di vista, dargli torto, visto che il terreno di coltura di Alleanza Cattolica è il medesimo nel quale ha preso forma la reazione al Concilio Vaticano II, così ostile all’ecumenismo. I tradizionalisti rigettano proprio questa tensione a riunire i fedeli di tutte le chiese e, pertanto, a tollerarne le differenze in un “eretico indifferentismo”. Invece, il reggente viario di AC si fa, da una parte, paladino delle “sette” più lontane dal cattolicesimo, dall’altra apologeta del vicario di Cristo, il Papa. In considerazione del fatto che ai tradizionalisti sono ingrati tanto le prime quanto il secondo, essi non nascondono la loro antipatia per l’avvocato. Qualcuno non glielo manda a dire (qui). Ma lui, va detto, li ricambia (forse perché lefebvreiani e sedevacantisti sono i presunti colpevoli delle denunce contro TFP?). La relazione fra Introvigne e i catto-cattolici ha raggiunto simpatiche vette di gossip quando i siti collegabili alla galassia del tradizionalismo hanno pubblicato la voce secondo la quale le dimissioni di Massimo Introvigne da reggente di Allenza Cattolica sarebbero legate alla sua decisione di lasciare moglie e figli per trasferirsi a New York con l’amante lituana o forse lettone (si veda qui). Lui ha prontamente negato tenendo a sottolineare che vive ancora a Torino (vedi qui). Ad un certo punto, però, Introvigne si è giocato la carta del complotto. Prima l’ha toccata piano. In un articolo per La Stampa ha affermato che i tradizionalisti cattolici sono in contatto con Vladimir Putin. Ha scritto: È l’idealizzazione mitica del presidente russo Vladimir Putin, presentato come il leader “buono” da contrapporre al Papa leader “cattivo”, per le sue posizioni in materia di omosessuali, musulmani e immigrati. Con il dissenso anti-Francesco collaborano fondazioni russe legatissime a Putin. In un secondo momento, ha affidato alla sua pagina FB l’insinuazione che i cattolici tradizionalisti siano addirittura finanziati da Putin: …un uccellino mi ha detto che un’indagine parallela dei giudici italiani e francesi farà emergere presto una lista dei pro family, pro life e anti-islam che inneggiano a Putin e ricevono (di nascosto) il soldino del Cremlino… È seguita la pronta reazione dei tradizionalisti (ad esempio, qui ). Siamo quindi al nuovo modello! Poiché i comunisti sono diventati più rari del “Gronchi rosa” e immaginare rapporti fra Pyongyang e le persone che lo disturbano non è proponibile, l’ineffabile Introvigne si trova un nuovo burattinaio nel governo russo. Del resto, al governo russo si attribuiscono colpe ben più gravi, figuriamoci se non è credibile che finanzino i cattolici irredenti. Non che a lui i russi siano antipatici, sia chiaro. Anzi. L’avvocato esprime ” apprezzamento per la battaglia anti-lobby gay e anti-fondamentalismo islamico che la Russia combatte”. Il problema è l’innata tendenza del russo ad espandersi; il russo, per conformazione, aggredisce gli altri popoli e cerca di influenzarli. Non a caso, il comunismo realizzato veniva da lì e da lì ha manifestato il proprio imperialismo. Nelle parole dell’uomo che vede il satanismo all’origine della “teoria del gender”: Che la Russia si comporti bene contro le lobby LGBT e l’islam fondamentalista non giustifica la sua politica aggressiva ed espansionista a Ovest, e nello stesso tempo la condanna di questa politica espansionista non fa venire meno l’apprezzamento per la battaglia anti-lobby gay e anti-fondamentalismo islamico che la Russia combatte. (vedi qui) Insomma, se non sono i comunisti, ormai inservibili come il fonografo a tromba, sono i russi. Se non è zuppa è pan bagnato. Eppure quest’uomo è autore di ottime pubblicazioni critiche sul pensiero cospiratorio (si veda, ad esempio, questa). Viene da pensare che il fine di queste pubblicazioni fosse quello di sbugiardare l’idea delle cospirazioni alla Dan Brown riguardo alle sette segrete a carattere esoterico al fine di disinnescare con essa il “panico morale” delle sette e dell’occultismo tout court. Ad ogni modo, che lo spauracchio russo sia la nuova versione dello spauracchio comunista, buono per tutte le stagioni, è dimostrato dalle affermazioni che l’ineffabile fa alla fine della già citata intervista alla federazione degli amici dei culti. Infatti, riferendosi alla FECRIS, la federazione europea che riunisce le associazioni anti-sette, l’esperto afferma che gli pare che questo coordinamento europeo della militanza anti-sette stia spostando il centro delle sue attività e del suo sostegno pubblico dalla Francia alla Russia, un Paese dove la libertà religiosa delle minoranze è fortemente limitata. La FECRIS ha certamente la sua convenienza nel rapporto con le autorità russe e di altri Paesi dell’Est, ma ha dovuto imbarcare, e attribuire anche ruoli dirigenti, a esponenti anti-sette dell’Est europeo responsabili di eccessi grotteschi. Rieccoci. Se l’affermazione che i russi sono i nuovi “comunisti” ha un qualche – labilissimo – filo logico che la sostiene, soprattutto per l’appiglio storico e la biografia dell’attuale leader russo, l’idea che la Russia sia la nuova Francia a cui gli anti-sette guardano con la stessa simpatia con cui si suppone la guardino i tradizionalisti cattolici è veramente improponibile. I “laicisti” anti-sette e i cattolici tradizionalisti entrambi presenti nell’elenco degli amici della Russia, magari sullo stesso libro paga del ragioniere di Putin? Oltre che priva di logica, la teoria è priva di qualunque indizio che la giustifichi e si fa fatica a capire su cosa il gioviale avvocato dei culti basi la sua “impressione”. La tecnica del ripetere la medesima menzogna fino a farla diventare vera è qui sorretta da uno dei fondamentali principi della propaganda di Goebbels, quello della trasfusione. Questo prevede di utilizzare miti o pregiudizi nazionali o culturali già esistenti (in questo caso, la russofobia) per risvegliare una componente emotiva nel pubblico. Ma risveglire una componente emotiva, creare paure primitive è esattamente dar luogo ad un “panico morale”, proprio come quelli da cui l’uomo di AC ci mette in guardia da tempo. Uno psicologo la chiamerebbe manipolazione mentale. Un avvocato non si sa. #sette #Libertàreligiosa #psichiatria #clericalismo #NuoviMovimentiReligiosi #apologetideiculti #MassimoIntrovigne #LuigiCorvaglia

Breve saggio sulla confusione fra mogli e cappelli

Pseudoscienza, culti alternativi e multiculturalismo. Le aporie dello pseudo-libertarismo Di Luigi Corvaglia E’ la differenza di opinioni quella che rende possibili le corse dei cavalli. Mark Twain 1. Il tramonto dell’ oggettività Un uomo si guardò intorno alla ricerca del cappello. Allungò la mano e afferrò la testa di sua moglie, quindi cercò di sollevarla e di calzarla a copertura del cuoio capelluto. Bizzarro. Come si può pretendere che una moglie funga da copricapo? E’ infatti più probabile il contrario. Molte mogli non sono più espressive e di compagnia di un buon Borsalino e tengono infinitamente meno al caldo. Ciò non toglie che l’episodio raccontato da Oliver Sacks, benché bizzarro, sia diventato una sorta di luogo comune neuropsichiatrico dopo che il compianto neurologo intitolò il libro che gli diede fama internazionale proprio L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello. Il lettore è sicuramente incuriosito da un caso che riconosce come singolare e bislacco. Stranamente, però, quando simili confusioni e fraintendimenti non riguardano persone od oggetti, bensì idee e concetti, il lettore non pare avvedersi della equivalente bizzarria del caso. Ciò anche se – e forse soprattutto perché – a prendere fischi per fiaschi, o mogli per cappelli, non è il singolo paziente afflitto da agnosia, bensì intere schiere di baldanzosi abitanti del pianeta, preoccupanti percentuali di fruitori della rete telematica, gente con diritto di voto. E’ il caso, per esempio, di chi scambia per democrazia ed antiautoritarismo, cioè per amore per la libertà ed egualitarismo, la difesa delle più balzane teorie pseudoscientifiche, perché, si sa, esiste una “dittatura della scienza” che non permette di dare eguale voce alle teorie “alternative”. Similmente, c’è chi si fa difensore d’ufficio dei culti più oppressivi in nome di una “libertà di culto” messa in pericolo da una dittatura “laicista” (o, a scelta, della chiesa cattolica) che impedisce la eguale dignità dei culti. C’è perfino chi, in nome di questo supposto spirito democratico arriva a schierarsi per la tutela delle società più antidemocratiche e totalitarie, e delle pratiche più offensive per la dignità umana, in rispetto della “cultura dei popoli non occidentali”, del “diritto alla differenza”, perché, è ovvio, voler debellare la Sharia di stato o la pratica delle mutilazioni genitali femminili è una forma di colonizzazione culturale. Fra tutto ciò e la democrazia, l’egualitarismo, il rispetto per le culture e l’antiautoritarismo corre la stessa distanza che allontana una moglie da un cappello. Cercherò quindi di spiegare come e perché ciò avvenga. 2. “E chi lo dice?! I paradigmi della stronzata “Se leggete le loro frasi velocemente, suonano bene. Il rimedio è leggerle lentamente, riconoscerete così i meravigliosi paradigmi della stronzata” dice Gerald A. Cohen riferendosi a celebrati philosophes quali Jacques Derrida, Gilles Deluze, Julia Kristeva o Jacques Lacan. Si, perché “La cultura filosofica che, dalla seconda guerra mondiale in poi, ha prodotto la più grossa quantità di stronzate, sia rispetto al volume sia rispetto al calore con cui queste sono state accolte, è senza dubbio la cultura filosofica francofona “. Sappiatelo. Se qualcuno vi dice che “La vita è l’origine non rappresentabile della rappresentazione”1 non è un folle, ma un seguace del deocostruzionismo, una corrente che fu molto in voga oltralpe ed uno degli apporti culturali che convergono a fondare le basi dell’odierna confusione. Nell’ambito della controcultura degli anni ’60, infatti, ad un certo punto avvenne la saldatura fra due componenti culturali a forte rischio di deriva irrazionalista, una alta, colta, l’altra bassa e scarsamente intellettualizzata. Alla prima afferiscono appunto il pensiero “post-moderno”, che si rifà a Nietzsche e che si caratterizza per una concezione relativistica del sapere, quindi per l’ostilità nei confronti della scienza e un apprezzamento di qualsiasi tradizione lontana dal pensiero razionale, ma anche il “decostruzionismo” di Jacques Derrida (e un po’ tutta la “french theory”), così attratto da tutto ciò che è indeterminato, frantumato o appaia come deriva dell’identità. Gente che non è che confonda moglie e cappelli, ma che addirittura arriverebbe a dire che una moglie può essere un cappello. Del resto chi lo dice che non lo sia? Quale autorità? Questa pretesa di poter usare le lucciole come lanterne accomuna la versione colta della contestazione alla ragione con quella meno acculturata portata dai gruppi giovanili hippie e post hippie. Insomma, a partire dagli anni 60 un’ idea di relativismo andato a male ha immesso nel mondo l’idea che ciò che conta non siano i dati oggettivi, ma quelli soggettivi. Ciò significa che i fatti dipendono da come li si vede e che, forse, tutti hanno la loro parte di ragione. Questo comporta una minimizzazione delle differenze personali: Il problema è che le differenze personali sono il portato dell’individualismo nonché la fonte della democrazia, pertanto minimizzarle finisce col produrre l’appiattimento delle opinioni con conseguente diminuzione del diritto di critica, che è poi l’ anima della democrazia. Insistendo sulle differenze personali, si finisce paradossalmente per negarle sul piano epistemologico e morale, asserendo l’equivalenza delle diverse scelte e opinioni. E’ un buio in cui tutte le vacche sono nere. Giovanni Jervis, psichiatra che non temeva certo di essere etichettato quale conservatore o antiegualitario, ha descritto perfettamente quel milieu quando scriveva che negli anni ’60 e ’70 “il senso critico viene bollato come distruttivo; il richiamo all’esame di realtà è liquidato come residuo di positivismo” ma “la negazione delle diversità personali diventa repressione dei diritti delle minoranze” 2. Queste, infatti, hanno l’ardire di essere diverse. Perché il conformismo assolutista passi per antiautoritarismo e democrazia – cioè perché si possa calzare con nonchalance una moglie in testa – è necessario un nemico a cui far interpretare la parte dell’autoritario e lo si può facilmente trovare nell’oggettività. Infatti, l’oggettività tende a “imporsi” con l’ “autorità” dei dati (che sarebbe come dire che la legge di gravità è illibertaria perché ci toglie la libertà di saltare dal marciapiede al davanzale). Da qui la sfiducia nei saperi costituiti, nelle scienze esatte, in tutto ciò che è il cosiddetto “pensiero competente”. Ne discende un discredito, non di rado connotato di snobismo salottiero, per la cultura occidentale tout court – che su queste basi di individualismo ed oggettività si fonda- , e il recupero di tradizioni ancora non corrotte dalla modernità. Questo atteggiamento porta a rivalutare tutti i discorsi che non hanno la pretesa di essere competenti ma il merito di essere schietti, diretti, sinceri, emotivi. L’emozione è tutto. Ragione e competenza niente. Populismo e spontaneismo prendono il sopravvento. Le conoscenze esatte vengono degradate a miti condivisi e i miti rivalutati come forme universali di conoscenza. Astronomia ed astrologia, per esempio, divengono due “tradizioni”, due tribù culturali con eguale dignità, benché l’astrologia sia sicuramente più interessante, perché pre-moderna e democratica, non chiusa alla pratica per le persone non scientificamente competenti 3. Le persone sono tutte uguali, anche le idee. Non esistono pareri più attendibili, ma solo pareri, tutti interessanti. Ma è qui che questo pseudo-egualitarismo manifesta un antiautoritarismo più apparente che reale. Lascio la parola a Jervis: A chi fa notare che alcune teorie sono più verosimili perché meglio verificate, viene contrapposta un’obiezione: “Chi decide cosa è verosimile? Con quale autorità ci si vorrebbe portare ad arbitri della verità?”. Ma “Chi decide?” al posto di “quali fatti decidono?” dimostra la debolezza del ragionamento (…) E qui l’idea di autorità, cacciata dalla porta, rientra dalla finestra. Infatti, la critica allo strapotere degli esperti non viene esercitata nel nome del diritto di andare a cercare, per conto proprio, fatti e verifiche, bensì nel nome delle emozioni, dell’ immaginazione, della nobiltà di tutte le idee. Il dibattito, rifiutando il valore di prove e controlli, rinvia solo all’opinione personale, alla soggettività più o meno attendibile di qualcuno. E allora accade, inevitabilmente, che qualcuno risulti più dotato di carisma di qualcun altro, e finisca per essere più ascoltato. In pratica, non è vero che tutti i pareri siano ugualmente autorevoli: a qualche individuo più che ad altri – abbiamo tutti bisogno di padri, diceva Freud – viene attribuita una dose insolita di saggezza. In questo modo, rifiutando gli esperti ci si ritrova fra le braccia dei santoni.4 3. sette e multiculturalismo Il relativismo ideatico e concettuale che fa sì che tutte le persone esprimano idee degne e rispettabili, sia che dicano che la terra è tonda, sia che dicano che è piatta, si ripropone nel passaggio dagli individui alla culture. I costumi culturali sono tutti degni, anche i matrimoni combinati delle spose bambine o la tradizione del Sati, le vedove indiane che, nelle sperdute campagne, si ardono vive insieme al cadavere del marito. Sono tradizioni. Chi siamo noi per giudicare? Anche qui, l’iniziale impressione può essere quella che si tratti di una posizione progressista, libertaria e democratica. In realtà, il presupposto del relativismo culturale, cioè l’idea che non esistano società, culture e costumi migliori di altri, è solo apparentemente egualitario. Infatti, rinunciando al confronto e alla ibridazione, il relativismo culturalista è stato l’argomento centrale per giustificare l’ Apartheid in Sud Africa. Come osserva Pierre-André Taguieff, nel passaggio dalla “razza” alla “cultura” la logica del pregiudizio è rimasta immutata. Si “rispettano” le tradizioni di popoli diversi perché i loro meccanismi psicologici sono diversi. Sono fatti “così”. Quindi, non si dica che “i negri hanno il ritmo nel sangue”, ma, in modo “corretto”, “gli afroamericani fanno musica molto ritmata”… Non è quindi un caso se il tema della relatività delle culture, qui denominata anche differenzialismo, sia centrale nella proposta della Nouvelle Droite, la destra radicale francese. Infatti, se tutte le etnie sono diverse l’una dalle altre, diverse e tutte rispettabili, tali differenze vanno preservate evitando il meticciato. Ecco che la via di fuga del relativismo che dovrebbe eliminare le differenze ne comporta, paradossalmente, la ricostituzione. Infatti, il multiculturalismo proposto da questo pensiero non è altro che la coesistenza di comunità separate all’interno di uno stesso territorio. Non ha alcuna importanza se all’interno di alcune di queste comunità non vengano rispettati i diritti umani che al di fuori sono considerati inviolabili. Per Alain de Benoist, principale teorico della Nuova Destra francese, del resto, i diritti umani non esistono, sono una creazione dei liberali per egemonizzare il globo, dato che ogni popolo ha una sua scala di valori morali. Quindi, guai a impedire l’infibulazione nelle bambine provenienti dal corno d’Africa, guai a tutelare la dignità della donna nelle comunità in cui è messa in pericolo. E’ il diritto alla differenza. Su questa base si intende costruire un “multiculturalismo” che non mira a integrare le minoranze allogene all’interno delle democrazie occidentali ma, al contrario, vuole la creazione di isole culturali non occidentali all’interno dei Paesi del primo mondo. Un buon esempio realizzato ne è il quartiere di Molenbeek a Bruxelles. Da qui venivano gli autori degli attentati di Parigi del 2015 e qui la percentuali di giovani islamici radicalizzati è alta. Una generazione di esclusi che ha interiorizzato la propria ghettizzazione passa con facilità dalla delinquenza all’ odio per i non-musulmani e da lì, su un piano inclinato, scivola verso ideologie jihadiste. Ad ogni modo, anche senza concentrarsi sulle derive razziste, comunque utili per mostrare quanto sia “libertaria” questa concezione quando portata alle estreme conseguenze, è chiaro che questo tipo di proposta è solo apparentemente rispettosa delle fedi e dei costumi. Infatti, si fonda su una discutibile neutralità col rischio che si imposti una convivenza in cui lo Stato democratico rinuncia ad una parte dei propri diritti a favore di gruppi che non credono nella democrazia. Una democrazia coi buchi, come un formaggio svizzero. La stessa logica la vediamo al lavoro quando si passa dalle culture ai gruppi chiusi. Questi sono piccole “culture”. E’ il caso dei culti minoritari, le cosiddette “sette” o, in modo più politically correct, “nuovi movimenti religiosi”. Il fenomeno dei gruppi spirituali alternativi è dilagato a partire dagli anni ’60 e ’70 a causa dell’ambiente culturale sopra descritto, così avverso alla logica aristotelica e così affascinato dalle culture non occidentali, ma soprattutto per il fenomeno descritto da Jervis, quello per cui il vuoto di expertise viene colmato dal carisma del santone. Similmente, le pratiche terapeutiche alternative sono fiorite nella medesima fascinazione per le culture non ancora corrotte dalla scienza e nel mileu dell’anarchismo metodologico del “tutto va bene”, per dirla con Paul Feyerabend, il teorico del relativismo in epistemologia. Nella rivisitazione che la corrente culturale contemporanea definita New Age fa di questi temi i due aspetti, spirituale e terapeutico, sono non di rado congiunti. Tralasciando i casi che giungono agli onori della cronaca per violenze, stupri, riduzione in schiavitù e quant’altro si possa immaginare di turpe, in molti di questi gruppi minoritari la subordinazione dell’adepto è totale, il suo allontanamento dalla famiglia e dal mondo esterno la regola, il dissenso è represso. Sono dei piccoli regimi assolutisti. Esiste la “libertà di culto”, uno di quei diritti di cui de Benoist nega l’esistenza. Chi siamo quindi noi per giudicare? Cavoli loro, verrebbe da aggiungere. Tutte le forme di spiritualità e di devozione sono egualmente degne di rispetto. Così, molti sedicenti e supponenti “liberali” in questo campo si dimostrano veramente confusi. Alcuni di essi, si ergono sulla base della difesa del diritto di culto a difensori d’ufficio di culti che sono anche abusanti, cosa che, in genere, non fanno quando si tratta di Stati totalitari, pur essendone questi culti la versione tascabile. Nel caso degli stati, infatti, essi fanno campagne per la loro democratizzazione e a difesa dei diritti dei cittadini. Nel caso dei gruppi di spiritualità alternativa, e anche dei gruppi in cui si praticano terapie pseudoscientifiche, pare che si preferisca difendere il diritto del guru-dittatore a persuadere i suoi adepti che non difendere questi ultimi dal primo. Un diritto si mangia gli altri. In genere, questi sono gli stessi “liberali” e “libertari” che fanno le campagne contro le mutilazioni genitali femminili nei paesi in cui ciò è prassi. In definitiva, nella loro agnosia concettuale, gli apologeti dei culti propagandano l’idea differenzialista in versione mignon. Infatti, i culti, siano grandi e multinazionali come Scientology, o piccoli e locali come la miriade di gruppi costrittivi meno noti, sono, sovrapponibili alle culture allogene non integrate, isole culturali non occidentali e non democratiche all’interno dei paesi occidentali e democratici. I loro promotori e i loro difensori “progressisti” propongono la stessa visione “multiculturalista” vista precedentemente a proposito delle culture, la stessa discutibile neutralità, la stessa pretesa di uno Stato democratico che rinuncia ad una parte dei propri diritti a favore di gruppi che non credono nella democrazia. Un relativismo falso, peloso, incongruente, sovrapponibile alla visione della Nouvelle Droite. Altro che individualismo, liberalismo e difesa dei diritti. Questo è scambiare le mogli per cappelli. __________________________________________ 1 Derrida, J., La scrittura e la differenza, traduzione di G. Pozzi, Einaudi, Torino, 1990 2 Jervis, G., Individualismo e cooperazione. Psicologia della politica, Bari, Laterza, 2002, pag. 131 3 Paradossalmente, perfino un ambito medico come la psichiatria si è lasciata portare dalla corrente dell’anti-oggettività, in ciò facilitata dal preesistente antibiologismo portato dalla psicodinamica freudiana, che negli anni della contestazione sarebbe esplosa nella sfolgorante produzione (post moderna e decostruzionista) di Lacan, quella che fece dire ad Heidegger, “questo psichiatra ha bisogno di uno psichiatra”. Ogni collegamento del comportamento alla biologia è stato visto come un tentativo lombrosiano di introdurre un riduzionismo organicistico. Fatto è che all’ antibiologismo è legato a stretto nodo il moralismo. Infatti, se la biologia è costrizione e pretende di imporsi con l’autorità dei fatti, ciò contrasta con la teoria della libertà di migliorare illimitatamente. Nel magnifico mondo in cui se i fatti non si adeguano alla teoria è tanto peggio per i fatti succede che se il miglioramento atteso non avviene la colpa sarà del soggetto stesso che non ha mobilitato tutte le sue risorse per la propria espansione. Fa notare Jervis che così “ricompare in forme laiche l’idea della conversione”. Terreno privilegiato per vedere all’opera questo moralismo è quello della medicina delle dipendenze. Qui una pletora di operatori di formazione psicodinamica ha rifiutato e rifiuta, per ragioni morali e non scientifiche, di dare prevalenza al trattamento con farmaci sostitutivi dell’eroina. L’eroinomane sembra dover scontare la propria perversa ricerca del piacere con una disintossicazione rapida e quanto mai dolorosa e si attribuiscono le sue ovvie ricadute a debolezza di carattere, a ostilità nei confronti del terapeuta e altre prove della non avvenuta “conversione”. 4 Jervis, G., op. cit. pag. 138 #PierreAndrèTaguieff #relativismo #psichiatria #frenchtheory #JacquesDerrida #JacquesLacan #multiculturalismo #GillesDeleuze #decostruzionismo #Newage #LuigiCorvaglia #68

Come scoprii di essere un demonio

Storia di una burla esoterica. Forse. di Luigi Corvaglia Alcuni anni fa scoprii di essere l’incarnazione del diavolo; ma proprio di Lucifero, eh. Mica uno qualunque. Io non lo sapevo. Cioè, ero consapevole di essere il tipo che fa le pentole ma non i coperchi (come recita il celebre adagio) ma non di essere satanasso in persona. Me lo rivelò Gabriella Pasquali Carlizzi, una mistica e veggente, oggi deceduta, che ebbe il suo quarto d’ora di relativa celebrità quando accusò lo scrittore Alberto Bevilacqua di essere il “Mostro di Firenze”(si veda qui ) . La rivelazione della mia natura luciferina avvenne in un forum online all’epoca piuttosto noto fra dietrologi e complottisti, tutta gente che mangia pane e volpe a colazione e non si beve le verità ufficiali dei giornali. Loro, i frequentatori del forum, erano gente furba. Loro sapevano leggere fra le righe e coglievano gli indizi dei complotti orditi da (a scelta) sionisti, alieni, la massoneria, gli Illuminati, Big Pharma e lobby dei vaccini, il Vaticano, gli USA, satanisti misti, lobby gay, mangiatori di carne, da soli o variamente incrociati fra loro (alieni sionisti, satanisti vaccinisti, ecc.). Sapevano, per esempio, che tutti gli omicidi irrisolti hanno una motivazione esoterica. Tutta gente astuta alla quale non la si fa, insomma. Ok. In questo contesto avevo scatenato un putiferio affermando due concetti che lì in mezzo non godevano di buona reputazione: il primo è che le affermazioni vanno provate – e affermazioni straordinarie prevedono prove straordinarie – , il secondo, che possiamo dimostrare tutto ed il contrario di tutto se si prendono fatti slegati e li uniamo fra loro secondo una lettura simbolica ed esoterica (perché si tratta di ipotesi “non falsificabili”, direbbe il povero Popper). La fondatrice della Associazione fra i Volontari della Carità e del Partito Cristiano della Democrazia (guarda questo), la Carlizzi, appunto, dopo aver mostrato le proprie virtù cristiane minacciandomi con i toni del Savonarola quando era in una giornata buona, invitò il mio principale interlocutore a non reagire alle provocazioni del sottoscritto perché si sa che LUIS CIFER ringhia e sbava ogni volta che si scoprono i misteri ingannevoli dentro i quali manovra i suoi adepti…” (si veda qui ). Luis Cifer? Luis sta per Luigi. Ci sta. Il resto viene da sé, immagino. Fatto è che qualche altro utente, invece di farsi i fatti suoi, faceva notare che uno dei miei blog dell’epoca si chiamava proprio Lucifero, cosa che io ben sapevo, visto che lo avevo provocatoriamente così intitolato perché vi postavo contenuti che ritenevo anti-oscurantisti (Lucifero significa “portatore di luce”) e mi divertiva scandalizzare i benpensanti come un capellone, ecco. La vedevo come una guasconata a metà fra gli Stones di “Sympathy for the Devil” e l’ “Inno a satana” del pur insopportabile Carducci. Evidentemente mi sbagliavo. Infatti, l’astuto utente sottolineò anche qualcosa che non sapevo: la data in cui avevo dato vita a quel blog era un chiaro segno della mia provenienza dagli Inferi. Infatti, era l’ 11/11/2007. (si veda qui). Per chi non fosse esperto di numerologia o di Cabala, spiego che il numero 11 simboleggia le forze del caos (vi dice niente la data “11 Settembre”?) mentre l’intera data, 11.11.2007, si legge cabalisticamente 1+1=2, poi 1+1= 2, infine 2+0+0+7=9. Pertanto 2+2+9=13. Ora, il 13 è il numero associato alla “sommossa di Lucifero”! Non c’è più discussione. La matematica, del resto, non è un’opinione. Insomma, sono un (povero) diavolo. Eppure non lo sapevo.
Alcuni anni dopo, ripresomi dallo shock, decisi di approfondire le mie conoscenze di Cabala e numerologia. Un demonio, per quanto apprendista, ne deve sapere. Dove si era mai visto un diavolo che non sapesse riconoscere i segni lasciati dagli occultisti? Si rischiava che qualcuno mi sacrificasse una vittima per compiacermi e io non me ne rendessi conto. Così, leggendo gli esperti, scoprii che alcuni dei delitti più à la page erano “delitti esoterici”. Il delitto di Erba, ad esempio. Avvenne l’ 11.12.2006. Il valore numerico ottenuto sommando i numeri che compongono la data è 13, che ora sappiamo essere il numero della sommossa di Lucifero, oltre che simbolo della morte e rinascita, e che il giorno del mese è 11, numero delle forze del caos. Il delitto di Cogne, invece, avvenne il 30.1.2002. Il suo valore numerico è 8, che nella cabala simboleggia la giustizia, quindi il giustiziare. Non dovrebbe, comunque, essere ininfluente il fatto che il 30 Gennaio sia anche il mio compleanno (nonché il giorno dell’ascesa al potere di Adolf Hitler nel 1933), ma forse mi sto facendo prendere la mano. Ad ogni modo, all’astuto indagatore di delitti esoterici non sfuggono i numeri fondamentali ( si veda qui). Essi sono i seguenti: – 7, il numero perfetto.
– 8 (che nella cabala simboleggia la giustizia, quindi uccidere qualcuno significa fare giustizia),
– 11 (che ha assunto lo stesso significato dell’8 nella ritualistica satanica della Golden Dawn);
– 13 (che simboleggia Lucifero, la morte e la trasformazione). Il 13 ricorre in particolare nei delitti di gruppi satanici organizzati. Nei delitti satanici talvolta ricorre anche il 18, perché 18 non è altro che 6 per tre, cioè 666.
– infine quasi tutti i multipli di 11, in particolare il 33, che oltre ad essere il numero 11 moltiplicato per tre, è anche il numero del massimo grado dell’iniziazione massonica.
Occorre infine ricordare che, a parte i multipli dell’ 11 e il numero 13, tutti gli altri numeri vanno sempre ricondotti a un numero di una cifra (ad esempio se il valore numerico di una data è 25, occorre poi sommare nuovamente 2 e 5 e il risultato è 7). Una bella sera, facendo zapping, passai per una nota trasmissione televisiva devota alla missione di rintracciare gente scomparsa. Vi si stava trattando un caso molto famoso e misterioso, quello di Elisa Claps, una ragazza di Potenza che era sparita e i cui resti erano stati ritrovati ben 17 anni dopo nel sottotetto della chiesa della Trinità nel centro della stessa città. Notai con sconcerto che nessuno parlava della pista esoterica. Si faceva solo riferimento al fatto che nella vicenda si ripeteva con insistenza il numero 12. Vuoi vedere che non se ne era ancora accorto nessuno? Fu così che decisi di fare il mio esperimento, quello di costruire una pista esoterica coerente utilizzando solo gli elementi a disposizione del pubblico che legge i giornali o guarda la TV. Analizzai i seguenti elementi: – La frequenza del numero 12 (la data di nascita di Elisa, la data della sua scomparsa, ecc.). Cabalisticamente, 12 non è che 1 + 2 = 3! Orbene, il numero 3 è un numero sacro. Si esprime col simbolo del triangolo e rappresenta anche Dio, ma rovesciato simbolizza il Diavolo; – La data della scomparsa e, probabilmente, dell’omicidio: 12.09.1993, che corrisponde a 1+2+9+1+9+9+3= 34= 3+4= 7. E’ il “numero perfetto” che è legato ai delitti esoterici. Si provi, ancora, a sommare per coppie e si otterranno : 12 (1+2) = 3; 09 (0+9)= 9; 19 (1+9)= 10; 93 (9+3)= 12, cioè 3+9+10+12= 34= 3+4= 7 A voler ulteriormente lasciarsi andare, 12 corrisponde, come detto, a 3; ma 9 (settembre) corrisponde a 3 volte 3! A leggere per esteso la data, il numero 9 compare 3 volte! E i tre 9 rovesciati formano il “numero della Bestia”: 666; – Il luogo del ritrovamento: La Chiesa della Santissima Trinità! (trinità: divinità e numero 3…); – Il giorno del ritrovamento: 17 (7 + 1 = 8) del mese di Marzo (3) del 2010 (2+0+1+0= 3). 8 la giustizia, 3 la divinità; – Il numero comparso per le strade della città ad opera di ignoti writers: 53. Ma 53 è 5 + 3 = 8. Nella cabala l’ 8 simboleggia la giustizia. E’ però stata proposta (dall’ ordine iniziatico satanico della Golden Dawn) una inversione di senso del numero 8 con quello dell’ 11. In tal modo, l’ 11 è la giustizia, mentre l’ 8 diventa la forza, la potenza (che, sarà un caso, ma è proprio il nome della città…).
Tra l’altro, 5 e 3 possono anche rappresentare la quinta e la terza lettera dell’alfabeto: EC. Elisa Claps? – La croce rovesciata che compare sul muro della Chiesa. Non è una torre, come erroneamente espresso nel corso di una puntata della trasmissione. E’ semplicemente una croce rovesciata, il principale (contro)simbolo satanico, esprimibile anche col triangolo (3) con la punta in basso.
Teorema fantasioso, vero? Eppure dotato di una certa coerenza interna. Alcuni deliri lo sono. Fatto è che organizzai una bella letterina per la redazione con tutti questi elementi presentandomi come un collaboratore della cattedra di Criminologia di una Università (cosa che era vera) e attesi la puntata seguente della trasmissione. Con mia grande soddisfazione e una certa inquietudine, la mia analisi fu presa sul serio al punto che se ne fece una veloce ricostruzione e fui costretto a riscrivere alla redazione per rivelare il mio gioco (non prima di aver, però, concesso anche un’intervista ad un magazine online lucano col quale continuai a recitare la parte).
Ora, però, sono confuso. Non so più se la mia ricostruzione sia vera o falsa, se descriva realmente la contorta mole di messaggi esoterici pensata da qualcuno, oppure se si tratta solo di una burla messa in atto per confermare quello che dissi in quel forum, cioè che, dati una serie di elementi a caso, ne possiamo dedurre una narrazione coerente, per quanto infalsificabile, come un delirio paranoideo. Nel primo caso, vorrebbe dire che sono realmente un demonio. A pensarci bene, anche nel secondo. #Cabala #complottisti #ElisaClaps #teoriedellacospirazione #teoriadellacospirazione #esoterismo #GabriellaPasqualiCarlizzi #LuigiCorvaglia #scetticismo #numerologia

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