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Poco ortodossi. la chiesa di Meluzzi, gli anti-sette e le fake news

Poco ortodossi. la chiesa di Meluzzi, gli anti-sette e le fake news

“Aloì’, damme na sigaretta”. Così si rivolgeva al vescovo Aloisio Dudù, il guappo napoletano interpretato da Nino Manfredi, alla fine del film Operazione San Gennaro. Dudù non intendeva mancare di rispetto ad un vescovo, ma poiché stava portando avanti un piano per rubare l'oro di San Gennaro, pensava che Aloisio fosse l'attore che lui stesso aveva richiesto ai suoi complici per portare a termine l'impresa criminale. Dudù trovava il vescovo Aloisio “troppo secco” per impersonare un prelato. D'altro canto, non sono rare le volte in cui si è tentati di rivolgersi con simile tono irrispettoso a personaggi il cui modo di presentarsi tronfio ed enfatico cozza con l’impressione meschina che ci fanno. Se Dudù avesse incontrato il “vescovo” Filippo della Chiesa Ortodossa Italiana Autocefala un “Ah, Filì’, damme na sigaretta” ci sarebbe scappato di sicuro. Non perché questi sia “troppo secco”, tutt’altro. I titoli di quello che al secolo è noto come Filippo Ortenzi, sono Vladika Filippo delle Terre di Roma, Eparca della Eparchia del Lazio, della Tuscia e delle Terre di Roma, Cancelliere della Chiesa Ortodossa Autocefala Italiana, Prevosto della Comunità di san Michele Arcangelo, Gran Priore della Confraternita Termplare San Giacomo de Molay, Magnifico Rettore della Università Ortodossa San Giovanni Crisostomo, Magnifico Rettore dell’ Accademia Ortodossa San Nicodemo, Segretario Nazionale del Partito Giustizialista Italiano, impiegato postale. Si, impiegato postale. Vescovo, Magnifico Rettore, ma anche smistatore di corrispondenza presso Poste Italiane. Ah, Fili’, sta sigaretta? Utilizzando un termine oggi di moda, si sarebbe tentati di dire che questo signore sia un vescovo fake, anche tenuto conto del fatto che fa riferimento ad una comunione non riconosciuta da alcun Patriarcato Ortodosso, quella che vedeva al suo apice un volto noto della televisione italiana, lo psichiatra Alessandro Meluzzi, conosciuto ai suoi fedeli come Sua Beatitudine Alessandro I, Primate della Chiesa Ortodossa Italiana, Arcivescovo d’Italia, Eparca di Ravenna e Aquileia. La Chiesa Ortodossa Italiana Autocefala è nota, oltre che per avere avuto una celebrity al suo apice, anche perché questi, appena eletto Primate, ha dichiarato di voler portare agli altari la discussa figura del suo vecchio sodale Don Pierino Gelmini. Quest’ ultimo, già pregiudicato per aver scontato quattro anni di prigione per truffa, quando fu colto dalla morte era sotto processo per abusi sessuali nei confronti dei tossicodipendenti ospiti delle sue comunità. Altro elemento di interesse per i giornali è stato il fatto che nella Chiese meluzziana è poi confluita un’altra comunione ortodossa, la Chiesa Ortodossa Ecumenica dal sedicente Max di Montecristo of Strichen, XVII Barone di Strichen (Scozia) , che poi si è rivelato il truffatore Massimiliano Muzzi di Roma, arrestato nel Maggio scorso per aver frodato 145 risparmiatori per decine di milioni. Anche se considerando il numeri dei fedeli il loro potere non avrà mai probabilmente superato quello di un paio di amministratori di condominio, i due, lo showman della psichiatria (Sua Beatitudine) e il “ripartitore senior” di Poste Italiane (Filippo delle Terre di Roma) sono stati i due vertici della Chiesa. Hanno molto in comune. A cominciare dalle frequentazioni massoniche. Alessandro I è massone “in sonno” del GOI e Filippo delle Terre di Roma si fa vedere a incontri di obbedienze “spurie” e frequenta il mondo del neo-templarismo. Lo troviamo, infatti, in qualità di Segretario Nazionale del Partito Giustizialista Italiano, una organizzazione di Estrema Destra “neo-peronista, che lotta per un’alternativa Social-Nazionale all’attuale Regime dominato dalle plutocrazie bancarie antinazionali”, alla canonizzazione alla Chiesa “Ortodossa” dell’ ultimo Maestro dei Templari Jacques de Molay, che diviene impropriamente simbolo della resistenza anti-islamica, occasione nella quale ha partecipato al Capitolo del Sacro Ordine Equestre Ecumenico Templare (si legge sul sito “a tutta Destra”). A tal proposito, si sottolinea che i due condividono anche le medesime idee politiche (non Filippo e il povero de Molay, ma Filippo e il povero Meluzzi). Infatti, Alessandro I da Mediaset, ex parlamentare di Forza Italia, UDR, Lista Dini, UPR, Verdi, Udeur con un passato ne Il Manifesto, nella FGCI, nel PCI e nel PSI craxiano, è ora stato folgorato dal nuovo verbo sovranista-populista. Vede in Putin la salvezza dell’Europa in quanto argine alla sua “distruzione afro-asiatica“. Il suo account twitter è un vero campionario di complottismo paranoide sulla immigrazione destinata a imbastardire l’identità cristiana nazionale con annessi e connessi pluto-giudaico-massonici (proprio lui…). Veniamo però informati (qui) del fatto che Nel 2017, Filippo Ortenzi, viene sollevato dall’incarico di Cancelliere e sospeso da ogni attività all’interno della Chiesa, mentre venivano sollevate perplessità ecclesiastiche su di lui, da parte di altri vescovi ortodossi che lo conobbero nel passato. Nei mesi successivi, Ortenzi, operò una scissione che vedrà, per sua opera e di Massimo Giusio (segnatevi questo nome, NdR), la rinascita della Chiesa Ortodossa Italiana, associazione di culto già esistente, fondata da padre Antonio De Rosso e a cui Ortenzi affermava di essere appartenuto in passato. Dopo aver subito tale scisma la chiesa Ortodossa Italiana Autocefala aggiungerà due “aggettivi” alla sua denominazione prendendo la denominazione definitiva di Chiesa Ortodossa Italiana Autocefala Antico Orientale (C.O.I.A.A.O.)." Quindi, Meluzzi, che nel Settembre 2020 lascia anche il ruolo di primate per ritirarsi in un monastero dell'astigiano (una vita monastica interrotta da frequenti ospitate televisive) è ora il riferimento di una costola scismatica della chiesa da lui fondata e non riconosciuta, rimasta in mano allo smistatore di Poste Italiane. Ciò che sembra non essere mutato è l'orientamento ben più che "tradizionalista" della chiesa. Alla guida della nuova denominazione è ora tale Cosma I, al secolo Antonio Parisi, già Segretario Nazionale del Fronte Monarchico Giovanile dell' UMI, poi fondatore del partito monarchico FERT e collaboratore dell’Arciduca Otto d’Asburgo. Per avere un'idea dell'orizzonte psico-politico dello showman monastico, si può pescare a piene mani dai rotocalchi. In un’intervista ad AffariItaliani.it, nel pieno della crisi istituzionale post-elettorale del 2018, l'allora primate Alessandro I, arrivava a gridare al complotto ordito dal Papa, dal Presidente della Repubblica Mattarella, dal M5S (sic) e dall’immancabile Soros. Questo complotto sarebbe stato teso ad impedire a Matteo Salvini, noto araldo dei valori cristiano-sovranisti, di formare una maggioranza. Paventava un’Italia guidata da un “governo tecno-Pd-mattareliano-sorosiano-bergogliano-europeista-antifascista”. Già il 2 gennaio su Il Tempo, aveva accusato Papa Francesco di volere “de-cattolicizzare” la Chiesa e di farlo su commissione di non ben delineati Poteri Forti: Il sospetto è che Bergoglio abbia una missione univoca da svolgere: quella di addomesticare ogni resistenza dell’Occidente all’omologazione culturale e alla sostanziale sottomissione all’Islam maggioritario e di fiaccare ogni resistenza della civiltà europea. Ma il meglio, il nostro primate (nel senso che ha il pollice opponibile) lo ha dato con l'avvento della teoria del complotto nota come QAnon e il dilagare della pandemia da Covid-19. Meluzzi è stato fra i più "autorevoli" diffusori in Italia della teoria secondo la quale il mondo sarebbe retto da una cabala di satanisti pedofili costituita dai democratici e dai liberal, non solo americani, e che Donald Trump li avrebbe combattuti fino alla vittoria finale (si veda - ne vale la pena - la performance fornita al riguardo qui). Quando, nell'agosto del 2020, l'ex ideologo di Trump, il sovranista Steve Bannon, venne arrestato, il misurato psichiatra da salotto scrisse su Twitter: Le accuse a Bannon fanno parte del fuoco di sbarramento Dem Deep State sadopedofilo contro Trump e i popoli sovrani! Ne prepareranno altre da veri luciferiani quali sono! Ma forse non basterà se Maria Vergine e Madre protegge il suo popolo! Ad Aprile aveva però dato il massimo ri-twittando una notizia diffusa nella rete di QAnon secondo la quale i Navy Seals avevano abbattuto un tunnel sotterraneo al Central Park di New York al comando dello stesso Trump e liberato centinaia di bambini che i pedo-satanisti tenevano prigionieri lì sotto al fine di abusarne e berne il sangue. Insomma, nel corso della pandemia, Sua Beatitudine ha mostrato la propria coerenza nel denunciare il piano delle élite globali, Bill Gates su tutti (lo definisce "un vecchio nerd masturbatore"), che hanno creato il virus per imporre il Nuovo Ordine Mondiale tramite i vaccini e i microchip sottopelle. Circa questi ultimi è particolarmente contrariato. Lui pare aver ben compreso - e ci tiene a farlo comprendere anche a noi -, che i microchip altro non sarebbero che il marchio della bestia preannunciato nell'Apocalisse di San Giovanni. In quel libro si parlava "del trionfo dell’abominio e noi ci stiamo avvicinando. Quello del 666, del segno della Bestia che gli esseri umani dovranno impiantarsi sotto pelle e senza il quale non si potrà né comprare né vendere e quindi vivere". Insomma, complottismo – da QAnon alla bufala del piano Kalergi, alla ideologia gender – pescato a piene mani dall’armamentario dell’estrema destra e fake news su vaccini ed immigrati che talvolta scivolano nel ridicolo. Qualcuno ha notato come le bufale diffuse da Meluzzi coincidono sorprendentemente con quelle della propaganda russa. Non è un caso che è stato individuato da NewsGuard, azienda specializzata nel monitoraggio della disinformazione sul web, come uno dei “super-diffusori di disinformazione sul COVID-19 in Europa”. In altri termini, Sua Beatitudine si fa megafono del populismo sovranista e islamofobo oggi à la page. Libero di esserlo, come di organizzare Chiese a casa sua con chi vuole. In un paese libero e laico nessuno andrà a sindacare. Sennochè, The Journal of Censur, la rivista del noto Centro di Studi sulle Nuove Religioni (CESNUR) diretto da Massimo Introvigne, dà spazio nel numero di Luglio-Agosto 2018 ad un articolo di tal Massimo Giusio sul tema delle fake news prodotte, a dire dell’autore, dalle associazioni anti-sette “al servizio della denigrazione religiosa”. In altri termini, la tesi dell'autore è che i culti come Scientology o alcuni gruppi magico-esoterici che sfruttano gli adepti sarebbero ingiustamente perseguitati dalle associazioni e dagli studiosi che lottano per smascherare guru e santoni che abusano dei loro adepti. Questi studiosi sarebbero colpevoli di diffondere notizie false al fine di denigrare i gruppi religiosi minoritari. Trattandosi della rivista di un centro studi celebrato (benché discusso), si dovrebbe dar per scontato che gli autori siano al di sopra di ogni sospetto e assolutamente attendibili. Fatto sta che una semplicissima indagine in rete permette di scoprire che questo Massimo Giusio è uno dei quattro componenti dell'allora Santo Sinodo della chiesa tascabile di Meluzzi e Filippo delle Terre di Roma, nonché Presidente del Tribunale Ecclesiatico Nazionale della stessa Chiesa. Probabilmente è sempre lui il Maximus che è Gran Priore della Fraternità Apostolica Ecumenica di San Gerolamo e dei Re Magi nonchè il Corepiscopo della Cappella Padre Adeodato-Sacra Famiglia a Torino. Il personaggio lo abbiamo già incontrato quale componente della fronda interna che porterà alla scissione del ramo che mantiene la denominazione di chiesa ortodossa autocefala (quello rimasto al vescovo portalettere). Appare curioso che chi frequenta un ambiente quale quello appena descritto possa esprimersi sulle fake news che si suppone siano prodotte da altri. Ancora più curioso che possa parlare di “denigrazione religiosa” chi proviene da un ambiente che ha partorito perfino un partito anti-islamico. Il personaggio, quindi, merita un approfondimento. Si scopre così che ha scritto insieme a Luigi Berzano del Cesnur e all’imprenditore dell’informatica sanitaria Giorgio Moretti (quest’ultimo attualmente indagato per corruzione nella sanità) un Manifesto per la buona sanità, che dirige un Master in Scienze Vittimologiche presso un istituto privato, che è massone dell’ Unione Massonerie di Stretta Osservanza Iniziatica (UMSOI) e vice-Rettore presso la Università Ortodossa san Giovanni Crisostomo di cui è Magnifico Rettore Filippo, il Vescovo smistatore. Questa è una istituzione della allora Chiesa Autocefala che si suppone non produca titoli a valore legale. Giusio è poi docente anche presso la Università di Scienze Specialistiche Esorcistato Demonologia Escatologia Internazionale (USEDEI) . Sembrerebbe avere le carte in regola per essere considerato un vero accademico! Sennonché, alla sua pagina presso l’ USEDEI Giusio risulta antropologo; strano, altrove è presentato spesso come sociologo, criminologo, vittimologo, talvolta teologo, giornalista, quasi sempre avvocato. Infatti è grazie alla laurea in Giurisprudenza che Giusio lavora come amministrativo per il comune di Torino. Curioso è che scorrendo il suo curriculum presente proprio sul sito della città Sabauda, non solo non è possibile trovare traccia delle sue docenze presso prestigiose università di esorcistato e demonologia, che fanno sempre la loro figura in un curriculum, ma neppure del conseguimento di titoli più prosaici come una laurea in Sociologia, in Antropologia, in Teologia o un Master in Criminologia. Solo la laurea in Giurisprudenza a Camerino. Viene il sospetto che l’esperto di religioni e fake news abbia studiato in una delle “università” della Chiesa autocefala. Cosa ancora più curiosa, ad una prima ricerca, l’autore del testo contro le fake news non appare neppure incluso nell’albo degli avvocati della sua città o iscritto alla loro cassa previdenziale. Sorge il sospetto, a questo punto, che il nostro studioso sia realmente un esperto di fake, essendone egli stesso un ottimo esempio! In effetti, alla pagina del Tribunale Ecclesiatico Nazionale della Chiesa di Meluzzi, Giusio, qui ribattezzato Maximus, risultava essere “teologo, corepiscopo, consultore, dottore in giurisprudenza”. Dottore in giurisprudenza è il titolo che assume il laureato in materie giuridiche che non è ancora avvocato. Però era Presidente del Tribunale Ecclesiatico Nazionale. Ah, Massimo, damme na sigaretta (l’accendino me lo passa il Cesnur…).

Finché la barca va.  Etica della scialuppa e pandemia

Finché la barca va. Etica della scialuppa e pandemia

Pandemia e scelte morali: Parte Seconda Luigi Corvaglia Il 25 Luglio 1884, il capitano Dudley accoltellò a morte il suo assistente di cabina e, insieme a due compagni, se lo mangiò. Benché il verdetto emesso contro di lui mesi dopo quel fiero pasto fosse di morte per impiccagione, il Ministro della Giustizia dell'epoca, William Harcout, commutò la pena in appena sei mesi di carcere. Perfino il fratello del giovane di cui i tre si erano cibati si era comportato cordialmente con gli imputati in tribunale. Per comprendere il perché di tanta clemenza è necessario conoscere la storia che il capitano raccontò. L'equipaggio di quattro marinai era salpato dall'Inghilterra alla volta dell'Australia quando, a mille miglia dalla costa, fu colto da una tempesta che affondò la loro imbarcazione. I quattro si salvarono su una scialuppa di salvataggio con solo pochi barattoli di rape. Dopo tre settimane alla deriva, stavano tutti morendo di fame e di sete. Il giovane assistente di cabina, tale Parker, era quello messo peggio di tutti e stava per essere il primo a lasciarci la pelle. A questo punto Dudley propose agli altri due di uccidere Parker in modo da potersene cibare. Uno degli altri due, tale Brooks, rifiutò, mentre il secondo, un certo Stephens, aderì al piano. Così fu fatto. Mangiarono la carne e bevvero il sangue. Incluso Brooks. Tempo dopo, la piccola imbarcazione venne intercettata da una nave tedesca e i tre superstiti vennero portati in salvo. La relazione che Dudley scrisse rese impossibile non perseguire quegli uomini per omicidio. Eppure, molte persone, gran parte dell'opinione pubblica dell'epoca, e perfino lo stesso ministro ritennero che Dudley avesse una giustificazione logica al suo atto e che quindi l'azione non fosse moralmente riprovevole. In fondo, il povero mozzo sarebbe morto comunque. La nostra grammatica morale, quindi, sembra ripercorrere la logica di ciò che in economia si chiama efficienza paretiana o ottimo paretiano. Secondo Vilfredo Pareto, infatti, la situazione di maggiore efficienza che si possa raggiungere in una situazione data è quella in cui non ci può essere nessuna riassegnazione di beni che migliori la condizione di uno o più individui senza peggiorare quella di nessun altro. In altre parole, una situazione è pareto-efficiente nel momento in cui si raggiunga il miglioramento della condizione di almeno un individuo senza peggiorare quella di nessun altro individuo. E' quello che è successo sulla scialuppa in cui il povero Parker ha nutrito i suoi compagni. La condizione del ragazzo non è peggiorata, perché questi sarebbe comunque deceduto, ma in tempi tali da mettere a rischio la vita degli altri tre, mentre la condizione dei cannibali estemporanei è decisamente migliorata. Un ottimo esempio di pareto-efficienza che la nostra mente morale sembra cogliere alla perfezione, benché la cosa violi palesemente il "principio di non aggressione". Quest'ultimo è il principio che funge da base filosofica del libertarismo ed è propugnato quale unica istanza morale dai seguaci di questa corrente di pensiero che porta il liberalismo alle sue estreme conseguenze. Secondo tale visione, va condannata qualunque forma di "aggressione" ad un individuo o alla sua proprietà, considerata come estensione del diritto alla "proprietà di se stessi". Ciò indipendentemente dal fatto se il risultato di questa azione aggressiva sia dannoso, benefico o neutrale per il proprietario. Che possa essere utile ad un più ampio numero di persone, cosa che renderebbe morale un'azione secondo la prospettiva dell'utilitarismo, non riveste alcun interesse per il liberal-libertario, insensibile al "bene comune" e interessato solo al rispetto della libertà personale. L'unico diritto, in definitiva, rimane quello di proprietà (di sé stessi e del frutto del proprio lavoro). Pertanto, il solo criterio per definire legittima un'azione è la valutazione sul fatto se essa salvaguardi o violi detto principio. E' su tale base che gli esponenti del libertarianism, la corrente comunemente nota come anarco-capitalismo, ritengono illegittimo lo Stato; questo, infatti, aggredisce la proprietà dei produttori tramite la tassazione e persegue quali crimini comportamenti che non costituiscono aggressione alcuna (victimless crimes) come la prostituzione, lo spaccio di stupefacenti, il gioco d'azzardo, ecc. La questione acquista particolare rilevanza nel momento in cui la pandemia da Covid 19 ha portato i governi a limitare fortemente le libertà individuali per contrastare la diffusione del virus. Ne è nata una ovvia contrapposizione fra coloro i quali ritengono prioritaria la salvaguardia della salute pubblica, cioè chi segue l'etica del bene comune, e coloro i quali ritengono ogni limitazione degli individui quale una forma di illegittima aggressione alla libertà individuale. Curiosamente, molti degli esempi di scuola sovente utilizzati per distinguere l'etica della libertà da quella del bene comune è proprio quello dei naufraghi alla deriva. Una tradizione che deriva dalla Lifeboat Ethics inaugurata da Garrett Hardin. Ad esempio, è possibile leggere: Ci sono cinque naufraghi su una zattera che ne può contenere senza affondare solo quattro. Uno va eliminato altrimenti muoiono tutti. È evidente che la soluzione dove si salvano in quattro è migliore di quella dove non si salva nessuno. Il problema però è come si elimina un naufrago. Se ci si riconosce nel paradigma dell’etica della libertà non ci sono dubbi, un naufrago si può solo sacrificare volontariamente. Nel caso pertanto che uno o più naufraghi buttino a mare il più debole o il meno utile, questi sono assassini e dovranno pagare le conseguenze del loro crimine. Innanzitutto, la storia di Dudley e dei suoi uomini testimoniano del contrario, ma non solo quella. Il 6 Marzo 1987, nel porto belga di Zeebrugge, la nave passeggeri Herald of Free Enterprise imbarcò acqua e si capovolse. Persero la vita quasi 200 persone. Fra le testimonianze raccolte fra i superstiti, spiccò quella di un caporale dell'esercito che raccontò di essersi trovato sulla scaletta che portava alla scialuppa insieme a molti altri, tutti bloccati da un individuo che pareva paralizzato, probabilmente dal terrore, e che ostruiva l'unica via d'accesso alla salvezza. Tutti quanti iniziarono ad urlare verso questo individuo cercando di smuoverlo, ma questi sembrava incapace di muoversi. A questo punto, il caporale estrasse la pistola d'ordinanza e fece fuoco. Abbattuto l'ostacolo, tutti guadagnarono la scialuppa. Nessuno considerò l'azione del caporale un crimine e questi non fu mai perseguito. La pistolettata aveva raggiunto la condizione di ottimo paretiano. L'aneddotica è utile a comprendere come esista una grammatica morale che ci appare di per sé evidente e che è tale da sembrare innata, naturale. Ciò è degno di nota, perché i connotati di sacralità di cui i "libertari" investono il principio di non aggressione, e che lo rendono non negoziabile come si trattasse di un dogma religioso, è proprio l'idea di un diritto naturale di per sé evidente, quello appunto di non essere aggrediti. Ciò è spia esattamente della sua origine giusnaturalista, cioè del suo derivare dalla teoria filosofica secondo la quale esistono diritti naturali ed immutabili, giusti a-priori. Che ogni corpo appartenga al suo "manovratore" è, ad esempio, una consapevolezza che non necessita di acquisizione o di essere dimostrata. Pertanto, che noi non si possa disporre a piacimento del corpo altrui è evidente di per sé. E' ciò a cui gli anglofoni si riferiscono col termine di moral dumbfounding. Si tratta della condizione in cui si esprimono valutazioni sulla opportunità di una azione e la si sostiene con fermezza anche se non si sa spiegarne il perché (Haidt, 2001, 2007). Sennonché, tutto sembrerebbe dimostrare che l'uomo valuti nello stesso mondo non pienamente consapevole che anche l'aggressione può essere appropriata in alcune situazioni. Che questo avvenga soprattutto in condizioni in cui l'aggressione comporti un esito utilitaristicamente valido (il bene per il maggior numero) non dovrebbe sorprendere, visto che l'evoluzione, oltre e più della sopravvivenza dell'individuo, persegue quella della specie. In secondo luogo, affermare che, se ci si riconosce nel paradigma dell'etica della libertà "non ci sono dubbi, un naufrago si può solo sacrificare volontariamente", presuppone un altruismo che si nega come principio ordinatore delle scelte collettive, ma che dovrebbe diventare eroico nella scelta dell'individuo. La libertà di ogni naufrago, quindi, è di poter scegliere se sacrificarsi per salvare gli altri, opzione non generalmente praticata da individualisti coerenti, o annegare insieme a tutti gli altri, ma senza pagare il prezzo di un vulnus alla libertà individuale. Ciò è esemplare e paradigmatico del conflitto tra la razionalità interessata a sé e l'irrazionalità dei suoi esiti. Non solo, cioè, il perseguimento di un pay-out individuale positivo comporta un pay-out collettivo negativo, ma addirittura l'auto-interesse, in alcune condizioni, distrugge se stesso. ll “self-interest” è “self-defeating”. Nel caso di una pandemia va esattamente così. Infatti, quello che sfugge a molti "liberali", e soprattutto a molti "libertari", sono due cose. La prima è che una malattia contagiosa è diversa da una malattia non contagiosa. Ciò comporta che il non seguire norme di buon senso per evitare di ammalarsi non investe negativamente solo chi le elude, ma tutti. Pertanto, le geremiadi sul paternalismo mancano il bersaglio, perché agire nella totale noncuranza del danno che si procura agli altri è esattamente una violazione del "principio di non aggressione". Non lo dico io, lo dice John Stuart Mill. Non averlo letto è sicuramente un peccato veniale per un socialista o un fascista, ma mortale per chi si dice liberale. La seconda cosa che molti libertari distratti non tengono in conto è che la salute si sta sempre più configurando come un bene comune. Gli economisti tendono a classificare i beni privati, comuni e pubblici sulla base dell'intensità con cui posseggono due caratteristiche: l'escludibilità e la rivalità. Un bene è escludibile quando è possibile escludere gli altri dal suo godimento. E' il caso di una casa di proprietà. I beni sono invece rivali quando il godimento di qualcuno li consuma e ne impedisce l'analogo godimento per altri. E' il caso, per esempio, di una pizza. Si definiscono quindi beni privati quelli che presentano escludibilità e rivalità, e beni pubblici quelli che mancano tanto di escludibilità quanto di rivalità. Per esempio, non si può impedire a chi si trova in prossimità del lampione di godere della sua luce (non escludibilità) e chi la sfrutta non la consuma impedendo ad altri di goderne (non rivalità). Ciò ne fa un bene pubblico. A metà tra i beni pubblici e quelli privati, troviamo i beni comuni, quei beni, cioè, che sono, non-escludibili, ma rivali. L'acqua e l'intero ecosistema sono un bene comune. Non possiamo esserne esclusi, l'utilizzo li consuma e i danni subiti da questi beni hanno ripercussioni su tutti. Ciò chiarito, si capisce che durante una pandemia la salute sta assumendo le sembianze di un bene comune anomalo. Infatti, se in tempi normali la salute è un fatto privato, in una pandemia è un fatto sociale, perché ogni azione (o non azione) di qualcuno ha effetti sugli altri. Non possiamo essere volontariamente esclusi dall'immunità di gregge e, nei paesi ad elevato welfare state, non possiamo essere neppure esclusi dalle cure. Le risorse, però, sono limitate e quindi si tratta di un bene con caratteristiche di rivalità. E' allora paradossale che proprio l'autore dell'etica della scialuppa, Garrett Hardin, ci avesse avvertito della tragedia dei beni comuni. Nel suo famoso articolo su "Science" nel 1968, proprio questo autore venerato dalla cultura di riferimento dei libertari aveva evidenziato come chi utilizza un bene comune, come un terreno, tenda a massimizzare il proprio beneficio scaricando i costi sugli altri. Egli faceva l'esempio di un terreno sul quale gli allevatori portano al pascolo il bestiame. Ogni allevatore cerca di portare il maggior numero di capi di bestiame al giorno in modo da sfruttare al massimo la risorsa. Ciò comporta alti benefici e bassi costi. Se però tutti gli allevatori usano questa strategia, nel giro di poco tempo si determinerà un sovrasfruttamento e la distruzione della risorsa stessa. E' il tipico caso della scelta ottimale dal punto di vista individuale ma pessima a livello collettivo. Alla fine pagano anche i singoli egoisti. Traslando la cosa alla pandemia, date le misure di distanziamento, mascherine chirurgiche e vaccinazione (non importa ora se tali misure siano consigliate o prescritte) , i non collaboranti (per tacer dei negazionisti) si comportano come gli allevatori egoisti di Hardin. Ad esempio, non vaccinarsi utilizzando l'immunità di gregge grazie al buon senso altrui significa ottenere i massimi benefici individuali facendo ricadere i costi su tutti gli altri e mettendo anche a rischio gli immunodepressi. Ciò comporterà anche un ritardo nel raggiungimento - o addirittura il non raggiungimento - dell'obiettivo dell'immunità, quindi anche del proprio vantaggio personale. Per finire, l'eventuale non collaborante che dovesse ammalarsi gravemente, andrebbe ad usufruire del bene comune della sanità, che, considerato il requisito della rivalità, è anche un bene dal cui godimento viene sottratto qualcun altro. Questo dovrebbe quindi significare che è necessario un paternale richiamo al senso di responsabilità o che lo stato deve implementare le sue disposizioni in materia con l'uso della forza? Assolutamente no, ma finiamola col nobilitare come libertarismo quella che è solo strafottenza.

Si uccidano i gattini!

Si uccidano i gattini!

Pandemia e scelte morali: Prima Parte Luigi Corvaglia Scena 1: Le forze speciali dei Navy Seals penetrano nel covo afgano di Osama Bin Laden e lo uccidono. E' il 2 Maggio 2011. Nel rifugio viene rinvenuto il computer del leader di Al Quaeda. Quando la CIA ci mette sopra le mani, lo trova pieno di “divertenti video di gattini”. Anche Osama li trovava adorabili. Come tutti. Quando chiesero a Sir Tim Berners-Lee, l’uomo che ha inventato il World Wide Web, quale fosse la cosa per cui non si sarebbe mai aspettato che internet sarebbe stato usato in modo così massivo, molti utenti di Reddit immaginarono che la risposta sarebbe stata il porno, ma Sir Berners-Lee rispose “i gattini” (qui). Infatti, la rete è piena di gattini. Infestata, sarebbe meglio dire. Secondo la CNN, nel 2015 su internet c’erano oltre sei miliardi di immagini o video di gatti. Oggi, considerando la crescita del panorama digitale, sono almeno un miliardo di più. Il brand Purina, leader nel settore del cibo per gatti, ha stimato che il 15% del traffico sul web è correlato ai piccoli felini. Perché? Perché I cervelli umani sono strutturati per rispondere con simpatia e sentimenti di tenerezza ad alcune caratteristiche quali la testa tonda, gli occhi grandi, il naso piccolo, la voce sottile, elementi che alimentano la percezione del senso di fragilità e rendono buffi, tutte cose che si ritrovano anche nei cuccioli umani, i bambini. Infatti, il padre dell’etologia moderna, Konrad Lorenz, definì l'insieme di questi elementi lo “schema bambino” (kinchenschema). L’evoluzione ha così salvaguardato quella che è un’arma di sopravvivenza dei piccoli, cioè l’istintiva pulsione degli adulti a prendersi cura di chi viene percepito tenero e vulnerabile. È stata la fortuna dei gatti. Anche gli anziani presentano alcune delle caratteristiche in grado di attivare sentimenti simili. Gli anziani, infatti, possono tornare a comportarsi in modo goffo e mostrarsi un po' infantili, poiché perdono in sofisticatezza cognitiva e motoria, inoltre sono fragili e la loro testa spelacchiata tende spesso a richiamare la rotondità infantile. Non è quindi un caso che noi tutti riusciamo a seguire un telegiornale pasteggiando senza particolari sussulti all’ascolto di omicidi, massacri, annegamenti di massa di disperati nel mediterraneo, ma veniamo presi da una forte emozione negativa e posseduti da un furore di giustizia non appena veniamo informati di una maestra d’asilo che picchiava i bambini o di un infermiere che maltrattava degli anziani in una casa di riposo. È come se la sofferenza di quelle vittime avesse più valore. Così, quando all’inizio dell’epidemia di COVID-19 i giornali pubblicarono la notizia che nell’accesso alle terapie intensive si sarebbe data la preminenza ai giovani, condannando quindi gli anziani alla morte, l’opinione pubblica ne fu scandalizzata (qui). Sacrificare i poveri vecchietti per salvare i giovani fu visto come una selezione dei più adatti, secondo il modello nazista. Similmente, quando in un primo tempo il premier inglese Boris Johnson annunciò che la Gran Bretagna non avrebbe fatto ricorso al lockdown e che pertanto molti avrebbero perso i loro cari, la parte maggioritaria dell'opinione pubblica, soprattutto nei paesi latini, riversò sul primo ministro britannico la ferocia che solo le persone che fanno mostra del proprio buon cuore sanno manifestare. Scena 2: la sera del 18 Marzo 2018, una donna di nome Eleine Herzog stava spingendo la sua bicicletta nei pressi di un incrocio a Tempe, Arizona, quando un prototipo di auto a guida autonoma di Uber la investì e la uccise. Anche se la causa dell'incidente fu probabilmente un problema tecnico del sensore di riconoscimento dei pedoni, dopo questo incidente, tutte le aziende impegnate nello sviluppo di macchine senza autista si impegnarono a strutturare dei software che permettessero alle vetture di effettuare delle scelte in caso di situazioni problematiche, come attraversamenti improvvisi di pedoni o l'ingestibilità del mezzo a causa di un problema ai freni. Consideriamo ad esempio una situazione in cui qualcuno attraversi fuori dalle strisce pedonali o con il semaforo rosso e una driverless car con a bordo una famiglia con figli piccoli si trovasse all'improvviso davanti questa persona. Come dovrebbe comportarsi l'auto? Rischiare una manovra di emergenza per salvare il pedone, ma mettendo a repentaglio i passeggeri, oppure sacrificare il malcapitato e salvaguardare la famiglia? Questa situazione può essere declinata in centinaia di maniere, mettendo a confronto il sacrificio di poche persone con quello di tante ma anche, e soprattutto, comparando le qualità dei diversi individui coinvolti, cioè giovani e vecchi, donne e uomini, adulti e bambini, animali e umani, persone in forma e persone grasse, ecc. Un gruppo di ricerca del Massachusettes Institute of Technology (MIT) di Boston ha quindi creato una piattaforma denominata Moral Machine, cioè un sito al quale chiunque può tuttora collegarsi per esprimere la propria scelta in ipotetici dilemmi morali che potrebbe trovarsi a risolvere l'intelligenza artificiale di un'autovettura (qui). Il fine dell'esperimento era quello di arrivare ad un un quadro dell’opinione umana su quali decisioni dovrebbero prendere le macchine di fronte a scelte morali, in altri termini, sviluppare in modo collettivo (cioè mediante crowdsourcing) il programma etico della macchina. Dopo oltre due milioni di risposte date da soggetti provenienti da 233 paesi, si è giunti alla conclusione che è meglio che le auto investano i vecchi (si veda qui). Ma come? Poco fa dicevamo che chi fa del male a dei soggetti teneri ed indifesi è un criminale e chi intende sacrificare gli anziani un nazista! Strano...ma non è finita. Nella graduatoria di preferenze circa quali vite risparmiare, l'ultimo posto, cioè quello della vita più sacrificabile in assoluto, è occupato dai gatti! Si, i teneri micetti che rendono languidi i nostri social e ai quali nessuna brava persona farebbe mai del male. Ai felini sono chiaramente preferiti i cani, in terzultima posizione, e perfino i criminali, in penultima. La spiegazione del paradosso è nel fatto che l'effetto emotivo, quello che ci fa apparire mostruosa l'idea di sacrificare i poveri anziani, risponde ad un programma arcaico che coinvolge aree del cervello (amigdala, corteccia cingolata posteriore, corteccia prefrontale mediale) non deputate al calcolo ed alla logica. Ciò è alla base del ragionamento "affettivo" e caldo e ci fa dire cose come "se la prendono con i più fragili" oppure " non si ha riconoscenza nei confronti di chi ha fatto sacrifici per noi". Il ragionamento razionale, anaffettivo e freddo, comporta invece una valutazione comparata di costi e benefici, necessita di informazione circa le variabili in campo e, generalmente, di un commitment, cioè dell'essere chiamati in causa nella scelta. Questa valutazione richiama sul palco altre aeree (corteccia prefrontale dorsolaterale e lobo parietale inferiore) ed è alla base tanto del programma etico venuto fuori dal Moral Machine quanto delle linee guida delle Società scientifiche degli anestesisti e rianimatori. Si tratta, cioè, di decisioni basate sulle probabilità di sopravvivenza del paziente (cioè sul rischio "economico" connesso all'investimento) e del tempo di vita sacrificato rispetto a quello salvaguardato. La scelta effettuata in condizioni di scarsità di risorse di sacrificare gli anziani rispetto ai giovani è in tal caso assolutamente razionale. Infatti, se esiste una sola macchina per la respirazione artificiale e due pazienti che ne necessitano, farla utilizzare al più anziano comporta investirla su una persona che ha minori possibilità di salvarsi la vita e, nel caso più favorevole, garantirgli comunque pochi anni, mentre farne usufruire il più giovane comporta migliori possibilità di guarigione e, conseguentemente, molti più anni di vita salvaguardati. La cosa interessante, però, è che gli stessi individui che riempiono la rete di gattini e che non sarebbero mai in grado di compiere in prima persona una scelta come quelle che vogliono imporre al software delle auto, quando si tratta di delegare il compito ad una fredda macchina pretendono che questa si comporti da macchina, cioè che stenda vecchietti e gattini piuttosto che i giovani. Il nostro decisore ideale è uno psicopatico anaffettivo. I dilemmi posti dall'avvento delle auto a guida autonoma rivestono particolare interesse, perché rappresentano la concretizzazione, ovvero la trasposizione nel mondo reale, di quei rompicapo morali che erano stati considerati per anni come pure ed astratte ipotesi di studio: i "trolley problems". Nel primo scenario proposto, il dilemma prevedeva che qualcuno, passeggiando accanto ad un binario, vedesse arrivare un treno che stava per travolgere cinque persone che passeggiavano sulla linea ferrata. Questa persona non avrebbe potuto in alcun modo avvertire il pilota del treno, ma avrebbe potuto attivare uno scambio tramite una leva e dirottare il treno su una linea collaterale, salvando così i cinque. Sull'altro binario, però, si trovava una persona che sarebbe stata travolta e uccisa. La domanda posta ai soggetti sperimentali era se azionare lo scambio fosse una scelta moralmente buona. La risposta del maggior numero di individui è sempre stata che la decisione di azionare lo scambio era eticamente corretta, perché permetteva di salvare più persone col sacrificio di una sola. Aritmetica. Ciò sembra rispondere ai fondamenti dell'utilitarismo ("è bene ciò che comporta un vantaggio per il maggior numero di persone"). In modo apparentemente incongruo, però, modificare la situazione può alterare questo semplice calcolo. Se, infatti, la persona che si accorge dell'imminente catastrofe non si trovasse più accanto al binario ed alla leva di scambio, ma al di sopra, su un ponte, accanto ad un uomo talmente grasso e pesante da poter frenare la corsa del treno se si fosse interposto fra questo e i cinque incoscienti che passeggiano sul binario, basterebbe spingere giù questo tizio gigantesco per riprodurre l'esito aritmeticamente favorevole di cinque persone salvate ed un deceduto (il tizio grasso, ovviamente). Eppure, davanti a questa ipotesi quasi nessuno si dice disposto a sacrificare l'uomo corpulento. Questo perché nel primo caso, quello del ramo deviato, non ci sentiamo colpevoli della morte del soggetto che vagava sul binario di fianco. Questi è un danno collaterale, assolutamente ininfluente nel determinare l'esito della faccenda (i cinque si sarebbero salvati anche se l'altro binario fosse stato vuoto). Nel caso del grassone, invece, la sua morte è fondamentale nella determinazione dell'esito perché, in pratica, chi lo spinge lo sta utilizzando a tal fine. Questo intervento diretto rende personale ciò che nell'altro caso era impersonale. L'elaborazione delle soluzioni ai due dilemmi vengono infatti processate dalle differenti aree prima indicate che, semplificando, possiamo dire deputate al pensare ed al sentire. Quando "sentiamo", smettiamo di essere utilitaristi e veniamo guidati dal buon vecchio Kant e dal suo "imperativo morale categorico" che recita "gli altri siano il fine non il mezzo delle tue azioni". La ricerca ha dimostrato che le sole persone che rispondono in modo assolutamente simile ai due dilemmi del trolley, dicendosi disposti a spingere giù l'uomo grasso in vista di un fine che sia vantaggioso dal punto di vista contabile, sono quelle con una diagnosi di "psicopatia". Questa è una condizione psicologica che ha fra i tratti caratteristici la mancanza di empatia e la tendenza allo sfruttamento altrui senza provarne senso di colpa. Rimangono però intatte il giudizio e la razionalità. Spingere giù l'uomo grasso è quindi sicuramente razionale in vista dell'efficienza intesa in senso utilitaristico. Nel passare dalla scelta di chi salvare e chi sacrificare in una situazione estemporanea e limitata, che coinvolge solo gli individui coinvolti nella determinazione, alle scelte collettive prodotte dai governi la traduzione è difficile e si rischia di non capire più quale sia l'opzione utilitaristica e dove invece si intrufola Kant. Dal punto di vista clinico, è chiaro che le linee guida che prevedono di intubare i giovani in caso di scarsità di risorse rappresenta un esempio di "ramo deviato", perché la eventuale morte dell'anziano ne è solo una conseguenza non necessaria né desiderata. Non possiamo dire lo stesso delle scelte politiche per la gestione di una pandemia. Si possono schematizzare le due posizioni collettive opposte, quella del distanziamento obbligatorio con blocco delle attività produttive - che chiameremo la posizione dei lucchettari -, e quella del non bloccare nulla e continuare la normale vita produttiva. I lucchettari si muovono nello scenario del ramo deviato, infatti non intendono distruggere l'economia, bensì frenare il contagio. L'affossamento dell'economia ne è una conseguenza non necessaria (benché ovvia), un danno collaterale come la morte dell'uomo che cammina sul binario collaterale. Nel campo, invece, degli apertutisti, troviamo varie posizioni che vanno dal negazionismo della pandemia (posizione che qui non ci interessa) e arrivano all'avventurismo di chi vuole giocare d'azzardo, animato da quel fenomeno che si chiama wishful thinking, cioè un errore cognitivo che tende a immaginare che le cose andranno bene senza tener conto dei dati. Molti però, sono coloro che non sono affatto negazionisti o avventurieri, ma fautori della immunità di gregge. La retorica della mitica "immunità di gregge" che dovrebbe risolvere la pandemia non prevede solo la sacrificabilità delle persone deboli, ma vede proprio la necessità del loro sacrificio, passaggio obbligato perché si attui una selezione delle persone immuni. Nel caso della scelta collettiva, quindi, la risposta psicopatica è questa, quella dell'apertura col sacrificio dei deboli, ma stavolta, non si tratta di sacrificare un anziano piuttosto che un bambino, e nemmeno di un danno collaterale, come nel caso del ramo deviato. I sacrificati sono l'uomo grasso! Quindi, nonostante le apparenze ed i proclami, c'è ben poco di "libertario" nella strategia che rende questo sottogruppo di aperturisti compagni di barricata di anarchici ed estrema destra. Sacrificare gli altri in vista di un vantaggio futuro era nell'agenda di Bin Laden. Anche se amava i gattini. Ovviamente, esiste un'altra prospettiva, che è quella della libertà individuale che si contrappone al paternalismo del bene comune, che fornisce un differente inquadramento delle cose. Se ne parlerà nella seconda parte di questo scritto.

Fenomenologia dello sfigato

Fenomenologia dello sfigato

di Luigi Corvaglia Mia nonna era nata nel 1898, pochi anni dopo l'uccisione di Toro Seduto. Ricordo ancora la mia sorpresa di bambino nello scoprire la vicinanza delle due date. Mia nonna si rifiutò per tutta la vita di chiamare Istanbul quella che per lei rimaneva Costantinopoli. Dire che mia nonna fosse conservatrice è un generoso eufemismo. Era disgustata dai tempi moderni e non perdeva occasione per dimostrarlo augurando, con tutta la carità cristiana di cui faceva vanto, le pene dell'inferno a chiunque avesse avuto l'ardire di mettere in discussione l'ordine tradizionale (femministe in primis). Per me ragazzino, la cosa più curiosa di mia nonna era il linguaggio. Definiva la matita "il lapis" e mi chiedeva se a scuola mi avessero "chiamato a conferire". Per lei Mozart di nome faceva Volfango Amedeo, sfoggiava letture di un certo "Federico Hegel" e lanciava invettive contro quel farabutto di "Carlo Marx". Oggigiorno c'è un tizio che parla esattamente nello stesso modo, pur essendo nato circa un secolo dopo la morte di Toro Seduto. Si chiama Diego Fusaro e le sue vedute sulla famiglia tradizionale combaciano perfettamente con quelle di mia nonna. La cosa singolare è che la prosa ridicola di questo saccente giovanotto dall'aria gesuitica ha la pretesa di portare avanti il discorso di quel "Carlo Marx" che mia nonna considerava un farabutto. Come diceva Cristoforo Colombo, si può "buscar el Levante por el Ponente" e approdare agli stessi lidi partendo da porti diversi. Infatti, la brutta lingua di Fusaro, ampollosa e traboccante di vacui arcaismi e buffi neologismi, gronda dialettica hegeliana (si, quella di Federico) e "coscienza di classe" (qui è Carlo). Il suo pontificare è tutto teso a delineare la modernità come esito doloso del capitalismo internazionalizzato, della globalizzazione, che però lui chiama "mondialismo", come si usa fra fascisti. La cosa è comune in quell'area politica denominata rossobrunismo. "Rossobruni" vengono chiamati gli esponenti di un vasto conglomerato di bipedi i quali difendono posizioni qualunquiste, populiste e sovraniste pretendendo di essere "oltre la Destra e la Sinistra", ma vi svelo un segreto: se parli come un fascista, ti comporti come un fascista, frequenti solo fascisti, beh, sei un fascista. Poi si potrà discutere quanto si vuole sul senso dell'etichetta, non necessariamente collegabile all'esperienza del ventennio italico, ma ciò che è certo è che i tuoi nemici, come per mia nonna, sono la modernità, il liberalismo, la libertà individuale, il positivismo razionalista, i diritti civili. Ecco, per i rossobruni a produrre tutto ciò è il capitalismo, e qui c'è la saldatura con i vetero-marxisti, campioni anch'essi di spregio per l'individuo e la libertà. Fatto è che Fusaro frequenta più Casa Pound che i Centri Sociali di sinistra. Lui, comunque, questo capitalismo "apolide" e globale preferisce chiamarlo "turbo-capitalismo". In verità, per il cerimonioso fustigatore della contemporaneità, tutto ciò che attiene al mondo liberale è "turbo" in senso deteriore, per cui si diverte a coniare con questo prefisso (ma anche con "ultra") nuovi paroloni con la stessa disinvoltura con cui la famiglia dei Barbapapà nominava il proprio mondo col prefisso "barba" (Barbamamma, Barbabella, Barbatrucco, ecc.). Ecco, la lingua di Fusaro è un incrocio fra mia nonna e i Barbapapà, però sotto acido. Un fulgido esempio di questa lingua creativa è questo: L’atomistica liberale mira a dissolvere la famiglia nella pluralità nomade e diasporica degli io irrelati o, in modo convergente, a ridefinirla come mero assemblaggio effimero e a tempo determinato, rispondente in via esclusiva al libero e illimitato desiderio di individui senza residua identità di genere e aspiranti unicamente al plusgodimento cinico. Mia nonna scriveva meglio, con il lapis o col pennino, ma meglio. Almeno si capiva. Traduco: l'autore ci dice che il capitalismo ha ridotto quella che era la società in un "assemblaggio effimero" di persone che mirano solamente alla soddisfazione dei propri desideri. Ci ho messo molto di meno, si badi. Fin qui, ok. La solita chiacchiera pomposa del Fusaro, luoghi comuni con vestiti stordenti. Si faccia però attenzione a quel "plusgodimento cinico" con cui si chiude l'insalata verbale del celebrante. L'assonanza è, ca va sans dire, con il concetto marxiano di plusvalore. Simpatico, peccato che l'ha rubata a Lacan... Ad ogni modo, l'uomo che propone una rilettura fascista di Gramsci e si spella le mani per Putin, l'ultimo difensore della triade Dio, Patria e Famiglia, sta effettuando un parallelismo fra società di mercato e scelte sessuali. Infatti, è bene sapere che nella testa scapigliata ad arte del Fusaro tutto è frutto del piano delle elites economiche per la distruzione della società tradizionale, quella in cui i partner non si sceglievano, per intenderci. Bei tempi. Quelli di mia nonna. Il turbo-pensatore questo tema lo spiega bene (ci mette oltre 400 pagine) nel suo libro Il Nuovo Ordine Erotico. Elogio dell'amore e della famiglia (2018). La metafora, che si immagina brillante, è, come si è detto, quella economica, con sagaci accostamenti, come quello fra il "liberale" ed il "libertino", uno omologo dell'altro perché entrambi nemici delle due entità etiche che egli tanto rimpiange: lo Stato e la famiglia . Il liberista dichiara guerra allo Stato per il proprio profitto economico e il plusvalore, mentre il libertino dichiara guerra alla famiglia in modo di ottenere il profitto sessuale e il plusgodimento. Potrà sembrare un discorso idiota. Vi sbagliate. E' un discorso pericoloso. Infatti, il libro è una vera filippica contro la deregulation sessuale. Si, ha detto "deregulation". Benché, l'insistenza di termini presi in prestito dall'economia possa far sorridere per l'ostinato infantilismo, è ovvia, nella prosa impestata di ragionierismi e filosofia da liceo, una pretesa di regolamentazione della più intima delle scelte, e qui c'è poco da ridere. Per capire quale sia l'orrida via di fuga del socialismo sessuale di Fusaro è fondamentale leggere uno stralcio dell'autore dal quale egli ha, diciamo così, "preso spunto" per la sua metafora mercatista, Michel Houellebecq. Il discusso autore francese esprimeva nel suo L'estensione del dominio della lotta (1994) gli stessi concetti espressi da Fusaro anni dopo, ma molto meglio e con una prosa asciutta e cruda: Come il liberalismo economico incontrollato, e per ragioni analoghe, così il liberalismo sessuale produce fenomeni di depauperamento assoluto. Taluni fanno l'amore ogni giorno; altri lo fanno cinque o sei volte in tutta la vita, oppure mai. Taluni fanno l'amore con decine di donne; altri con nessuna. E' ciò che viene chiamato "legge del mercato". In un sistema economico dove il licenziamento sia proibito, tutti riescono più o meno a trovare un posto. In un sistema sessuale dove l'adulterio sia proibito, tutti riescono più o meno a trovare il proprio compagno di talamo. In situazione economica perfettamente liberale, c'è chi accumula fortune considerevoli; altri marciscono nella disoccupazione e nella miseria. In situazione sessuale perfettamente liberale, c'è chi ha una vita erotica varia ed eccitante; altri sono ridotti alla masturbazione e alla solitudine. [ ...] Le imprese si disputano alcuni giovani laureati; le femmine si disputano alcuni giovani maschi; i maschi si disputano alcune giovani femmine. (Grassetto mio) Ecco, questi giovani maschi che si disputano giovani femmine e queste giovani femmine che si disputano giovani maschi non vanno bene. Se ne deduce che il vecchio laido che accede ad una attraente giovinetta possa invece essere preferibile. Il sesso fra adulti che si scelgono in base ad incentivi come bellezza, prestanza, sensualità, ecc. sarebbe una stortura del "mercato" che lo ha trasformato in consumo (e, in quanto consumo, volontario...). E i proletari del sesso? I brutti, i puzzoni, gli sfigati, i diversamente attraenti? Le risorse vanno distribuite! Sfigati di tutto il mondo unitevi! La verità è che se Fusaro e Houellebecq intendevano mostrare i guasti della forma mentis mercatista, non potevano fare scelta peggiore di quella della selezione sessuale. Infatti, non esiste ambito in cui è più evidente che lo stato naturale di un sistema umano sia la scelta sulla base di incentivi e in cui sia più evidente l'assurdità di una regolamentazione e implementazione forzosa che tale naturale tendenza contrasti. Qualunque alternativa al lassez faire sarebbe aberrante. Questo vero e proprio boomerang ideologico è chiarissimo se riprendiamo la storica bipartizione fra mezzi economici e mezzi politici proposta da Franz Oppenheimer. L'uomo ha a sua disposizione per ottenere le risorse necessarie a soddisfare i suoi bisogni solo lo scambio sulla base di incentivi reciprocamente gratificanti e la forza, cioè l'esproprio della risorsa senza corrispettivo. I primi sono i mezzi "economici" i secondi sono i mezzi "politici". L'accoppiamento col proprio partner può quindi avvenire tramite queste due vie, ossia la reciproca scelta basata sulla gratificazione (il "liberalismo sessuale") oppure lo stupro. La prima condizione è quella che non piace a Houellebecq e, sembrerebbe, nemmeno a Fusaro. Allora cosa rimane? Rimane solo la forza, non importa se si tratti da quella imposta dallo Stato tramite il proprio monopolio della violenza (la distopia della socializzazione dei corpi) o quella morale di cui sono impregnate la famiglia tradizionale e la società prima del turbo-capitalismo (insomma, quel sistema, per dirla col francese, "in cui l'adulterio sia proibito" o i matrimoni combinati). Una soluzione Houellebeq la propone nella finzione letteraria. Infatti, nel romanzo Sottomissione (2015) l'autore immagina che in una Francia caduta sotto il dominio islamico, il professore universitario sessuomane e corruttore di studentesse che ne è il protagonista si converta molto volentieri ad una religione e ad una ideologia che promette l’egemonia del maschio sulla donna e propone i matrimoni combinati. L’autorità sceglierà le donne per gli uomini (in particolare nella nuova Sorbona islamizzata ogni professore può avere tre o quattro giovani mogli scelte tra le studentesse). Le donne, dal canto loro, accoglieranno con sollievo l’imposizione del velo, sollevate dallo stress di aderire ai canoni estetici occidentali. Le conquiste del femminismo saranno abbandonate senza rimpianto da entrambi i sessi. La volgare società degli individui liberi che scelgono nel "mercato" lascia il posto alla società immutabile che ci dispensa dallo scegliere. Questa distopia che assomiglia molto al Mondo nuovo di Huxley, in cui tutti sono soddisfatti pur sapendo di non essere liberi, sarebbe troppo anche per mia nonna, ma non escludo che lei fosse troppo progressista per Fusaro.

Scemocrazia. Come gli stupidi hanno conquistato il mondo

Scemocrazia. Come gli stupidi hanno conquistato il mondo

di Luigi Corvaglia Carlo M. Cipolla era un simpatico professore di Economia a Berkeley che decise di fare un originale regalo a suoi amici per il Natale del 1976. Gli regalò un volumetto in edizione limitata stampato da una inesistente casa editrice denominata The Mad Millers (I mugnai folli). La cosa non era nuova, infatti, tre anni prima gli amici del professore si erano visti consegnare un saggio intitolato Il ruolo delle spezie (e del pepe nero in particolare) nello sviluppo economico del Medioevo. Si trattava di un breve trattato umoristico, ma dotato di una sua logica, esattamente come il presente natalizio di tre anni dopo, intitolato Le leggi fondamentali della stupidità umana. Cipolla ne aveva individuate 5: Prima Legge Fondamentale: Sempre e inevitabilmente ognuno di noi sottovaluta il numero di individui stupidi in circolazione. Seconda Legge Fondamentale: La probabilità che una certa persona sia stupida è indipendente da qualsiasi altra caratteristica della stessa persona. Terza Legge Fondamentale: Una persona stupida è una persona che causa un danno a un’altra persona o gruppo di persone senza nel contempo realizzare alcun vantaggio per sé o addirittura subendo una perdita. Quarta Legge Fondamentale: Le persone non stupide sottovalutano sempre il potenziale nocivo delle persone stupide. Quinta Legge Fondamentale: La persona stupida è il tipo di persona più pericoloso che esista. La legge "aurea" è la terza. Infatti lì Cipolla individua due fattori utili per indagare il comportamento umano, ossia il fatto che tale comportamento procuri danni o vantaggi e se questi l’individuo li procuri a sé stesso oppure agli altri. Mescolando questi due fattori è possibile individuare quattro tipi di persone: Intelligenti: perseguono il proprio vantaggio e quello degli altri Sprovveduti: danneggiano sé stessi e avvantaggiano gli altri Stupidi: danneggiano gli altri senza avvantaggiare sé stessi o danneggiandosi Banditi: danneggiano gli altri per trarne vantaggio. Ciò si può rendere graficamente incrociando gli assi che rappresentano i due fattori. Se ne ottengono quattro quadranti che ospitano le quattro categorie di persone. Cipolla osserva che la maggior parte delle persone non agisce coerentemente (ad es. “una persona intelligente può talvolta comportarsi da sprovveduto, come assumere un comportamento banditesco”). L’unica eccezione alla regola è rappresentata dalle persone stupide che in genere “mostrano una massima propensione per una piena coerenza in ogni campo d’attività”. Acquisiti questi concetti basilari, è interessante rivolgere l'attenzione ad un'altra quadripartizione ottenuta incrociando due fattori. La dobbiamo a colui il quale era capo di stato maggiore al momento dell'elezione di Adolf Hitler a Cancelliere della Germania, il generale Kurt Von Hammerstein-Equord, al quale è attribuita una storica frase: Divido i miei ufficiali in quattro gruppi: gli intelligenti, i diligenti, gli stupidi ed i pigri. Normalmente due di queste caratteristiche sono combinate tra loro nella stessa persona. Alcuni sono intelligenti e diligenti ed il loro posto è nello stato maggiore. Altri sono stupidi e pigri: compongono il 90% di qualsiasi esercito e sono adatti a compiti di routine. Chi è intelligente e pigro è qualificato per i massimi incarichi di leadership, perché possiede la necessaria chiarezza intellettuale e compostezza per le decisioni più impegnative. Bisogna guardarsi da quelli che sono allo stesso tempo stupidi e diligenti: a loro non si deve affidare alcuna resposabilità, combinano solo guai. Qui il fattore intellettivo si incrocia con quello del livello di attività. Ciò può essere graficamente reso come segue: La cosa può essere riassunta così: gli intelligenti come gli stupidi si possono dividere in pigri e diligenti; i più affidabili sono gli intelligenti pigri e i meno affidabili gli stupidi diligenti. Chi siano gli stupidi ce lo ha spiegato Cipolla, sono coloro i quali procurano danno agli altri senza riceverne un vantaggio personale in cambio. Ora Hammerstein ci dice che gli stupidi pigri non fanno troppi danni; è ovvio che a produrre danni senza ricavare vantaggi sono gli stupidi attivi. Hammerstein, però, sottolinea un altro importante aspetto, quello della posizione gerarchica. Più elevato il potere decisionale legato alla posizione, maggiore è la possibilità di produrre danni a sé e agli altri. Per questo il generale si premura di raccomandare di porre ai massimi incarichi di leadership gli intelligenti pigri. Anche Cipolla diceva che "gli stupidi al potere fanno più danni degli altri". In una condizione ideale il problema non dovrebbe porsi, perché i poteri decisionali sarebbero appannaggio dei più capaci e meritevoli. Nella realtà, esiste un implacabile meccanismo in grado di falsare la giusta ripartizione delle mansioni nell'impalcatura sociale; duole dirlo, ma è la democrazia. Lo diceva Cipolla: "gli stupidi democratici usano le elezioni per mantenere alta la percentuale di stupidi al potere". Queste considerazioni ci portano ad introdurre un terzo personaggio: Jason Brennan. Questi è un filosofo politico di orientamento libertario, cioè un anarcoide ultra-liberale, per intenderci. Brennan ha scritto un provocatorio saggio intitolato Contro la democrazia. I cittadini hanno tutti uguale diritto di voto. E' la maggiore conquista della modernità, quella della eguale dignità di ogni individuo. E' per questo che la lettura del saggio di Brennan avviene sempre con prevenzione e fastidio. Vale la pena di superare questi sentimenti e seguire il ragionamento. Attingendo al mondo del fantasy e della fantascienza, Brennan divide i cittadini in tre categorie: hobbit, hooligans e vulcaniani. Gli hobbit sono personaggi della saga de Il signore degli anelli di J. R. R.Tolkien. Sono creature "quasi umane" che vivono per i fatti loro interessandosi poco del mondo e ignorando cosa avviene "fuori dalla loro Contea". I vulcaniani, invece, vengono dall'universo fantascientifico di Star Trek, la nota serie televisiva. Essi sono immaginati come umanoidi alieni dotati di un forte senso della ragione e della logica, espresse al massimo delle loro capacità tramite una totale repressione delle emozioni. Brennan, pertanto, definisce "hobbit" coloro i quali hanno poco o nessun interesse per la politica e livelli molto bassi di conoscenza di idee, programmi e dinamiche; gli "hooligan" (cioè, i teppisti) sono quelli portati a sapere più degli hobbit, ma che ragionano di pancia, pertanto sono fortemente distorti nella valutazione delle informazioni e agiscono come tifosi di una squadra di calcio, con una spiccata tendenza a respingere pregiudizialmente tutte le tesi opposte alle proprie; i "vulcaniani", invece, combinano una vasta conoscenza e una capacità analitica non inquinata dall'emotività o dal pregiudizio. Quella magnifica cosa che è la democrazia prevede che i cittadini si comportino da vulcaniani, invece, gli elettori sono generalmente hooligans (mentre gli hobbit spesso si astengono o votano svogliatamente). Fermiamoci un attimo. Riprendiamo le affermazioni di Cipolla e e Hammerstein. Il primo diceva che degli stupidi "è impossibile stabilire una percentuale, dato che qualsiasi numero sarà troppo piccolo" e Hammerstein che gli stupidi rappresentavano "il 90 per cento di ogni esercito". Insomma, se anche non fossero la maggioranza, come Cipolla, Hammerstein e la casistica di ognuno di noi sembrerebbe suggerire, gli stupidi sono di sicuro una percentuale talmente cospicua del totale di individui da far sì che le loro decisioni collettive prevalgano spesso e abbiano un'alta probabilità di soddisfare il criterio di danneggiare tanto gli altri (i contrari alla decisione) quanto sé stessi (l'aggregato dei decisori). Pertanto, potremo trovare stupidi fra gli hobbit, ma questi sono pigri e, come ricordava Hammerstein, non fanno molti danni; ne potremo trovare perfino fra i vulcaniani, perché la conoscenza e la soppressione dell'emozione non ci assicurano contro la possibilità di danneggiare noi e gli altri, ma il vero ambiente ecologico dello stupido è il luogo in cui la logica non gode di grande apprezzamento, il tifo ha la meglio sull'analisi razionale e tutti sono convinti di essere nel giusto. Lo stupido alligna, prospera e si riproduce fra gli hooligans, cioè in quella che Brennan ci dice essere la parte più cospicua del corpo elettorale. Ne consegue che il potere è detenuto dagli stupidi. Come non bastasse, è difficile non tener conto, perché è sotto gli occhi di tutti, di quanto Cipolla asseriva nel lontano '76: I grandi personaggi carismatici/demagoghi moltiplicano/attirano gli stupidi trasformandoli da cittadini pacifici in masse assatanate. Cipolla scriveva prima dell'avvento dei social network, prima dell'utilizzo massivo delle fake news nell'agone politico e prima della diffusione del pervasivo discredito delle competenze e della cultura di cui siamo spettatori nell'era del trionfo dell' "uno vale uno", il più democratico fra i motti democratici. Infatti, una vena di anti-intellettualismo è ormai insinuata nei gangli vitali della nostra società, alimentata, come disse Isaac Asimov, dalla falsa nozione che la democrazia significhi "la mia ignoranza vale quanto la tua conoscenza". E' il fenomeno in base al quale l'opinione in materia scientifica di uno scienziato vale quanto quella di un idraulico informatosi su facebook. E' la democrazia, bellezza! Tom Nichols su questa morte della competenza ha scritto un libro recentemente pubblicato anche in Italia col titolo La conoscenza e i suoi nemici, in cui sottolinea come dalla disinformazione si passi all'"errore aggressivo", perché questa insipienza cognitiva ed intellettuale si manifesta in forme rabbiose verso supposte elites culturali, politiche ed economiche, quando non verso potentati occulti, sfociando in un cospirazionismo che mette in pericolo la stessa democrazia che ne è stata madre. Va infatti introdotto a questo punto un ulteriore elemento, non contemplato da Cipolla e Hammerstein, ma centrale in Brennan: l'ignoranza, appunto. Come non bastasse la diffusa idiozia, la stragrande maggioranza degli elettori non ha la minima idea degli elementi basilari della questione per cui sta votando o delle questioni su cui le persone che sta delegando dovrebbero rappresentarla. Su questo tema Brennan costruisce l'intero suo libro, portando una mole di dati a favore della tesi dell'incompetenza dei cittadini. Questa è indipendente dalla stupidità e deriva da un fenomeno noto come "ignoranza razionale". Questo significa che accanto alla franca stupidità, costituita dall'incapacità di utilizzare la logica per inadeguatezza congenita, esiste anche una logica che rende razionale la scelta di restare ignoranti. Lo spiega bene il giurista Ilya Somin. In termini molto semplici, si può dire che il "gioco" (cioè la fatica di acquisire informazioni) non valga la "candela" (cioè, l'effettivo potere del singolo elettore di influire sull'esito del voto). Visti gli scarsi incentivi, è razionale dedicarsi ad altro piuttosto che pagare il costo di informarsi.  Purtroppo, però, le politiche che le persone difendono sono strettamente correlate a ciò che esse sanno. Accanto a ciò, poi, l’uso illogico dell’informazione, cioè il fenomeno per cui utilizziamo alcune informazioni basiche per comportarci come degli appassionati di sport ( "la razionalità dell'irrazionalità" l’ha definita l’economista Bryan Caplan). Acquisiamo conoscenze sul calcio non tanto perché pensiamo di influenzare una partita, ma per accrescere il piacere che proveremo assistendo alla partita. Affrontiamo quindi la politica nella stessa maniera partigiana di un tifoso, ma i tifosi non sono razionali e spesso sono... "hooligans". Se a questo aggiungiamo che ormai l'antintellettualismo e l'anti-scientismo sono portati con l'orgoglio dell'individuo che non si fa infinocchiare dalle "verità ufficiali" e dai professoroni pagati chissà da chi, il quadro diventa sconsolante. Comunque sia, come non gradiremmo essere operati da un medico incompetente e nemmeno che il nostro lavandino fosse riparato da un idraulico improvvisato, secondo Brennan, non dovremmo permettere che gli ignoranti esprimano il loro parere su questioni sulle quali non hanno la minima competenza. Ciò perché, come Brennan sottolinea, il voto non è semplicemente una scelta individuale, ma «l’esercizio di un potere sugli altri». E' il potere degli ignoranti di imporsi su tutti, inclusi i saggi e gli intelligenti (i vulcaniani). Talvolta questo potere conduce alla produzione di un danno collettivo, che investe quindi anche coloro i quali hanno promosso le politiche che l'hanno causato, soddisfacendo con ciò il criterio previsto dalla terza legge fondamentale della stupidità di Cipolla. Questo trasforma i singoli individui semplicemente ignoranti di Brennan e Somin, magari non tutti stupidi, in un aggregato squisitamente stupido. In definitiva, il quadro che viene a crearsi è quello di una mole di stupidi attivi e di ignoranti funzionali che realizzano una stupidità di gruppo, spesso aggressiva (hooligans), in grado di infarcire i governi di loro simili talmente attivi da essersi proposti per funzioni di governo; al di fuori, c'è una opinione pubblica a sua volta strabordante di conspecifici pronti a protestare davanti a qualunque manifestazione di determinazione vagamente razionale che il governo dovesse assumere a causa di mediazioni e per motivi di opportunità, nonostante la quota di idioti. In pratica, si protesta perché la gestione non è abbastanza stupida quanto gli stupidi desiderano. La soluzione proposta del libertario Brennan a questo stato di cose è decretare la fine del suffragio universale. Egli propone l'epistocrazia, un sistema in cui il potere politico è formalmente distribuito secondo le competenze mediante meccanismi che ponderano il peso dei voti. La proposta è problematica proprio per essere assolutamente opposta alla mitizzata democrazia, scandalizza, confligge col nostro giacobino interiore ed è difficilmente praticabile anche per la indefinizione dei modi di valutazione delle competenze. Ciò non toglie che la grande sfida della contemporaneità sia conciliare la partecipazione e la necessità di arginare la stupidità fatta regime.

Il paradosso Massimo

Il paradosso Massimo

Virtú private e pubblici vizi di un apologeta dei culti di Luigi Corvaglia Un villaggio ha tra i suoi abitanti un solo barbiere, uomo ben sbarbato. Sull’ insegna del suo negozio c’è scritto “il barbiere rade tutti – e unicamente – coloro che non si radono da soli”. La domanda a questo punto è: chi rade il barbiere? Il dilemma nasce dal fatto che l’insieme “uomini che si radono da soli” e quello “uomini che non si radono da soli” sono reciprocamente escludentisi e nessuno dei due riserva un posto per il nostro barbiere. Mi è capitato di ripensare a questa celeberrima antinomia, nota come “il paradosso di Russell”, imbattendomi in alcune manifestazioni del pensiero di Massimo Introvigne, lo studioso dei “nuovi movimenti religiosi”.​ Questi, infatti, si ritrova spesso a manifestarsi come il barbiere impossibile ipotizzato da Russell, solo che invece di non trovare asilo in alcuna classe, pretende di essere contemporaneamente in due classi che si escludono a vicenda. Introvigne è noto al pubblico generalista come un difensore dei “nuovi movimenti religiosi”, la maggior parte dei quali si situa ben distante dai dogmi del cattolicesimo. Ciononostante, ai più sfugge la sua adesione ad una visione alquanto rigida proprio della Chiesa di Roma. Lo studioso riesce, quindi, a presentarsi come “liberale” ed ecumenico, anche se a caratterizzare la versione del cattolicesimo che egli abbraccia è l’ ostilità verso il pluralismo.​ Il sistema che egli adotta per evitare che l’allarme posto a difesa della “legge di non contraddizione” suoni è quello di porre i termini antinomici su due piani differenti. Per fare un esempio, nel corso di un dibattito online, lo studioso si ergeva a difesa delle scuole di sesso tantrico ponendo al sottoscritto la provocatoria domande se si dovesse “impedire a donne adulte consenzienti di fare le esperienze sessuali che preferiscono”. Ovviamente, la risposta era negativa e lo scrivente, con speculare provocatorietà, manifestava compiacimento per la sua posizione che denotava una apertura mentale difficilmente ipotizzabile in chi era stato per trent’anni reggente vicario di “Alleanza Cattolica“. Il suo commento fu che, essendo la morale cattolica diversa da quella induista, un prete farebbe bene a dire ai fedeli di non frequentare scuole tantriche, ma che questi “travalicherebbe la sua funzione se pretendesse che i suoi consigli diventassero legge dello Stato”. Come a dire che la fede è un fatto privato che non deve pretendere di ingerire negli affari pubblici. Ottimo! Esiste forse affermazione che potrebbe soddisfare un laico come il sottoscritto più di questa? No, non esiste. Si può solo sentirsi in sintonia con chi la proferisce. C’è però un “piccolo” problema: qui non abbiamo una società laica che rispetta al proprio interno ogni credo e rito, fosse anche ostile alla stessa laicità. No, qui il nostro uomo è contemporaneamente il laico ed il negatore della laicità, solo su piani sfalsati, il pubblico ed il privato. Egli pretende di tenerli staccati in base ad una lodevole logica “liberale’, che però nega su uno dei due piani. Un cortocircuito risolvibile, temo, solo con una dissociazione psichica. Infatti, anche se qualcuno potrebbe vedere nella posizione antinomica di Introvigne comunque un encomiabile sforzo di equilibrio, è bene tener presente che la logica alla base di Alleanza Cattolica non permette equilibrismi. Si tratta infatti di una volontà di “reductio ad unum”, cioè di restaurazione della società “tradizionale” che non lascia spazi ad altro da sé. Nella Teoria dei Giochi si definisce “gioco a somma zero” quello in cui ciò che un giocatore vince l’altro lo perde, come nel caso delle guerre di conquista di territori. Ora, l’Introvigne privato, il religioso, è un giocatore “a somma zero”, perché l’esistenza di altre “Verita” ruba terreno alla sua, mentre quello pubblico, il laico, è un giocatore “a somma diversa da zero”, perché non sente di perdere nulla dalla coesistenza di altri culti. Il primo è espressione di una parte che vuole farsi tutto e non può permettere ad alcuna altra parte di erodere la propria totalità. Il secondo è quello che erode la totalità del primo. Infatti, benché i due pretendano di giocare con regole diverse, il “gioco” è lo stesso! È quello dell’ecumenismo. I due non possono coesistere. È pur vero che da tempo il nostro ha preso posizioni invise al mondo del tradizionalismo cattolico difendendo il discusso pontificato “progressista” di Bergoglio, ma questo, più che segno di un mutamento di vedute, ci sembra una conferma della medesima indecifrabile ambiguità. La riprova è che quando non si misura con il tema dei culti minoritari, Introvigne dimostra di mantenere con mano ferma la rotta tradizionale. Un buon saggio di quale sia la bussola ancora utilizzata da Introvigne si può trovare nel libro di cui è stato coautore, insieme a Giovanni Serpelloni e Alfredo Mantovano: Libertà dalla droga. Diritto, scienza, sociologia (Sugarco, Milano, 2015). Nel suo capitolo, questi scrive che gli stupefacenti sono il simbolo della «rivoluzione antropologica» del Sessantotto (p. 111). Il riferimento è alla visione di Plinio Corrêa de Oliveira secondo il quale la “scristianizzazione” dell’Europa è l’esito di un processo di progressiva «Rivoluzione», articolato in più fasi, di cui quella del sessantotto è la quarta ed ultima. Questa quarta fase sarebbe stata preceduta dalla rivoluzione comunista, a sua volta preceduta da quella dell’Illuminismo. Il lettore che non avesse dimestichezza col pensiero di de Oliveira, l’uomo al cui magistero contro-rivoluzionario Alleanza Cattolica ha sempre fatto esplicito riferimento, potrebbe rimanere sorpreso nel sapere che la prima rivoluzione anti-cristiana veniva da questi individuata nella Riforma protestante. E’ allora piuttosto singolare l’ipotesi che chi vede perfino l’avvento del protestantesimo come la prima delle “catastrofi” che segnano “l’avanzare di un processo storico in cui l’empietà, l’immoralità e l’anarchia si vanno impadronendo dell’universo” possa presentarsi come ecumenico difensore dei culti minoritari più lontani dal cattolicesimo o che si erga a paladino di quella libertà e quei diritti nati con l’Illuminismo. L’idea che possa coesistere un piano (pubblico) di laicità sovraordinato che includa il piano (privato) che lo nega, pena la dissoluzione di quest’ultimo, è bizzarra quanto ardita. E’ per questo che ci sembra che lo stimato autore sia un personaggio impossibile. Come il barbiere di Russell.

La Teoria della Scelta Razionale ed il mio amico Vito

La Teoria della Scelta Razionale ed il mio amico Vito

di Luigi Corvaglia I Il mio amico Vito è una persona intelligente. Un giorno il suo televisore da 44 pollici si ruppe. Gli dissero che la riparazione sarebbe costata circa 150 euro. Vito, però, pensò che non convenisse ripararlo, visto che con una cifra non molto superiore avrebbe potuto acquistare un televisore nuovo. Si recò quindi al negozio e trovò un nuovo apparecchio televisivo simile al suo alla cifra di circa 360 euro. Notò, però, che accanto ce n’era un’altro più grande, da 52 pollici, al prezzo di 450 euro. Non era una poi così grande differenza a fronte di un buon incremento di pollici. In effetti, pensò che sarebbe stato meglio orientarsi verso il televisore più grande, dato che quello vecchio era un po’ piccolo per le dimensioni della stanza in cui era allocato. E’ però vero, come il commesso gli fece notare, che si trattava comunque di un modello tecnologicamente sorpassato. Gli fu indicato, allora, un apparecchio di ultima generazione al modico costo di 699 euro. Lo acquistò, ma poiché il braccio che sorreggeva il vecchio 44 pollici non poteva reggere il nuovo 52 pollici, fu poi costretto ad acquistare anche un nuovo braccio (oltre che a spostare una vetrinetta per fare spazio al nuovo centro di attrazione della stanza). Insomma, una spesa complessiva di oltre 700 euro che nasce dalla considerazione che non valesse la pensa spendere 150 euro per una riparazione. Questo slittamento delle preferenze ricorda la novella di Hans Kristian Andersen in cui un contadino va al mercato per vendere o scambiare il suo cavallo. Lungo la strada, però, il contadino baratta il cavallo con una mucca, perché gli piace più del cavallo, poi la mucca con una pecora, per lo stesso motivo, e così questa con un’oca, l’oca con una gallina e la gallina, infine, con un sacco di mele marce. Il contadino non avrebbe mai scambiato direttamente il suo cavallo con il sacco di mele e Vito non avrebbe mai scelto di spendere 700 euro se avesse avuto questa come unica opzione alternativa alla riparazione da 150 euro. Similmente, l’adepto di Scientology che viene fermato per strada e a cui viene offerto gratuitamente un seminario sul miglioramento personale non avrebbe mai accettato direttamente la proposta di versare tutti suoi guadagni alla Chiesa, ma qualcuno, dopo una lunga serie di passaggi, lo fa. Non è interessante il fatto che Vito sia tornato a casa con un bene maggiore di quello preventivato e il contadino con uno minore, ciò che conta è che in entrambi i casi l’idea del razionale homo oeconomicus che agisce al fine di massimizzare la propria utilità riceve un duro colpo. Infatti, in mancanza di un amico come Vito, il sociologo Jon Elster ha utilizzato la novella di Handersen quale esempio del cambiamento endogeno delle preferenze. Trattasi di un fenomeno che può essere formalizzato nel seguente modo: una persona adegua in modo inconsapevole le proprie preferenze in modo da desiderare con maggiore intensità i beni di cui in quel momento dispone in minore quantità (Elster, 1983, pag. 114). Se avesse acquistato solo il televisore da 44 pollici, Vito non sarebbe tornato con un nuovo televisore, ma senza un 52 pollici di ultima generazione. E’ un fenomeno connesso allo sconto temporale, che è l’effetto prodotto dalla valutazione dei benefici immediati e la svalutazione degli effetti a lungo termine, come sa chiunque si sia messo a dieta ed abbia ceduto al primo pasticcino. Un effetto che il marketing utilizza con successo enfatizzandolo con le formule “acquista ora, paga l’anno prossimo”. Tutto quanto detto è perfettamente in linea con le evidenze portate da Daniel Kahneman e Amos Tversky, i cosiddetti “Lennon e McCartney della Psicologia” che hanno fondato l’ Economia Comportamentale. Questi hanno portato una incontrovertibile mole di dati a favore della concezione che gli esseri umani non scelgono razionalmente la strategia che massimizza le probabilità di vittoria a lungo termine (l’utilità attesa degli economisti), ma sono interessati alle vincite ed alle perdite attuali. Non solo, temono la perdita più di quanto siano attirati dal guadagno, e reagiscono in modo opposto se lo stesso problema è posto in negativo o in positivo. Quest’ultimo fenomeno è noto come framing o “effetto contesto”. Per spiegarlo userò un’altro degli affari di Vito. Recentemente il mio amico doveva acquistare un regalo per una persona cara. Aveva deciso di comprare uno smartphone e stabilito un budget di 250 euro. Poiché doveva poi fare anche un’altro regalo per un altro amico, pensò di acquistare entrambi gli oggetti nel medesimo punto vendita. Fu inizialmente convinto a comprare un telefono il cui costo pieno sarebbe stato di 530 euro al prezzo di 400. Uno sconto di ben 130 euro! Decise quindi di acquistare anche un elettrodomestico per il suo amico e la scelta cadde su uno split per l’aria condizionata dal prezzo di circa 399 euro. La spesa complessiva sarebbe quindi stata di circa 800 euro. Sennonché gli fu detto che il prezzo del telefono sarebbe stato dimezzato (cioè solo 200 euro – anzi, 199 – meno del budget preventivato) se la spesa finale avesse superato i 900 euro. Così acquistò anche un impianto di amplificazione “Dolby Surround” per il suo famoso 52 pollici. Spese quindi 1100 euro per avere il telefono in sconto. L’aumento dell’esborso totale è stato presentato mettendo in risalto il risparmio di spesa sul telefono. E’ come quando il medico propone una terapia presentandola come in grado di salvare il 30 per cento dei pazienti piuttosto che mettendo in luce che il 70 per cento muore. Questo è il framing. Kahneman e Tversky dimostrarono questo “effetto contesto” (ma sarebbe meglio dire “effetto packeging”) col celebre test della “malattia asiatica”. Ai soggetti sperimentali veniva presentato uno scenario relativo ad un virus mortale che minacciava di uccidere 600 persone. A due gruppi venivano proposte due linee d’azioni alternative. Il gruppo 1 era chiamato a scegliere fra le seguenti opzioni: Programma A: se seguito, porta alla salvezza di 200 persone; Programma B: se adottato, comporta la probabilità di 1/3 che verranno salvate 600 persone e una probabilità di 2/3 che non si salverà nessuno. Il gruppo 2 doveva scegliere fra Programma C: se adottato, moriranno 400 persone; Programma D: se viene seguito, c’è la probabilità di 1/3 che nessuno morirà e una probabilità di 2/3 che moriranno 600 persone. I risultati evidenziano che la maggior parte delle persone pensava che A fosse preferibile a B, ma che D fosse preferibile a C. La cosa strana è che A è l’esatto equivalente di C, mentre B è identico a D. I programmi erano solo presentati in modo diverso. Siamo tutti Vito. Tversky e Kahneman II Quando chiesero ad Amos Tversky se lui e Daniel Kahneman si occupassero di intelligenza artificiale, lui rispose “no, ci occupiamo di stupidità naturale”. Ecco, possiamo dire che Daniel Kahneman ha vinto il Nobel per l’economia nel 2002 proprio per aver dimostrato, insieme al fido Amos Tversky (in quell’anno ormai deceduto), la “stupidità naturale”. I loro studi spodestarono definitivamente l’ austero individuo razionale vagheggiato dalla economia neoclassica sostituendolo con un personaggio più simpatico: Vito. Ovviamente quel buontempone di Tversky non voleva insultare tutti i Vito del mondo definendoli stupidi per il semplice fatto che, essendo appunto “naturale”, questa “stupidità” è patrimonio democraticamente distribuito a ogni individuo. Il fatto che ognuno di noi se ne immagina esente è forse la dimostrazione più evidente di questa socializzazione e si chiama “effetto terza persona“. Vito è tutt’altro che stupido. È una delle persone più intelligenti che conosco. I Lennon e McCartney della Psicologia dettero la spallata finale all’ homo oeconomicus, questo individuo che pondera le proprie scelte in base ad un computo razionale tra costi e profitti in vista della “massimizzazione della propria utilità”. La prima spallata l’aveva data un altro psicologo vincitore di un Nobel per l’economia, Herbert Simon (Models of man: social and rational, 1957), proprio per i suoi studi sulla “razionalità limitata”. Questa ridotta capacità è dovuta ai limiti computazionali del cervello che fa si che le nostre scelte siano sempre sub-ottimali. Tversky e Kahneman (Prospect Theory: An Analysis of Decision Under Risk, 1979) abbatterono il piedistallo dell’individuo razionale dimostrando al di là di ogni dubbio come le scelte degli esseri umani violino sistematicamente i principi della razionalità economica non solo per deficit computazionali ma per veri e propri errori computazionali. Infatti, l’ utilizzo di scorciatoie mentali intuitive chiamate euristiche comporta degli errori sistematici, sorta di “bug di sistema”, noti come bias. Quando il neuroscienziato Antonio Damasio (L’Errore di Cartesio, 1994) irruppe sulla scena per spiegarci come non sia possibile alcuna razionalità e alcuna scelta sganciata dall’emozione, statua e piedistallo erano già a terra da tempo. La cosiddetta Teoria della Scelta Razionale (TSR) condivide quindi ormai da tempo la sorte dell’omeopatia e di altre teorie e discipline screditate ma seguite da una nicchia di persone insensibili al metodo scientifico. Questo ha una grande rilevanza pratica. Affermare la scelta razionale, infatti, implica negare la manipolazione. È la retorica della “libera scelta’. Ne deriva che il suicidio di massa di Jonestown, operato dai fedeli del culto politico-spirituale del reverendo Jim Jones e che portò alla morte di quasi mille persone nel 1978, sarebbe stato compiuto dalla simultanea computazione costi-benefici di centinaia di persone giunte alla conclusione che la morte massimizzasse la loro utilità. Era ancora il XVI secolo quando Étienne de La Boétie nel suo Discorso sulla Servitù Volontaria ci avvisava che generalmente la tirannia non è imposta, ma consensualmente accettata dal popolo. Forse ciò implica che la scelta sia realmente libera, razionale e finalizzata alla massimizzazione delle proprie utilità? Secondo i fedeli della TSR si. Vito è in buona compagnia con alcuni premi Nobel nel ritenere di no. Le tecniche di propaganda culturale e politica sono affini alle strategie di marketing che abbiamo visto. Queste utilizzano molti dei bias cognitivi oggetto di studio della economia comportamentale. Affermare questo non vuol dire negare la responsabilità personale delle scelte individuali, ma mettere in luce come queste possano essere influenzate da fattori intrinseci ed estrinseci. Questi giocano ovviamente un ruolo in qualunque forma di persuasione, ma ciò non significa avvalorare la ardita tesi di alcuni i quali affermano che non esistano forme di persuasione indebita. Infatti la riprovevolezza di un’opera di convincimento non sta nella “tecnica” usata, bensì nel fine. Talvolta il fine è la truffa e lo sfruttamento. Perseguire una “agenda segreta” mirata allo sfruttamento di chi si persuade a fare scelte contrarie al proprio interesse può certamente definirsi “manipolazione”. Che l’uomo reale sia prono a errori sistematici che possono portare a scelte controproducenti è di sicuro ausilio a chi intende operare una persuasione maligna. Alcuni leaders carismatici sono in grado di condurre i loro seguaci in una cornice entro la quale le loro decisioni irrazionali hanno perfettamente senso per loro. La cosa curiosa è che la principale teoria utilizzata da alcuni sociologi fedeli della scelta razionale per difendere ogni tipo di culto, anche totalitario, è la Teoria dell’Economia Religiosa (TER). Questa lettura (Stark, 2007) suppone che quello religioso sia un mercato come quello delle merci. In pratica, le varie fedi sarebbero prodotti offerti da aziende religiose in concorrenza fra loro e i fedeli sarebbero consumatori che attuano scelte sulla base del loro calcolo razionale. Essi scelgono liberamente e quindi è tutto ok. È singolare che proprio una concezione che vede quello delle fedi come un mercato non tenga in considerazione i basilari concetti di marketing sopra accennati, non contempli la pubblicità ingannevole e dia per scontata la assoluta onestà di ogni venditore. Che mercato è? Non quello che conosce Vito. . #sette #TeoriadellaSceltaRazionale #euristiche #Jonestown #economiacomportamentale #effettocontesto #AntonioDamasio #AmosTversky #Mercato #marketing #DanielKahneman #mindcontrol #bias #framing #culti #manipolazione #LuigiCorvaglia #pubblicità

Studioso è chi è considerato tale con successo

Studioso è chi è considerato tale con successo

Sette e Teoria dell’ Etichettamento di Luigi Corvaglia ll più grande nemico della conoscenza non è l'ignoranza, ma l'illusione della conoscenza S. Hawkings E’ talmente tanto tempo che la dottoressa Raffaella Di Marzio esprime il medesimo concetto che è appropriato parlare di reiterazione. E’ chiaro che l’insistenza su un concetto solitario non è necessariamente indice di penuria di altre idee; può anzi essere segno di coerenza e di incrollabile fiducia in quella isolata concezione. Vista così, non si può che dar atto alla dottoressa Di Marzio di una grande fedeltà alla sua idea. Ciò che lascia perplessi è che l’idea è sbagliata.​ ​​ Mi rendo conto che il giudizio è​ tranchant​ e che denota un livello di convinzione almeno pari a quello della Di Marzio nella sua idea, ma dove entra l’oggettività non è che rimanga troppo spazio per l’opinione personale. L’idea che la direttrice di LIREC proclama appellandosi all’incolpevole sociologo H. S. Becker è che le “sette”, cioè i gruppi abusanti, non sono una realtà oggettiva, ma una costruzione sociale, una devianza inventata, un prodotto dello “stigma” creato da “imprenditori morali”. La studiosa fa rientrare questo concetto nella “teoria dell’etichettamento” che, in effetti, proprio al povero Becker è strettamente connessa. Quella che è singolare è l’interpretazione che ella ne fa. E’ evidente che l’esperta​ si riferisca alla celeberrima sentenza espressa a pagina 9 di​ Outsiders​ in cui Becker dice “è deviante ciò che viene definito tale con successo”, uno slogan che, traslato all’ ambito a cui la studiosa lo forza, suona “è setta ciò che viene definito tale con successo”. Se non fosse definito così, nessun gruppo sarebbe una setta. Ignoro dove la studiosa abbia studiato la teoria dell’etichettamento interpretandola come quella che postula che la devianza sia solo un fatto nominalistico, di “etichetta” appunto. Di certo, si fosse presentata a esporre questo concetto in una delle sessioni di Criminologia che mi hanno visto impegnato nel ruolo di​ rognoso componente della commissione non sarebbe tornata a casa con un nuovo esame trascritto sul libretto. Direi che è il caso di cominciare a fare un po’ di​ chiarezza, almeno quella che sarebbe utile per fare una figura dignitosa in ambienti mediamente sofisticati. ​ ​ Innanzitutto, la teoria dell’etichettamento, solitamente legata al nome di Becker (che, però, non voleva esservi collegato) è la versione estrema dell’approccio​ interazionista​ (che è di Edwin Lemert, visto che ci piace fare i riferimenti professorali). Questa lettura ha allargato lo sguardo dalle caratteristiche intrinseche del deviante alla reazione sociale ai suoi atti. Che significa? Semplicemente che la stigmatizzazione che colpisce l’autore di un primo occasionale atto oggetto di censura (devianza primaria) lo indurrà a proseguire la carriera di deviante (devianza secondaria) a causa della acquisizione della identità deviante. Orbene, se c’è qualcosa che nei gruppi abusanti NON avviene, è proprio l’adeguamento della propria identità all’etichetta sociale! Insomma, se esiste una teoria sociologica che è la meno adatta a spiegare il fenomeno questa è proprio quella dell’etichettamento! Becker ha solo esasperato questo riduzionismo sottolineando la relatività delle norme che definiscono la devianza. ​ In secondo luogo, mi sembra che la dottoressa Di Marzio faccia confusione su due aspetti. Per uno dei due suppongo la buona fede. Infatti è solo perché ignora la teoria – escluso che per la Legge, l’ignoranza è sempre una valida scusante – che la nostra esperta immagina che l’etichettamento si riferisca alla semplice creazione di una definizione dispregiativa e che ciò scateni la censura sociale (in pratica, il processo inverso a quello postulato da Lemert).​ Intendiamoci, dire che il termine “setta” è una etichetta dispregiativa, che è inadeguata in ambito scientifico è giusto. In tal senso è vero che “setta è ciò che viene definito tale con successo”. Ha ragione la Di Marzio. Infatti, la definizione può allargarsi e stringersi come una fisarmonica, a seconda di chi ci dà più noia. E’ qui che diventa importante introdurre il secondo aspetto di confusione prodotto dall’ esperta, quello per il quale non confido nella buona fede. Si tratta della confusione​ fra il livello della “forma” (l’essere culto minoritario) e quello del “contenuto” (i comportamenti abusanti). La dottoressa li mescola producendo un artefatto logico.​ ​​ Si fa passare l’idea che la famosa “devianza” socialmente costruita, l’ oggetto della censura, sia il semplice fatto di costituirsi quali gruppi minoritari, di “deviare” dalla norma. Ovviamente questo è falso. La maggioranza dei culti minoritari non costituisce alcun interesse per chi si preoccupa della salvaguardia dei diritti individuali. In realtà, basta utilizzare diciture più stringenti, cioè che separino i due piani,​ ​​ perché il sofisma nominalistico cada. Nessun individuo onesto potrà mai dire “culto abusante è quello che viene definito tale con successo”. Abusi e sfruttamento sono dati oggettivi che esistono o non esistono indipendentemente dalla reazione sociale. Negarlo sarebbe segno di un qualunquismo e di un soggettivismo che mal si conciliano con l’orizzonte religioso in cui si svolgono gli studi della nostra autrice. ​ Interessante è rilevare che la posizione di chi esprime idee pregiudizialmente apologetiche riguardo i culti minoritari si rivela​ una sorta di “scacco matto”. Infatti, nel caso in cui si sia oggettivisti e non si considerino gli abusi quali costruzioni sociali, frutto della “creazione della devianza” (non ci credeva neanche Becker), si è costretti ad ammettere l’esistenza di culti abusanti; se invece si è partigiani di un relativismo radicale come quello appena discusso si realizza un formidabile boomerang intellettuale. Infatti,​ una lettura scettica che riduce i fatti a pura apparenza, a frutti di giochi semantici e attribuzioni senza base concreta, comporta la sospensione del giudizio, non solo sui culti, protetti da una notte in cui tutte le vacche sono nere, ma sugli abusi stessi. Si finisce così con lo sfociare in un esasperato indifferentismo che, invece di difendere i culti innocui dalla persecuzione, comporta lo sdoganamento di quelli criminali e degli abusi che vi si compiono. In altri termini, stupro è ciò che viene definito tale con successo. È chiaro che nessuno vuol dire che la studiosa cattolica intenda sdoganare abusi e vessazioni, ci mancherebbe, ma potrebbe non esser consapevole di dove finiscano le vie di fuga logiche prodotte da sentenza ad effetto e decontestualizzate. E’ solo a causa di ciò che sentiamo di suggerire alla dottoressa Di Marzio di fornire presto una compagnia alla sua idea solitaria.

Ho ucciso John Lennon

Ho ucciso John Lennon

Paul è morto (e io mi sento poco bene) La copertina di Abbey Road e la banconota da un dollaro hanno qualcosa in comune. Gli scettici delle verità ufficiali sanno cosa: entrambe contengono le prove di un complotto. Cioè, non le prove, gli indizi. Già. Infatti, ai cospiratori piace lasciare una gran mole di indizi. Se amate l’ordine e la pulizia non invitate a casa cospiratori. Lasciano indizi dappertutto. E non vengono via. Il mondo è pieno di indizi. Bisogna solo a collegarli fra loro. Questo non è un problema, dato che ogni giorno nasce un collegatore di indizi. Tutto sta a trovarlo. Anche questo non è un problema. Prima di internet era necessario scovare il bar più giusto per trovarlo un buon teorico, ma nell’era dei social network, quella in cui degli idioti conosci anche nome, cognome e residenza, è lui che trova te. Se va bene, si presenta nella veste di “ricercatore indipendente”, altrimenti in quella di “mamma informata”. Se va veramente male, però, si presenta in quella di politicante populista. Queste diverse incarnazioni del pensiero cospirazionista sono accumunate dall’idea che “le cose non sono mai quelle che sembrano” e che quindi qualcuno “ci sta ingannando” per loschi fini. Così la banconota da un dollaro non è quello che sembra, cioè una banconota – colma, come ogni banconota, dei simboli retorici dello Stato che la emette – ma la prova che la massoneria governa il mondo. Si rimanda ad altre, sovrabbondanti fonti per l’analisi degli indizi che i cospiratori avrebbero trovato opportuno lasciare sul “verdone” (un esempio qui). Stesso discorso per l’iconica immagine che illustra la confezione dell’album dei Beatles del 1969. Dietro la banale fotografia, infatti, si celerebbe gran parte dei messaggi in codice che i quattro (i tre?) andavano disseminando in testi e immagini, come ben sanno gli affezionati telespettatori dei programmi di divulgazione pseudoscientifica. Nello specifico, il messaggio nascosto sarebbe che Paul McCartney, l’autore e cantante di gran parte dei classici del gruppo, sarebbe morto nel 1966 e da allora sostituito da un sosia. La copertina di Abbey Road (1969) E’ celeberrima la teoria per cui nella foto i quattro starebbero inscenando una processione funebre. Il defunto, ovviamente, è Paul, il quale è l’unico dei Beatles fuori passo rispetto agli altri, forse a simboleggiare la sua estraneità al vero gruppo, e ha una sigaretta nella mano destra pur essendo notoriamente mancino. Questo è patrimonio comune di qualunque iniziato al mondo delle leggende metropolitane, ma è sul contorno che è interessante notare come la scaltra mente del ricercatore si sia impegnata. Sulla targa del “maggiolino” (“beetle”) Volkswagen bianco parcheggiato a sinistra della foto, si legge “28IF” – “28 SE”, interpretato come “28 anni SE fosse ancora vivo”. (…) Anche alla luce di questo il resto della targa, “LMW”, è stato letto come “Lie ‘Mongst the Wadding”, poemetto dello scrittore americano Stephen Crane anch’egli morto a 28 anni (il suo viso appare seminascosto da una mano sopra la testa di Paul nel famoso collage di Sergent Pepper’s). Altri hanno letto “LMW” come “Linda McCartney Widowed” (vedova) o come “Linda McCartney Weeps” (piange) [1] e [2]. Il motivo di interesse per questa elencazione di indizi opinabili risiede nel fatto che esistono invece dei dati non opinabili. Fra questi, che la fotografia in questione è stata scattata l’8 Agosto del 1969 e quindi Paul McCartney di anni ne avrebbe avuti 27, che sulla copertina di Beatles For Sale, del 1964, cioè prima della presunta morte avvenuta in un incidente stradale nel 1966, l’artista teneva già la sigaretta nella mano destra e che, se egli fosse realmente deceduto in quell’anno, a piangere sarebbe stata la sua fidanzata di allora, Jene Asher, non Linda, che il Paul del ‘66 neppure conosceva. In altri termini, il controllo dei fatti e l’ applicazione della logica basterebbe a smontare le più bizzarre teorie del complotto. La differenza fra uno scettico ed un paranoico è tutta qui, nel valore euristico che si attribuisce ai dati. 2. John è morto (e l’ha ucciso la CIA) Dalle scie chimiche e dai vaccini che causano l’autismo alla sostituzione etnica voluta dalle elìte e a George Soros come gran burattinaio del globo il passo è breve. I fautori del florilegio di teorie cospiratorie che infestano la rete telematica interpretano il mondo come i teorici della “Paul Is Dead” (PID) interpretano la copertina di Abbey Road. Ora, se qualcuno aveva una tendenza a connettere indizi in costruzioni paranoiche, questi era proprio il sodale del presunto defunto della PID Theory, ossia l’oggettivamente defunto John Lennon. Questi venne fatto fuori l’ 8 Dicembre 1980 da un giovane con problemi psichiatrici, tale Mark David Chapman. Matthew Schneider, docente di letteratura Inglese e comparata alla – pensate un po’ – Chapman University (un caso? Non credo proprio…), ha scritto uno splendido saggio sulla creazione del mito prendendo appunto spunto dalle caratteristiche paranoidi di Lennon. Il saggio, intitolato Quel che importa è il sistema!” I Beatles, la “Trama di Pasqua” e la narratività complottistica [qui], inizia con uno stralcio di intervista al figlio del musicista, Sean Lennon, il quale afferma che il padre sarebbe stato ucciso dal potere governativo americano. L’ affermazione denuncia la similitudine dei processi di pensiero di padre e figlio. Il padre, infatti, era da sempre affascinato dalla narratività complottistica e, secondo Schneider, a fornirgli la chiave di lettura cospirazionista della storia sarebbe stato un best-seller del 1965: The Passover Plot (La trama di Pasqua), di Hugh Schonfield. Quest’ultimo, forte di vaste conoscenze del mondo giudaico, era arrivato a tessere con tutte le fonti antiche a lui disponibili una storia che spiegava tutti gli eventi menzionati nei Vangeli su basi interamente razionali e a ipotizzare che Gesù Cristo, con l’aiuto di dodici congiurati, avesse inscenato la sua morte e resurrezione. Ciò al fine di provare che questo figlio di un falegname galileo era il Messia la cui venuta era stata predetta da certe sette giudaiche circa un secolo e mezzo prima della sua nascita. Un complotto, appunto. Il piano, però, sembra scritto dai Monty Python. Infatti, il progetto non sarebbe andato liscio. Pare che la banda dei tredici non avesse tenuto conto dell’eventualità della ferita al costato! Nessuno si aspettava la ferita al costato! Infatti, dopo essere stato liberato dal sepolcro, il nazareno sarebbe realmente morto a causa del dissanguamento. Questo tragicomico complotto, secondo l’autore, sarebbe la vera base del cristianesimo, dal momento che da esso la Chiesa antica avrebbe costruito la sua narrazione canonica della morte e resurrezione di Gesù di Nazareth cucendo insieme racconti contraddittori di testimoni, frammenti di dati storici irrelati, e persino pezzi da opere di narrativa come L’asino d’oro di Apuleio. Se la prima fase della Trama di Pasqua fu architettata da Gesù stesso, la fase due fu costituita dalla ricostruzione da parte della Chiesa antica. Scrive, quindi, Schneider: Schonfield insegnò a Lennon (…) a cercare i modi in cui la profusione caotica di eventi, interessi in conflitto e testimonianze contraddittorie possono essere tessuti in una narrazione escatologica senza smagliature apparenti. Lennon si rese conto che, per rendere manifesta e profittevole la loro importanza quasi religiosa nelle vite dei loro fan, I Beatles avevano soltanto bisogno di fornire una quantità di dettagli allettanti e apparentemente slegati: si poteva contare sul fatto che i loro seguaci, come i primi padri della Chiesa, avrebbero entusiasticamente intessuto, a partire da quei dati, una narrazione personalmente e culturalmente significativa. Schneider ipotizza quindi che Lennon, più famoso di Gesù Cristo, come egli stesso ebbe a dire nel '66, abbia volontariamente contribuito a distribuire indizi da far connettere ai suoi fedeli. Che egli stesso fosse sensibile a letture cospirazioniste era già stato evidenziato da Albert Goldman nella sua biografia non autorizzata. Sembra che alla domanda di un amico su cosa pensasse dell’omicidio di Martin Luther King Lennon sia esploso in un “Chi diavolo se ne frega…? Quel che importa è il sistema!”[pag. 14]. Ecco, il “sistema”. Quello che Schonfield evidenzia riguarda proprio la qualità “politica” della narratività complottistica. Scrive infatti: Due aspetti dell’ultima fase dei Beatles–lo sperimentalismo iconografico e musicale di Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band e il mito di “Paul is Dead”– mostrano le due varietà principali del pensiero complottistico. Nella sua modalità positiva, il pensiero complottistico rispecchia un genere particolare di ingenuità intellettuale–l’abilità di costruire un mosaico interessante e perfino piacevole a partire dalla casualità degli eventi. Ma poiché il pensiero complottistico assume che qualche intenzionalità onnicomprensiva sia sempre all’opera — il “sistema” ha le sue mire – l’ingenuità intellettuale lascia il campo, infine, alla paranoia. Questa è la tendenza inevitabile della narratività complottistica. Anche se iniziato per gioco, il pensiero complottistico finisce invariabilmente per evocare lo spettro vendicatore del sacro. L’ingenuità lascia il campo alla paranoia. La paranoia del sistema. 3. Potere al popolo Lennon firma l’autografo al suo assassino poche ore prima di essere ucciso “Ipocrita” è una parola che ricorre molto spesso nel romanzo Il Giovane Holden di Salinger, il libro che l’assassino di Lennon aveva con sé il giorno dell’omicidio. Quella di ipocrisia è la maggiore fra le accuse che sono state rivolte all’artista e che sono riuscite a scalfire l’aura di santità prodotta dalla sua morte violenta che ne ha fatto un’icona a metà fra Che Guevara e Padre Pio (o “Martin Luther Lennon”, come ironicamente disse McCartney). Presentarsi come un “working class hero” e vivere da nababbo, farsi emblema del pacifismo ed essere un violento (su questo c’è pieno accordo fra i i figli Julian e Sean) possono sicuramente essere fatti oggetto di interesse per rotocalchi scandalistici, ma nessuno ha mai rimarcato che il vero elemento caratterizzante il messaggio politico di Lennon è il populismo anti-sistema che ne fa il primo grande campione pop di quella forma mentis. Questa concezione considera il popolo come un’entità naturalmente etica la cui volontà collettiva non necessita di rappresentanza e mediazione (“Power To The People”). Oggi direbbe che “decide la rete”. La stessa Imagine, più che quel manifesto anarco-pacifista che qualcuno ha voluto vederci, è un esercizio di imbarazzante qualunquismo. Tutto ciò non è di certo alieno alla lettura cospirazionista già incontrata, coma sa qualunque avvertito cittadino europeo di questa epoca. Infatti il populismo comporta la sfiducia nel potere delle elìte, quelle palesi ma ancor meglio quelle occulte. La “casta”, le lobby, i “poteri forti”. Questa forma mentis è particolarmente prona a quella che Karl Popper definiva “teoria cospirativa della società”. Alla base ne è il “costruttivismo”, cioè l’idea errata che laddove esistono fenomeni sociali, dietro vi è qualcuno che ha cospirato per portarli a compimento. La teoria cospirativa della società, quindi, del costruttivismo sociale è la versione accusatoria. Se, infatti, tutto è pianificato, dietro ogni evento negativo c’è un piano maligno ordito da cospiratori. La verità, come sottolinea Menger, è che i fenomeni sociali sono quasi tutti costruzioni autopoietiche, senza alcuna regia. Si pensi al linguaggio [4] E’ altrettanto vero che le azioni umane hanno conseguenze inintenzionali, non previste, talvolta perfino controproducenti rispetto l’intenzione originaria (nessuno aveva previsto la ferita al costato…) che rendono improponibile l’idea di infallibili disegni su vasta scala. Eppure oggi il complottismo è diventato mainstream. A questo scetticismo per le verità ufficiali non può sfuggire neppure la “scienza” e la medicina – il complotto di Big Pharma! – e il nostro Lennon si guardava bene dall’esimersi da questa diffidenza. Benché consumasse quantitativi industriali di marmellata, intratteneva i suoi cortigiani con lunghi sermoni sui danni dello zucchero letti in qualche testo di medicina alternativa. Eroina, cocaina ed LSD non lo preoccupavano quanto lo zucchero, infatti ne abusava. Fumava anche molto, ma ebbe a dire “I Macrobiotici non credono nel cancro. Che ti sembri una scusa o meno, sappi che i macrobiotici non pensano che il fumo faccia male” ma poi prudentemente aggiungeva “Se moriamo, ci siamo sbagliati” (qui). Del resto, il suo miglior album, Plastic Ono Band, era ispirato alla sua esperienza con la terapia dell’ Urlo Primordiale di Janov, una ciarlataneria pseudoscientifica, equivalente psicoanalitico delle varie terapie alternative tradizionalmente care a populisti e complottisti. Per dare un’idea completa della psicologia del nostro, si sappia che Lennon affermava anche di essere stato rapito dagli extraterrestri. John Green, il lettore ufficiale di tarocchi della coppia Lennon-Ono, ci ha poi raccontato (qui) molto della fascinazione occultistica dei due. Non sarà un caso se Gianroberto Casaleggio, il guru del Movimento 5 Stelle che ne condivideva lo gnosticismo di stampo New Age e alcuni tratti somatici, enfatizzasse tale somiglianza utilizzando capelli lunghi e occhiali tondi. Casaleggio e Lennon Tutto, insomma, lascia immaginare che, fosse vivo, oggi John Lennon sarebbe il megafono della becera onda di populismo e demagogia che sta investendo le democrazie occidentali, con buona pace di chi ne ha fatto una icona ganhiana e progressista. Chi, scoprendo che coloro i quali lo conobbero nell’ultima fase della sua vita lo descrivono come un fan delle politiche reaganiane , parla di un suo spostamento a destra, partendo dal precedente radicalismo di sinistra, non capisce che già quel radicalismo, superficiale e post-moderno, era espressione del medesimo qualunquismo. 4. A mo’ di conclusione Quando la notizie irruppe nelle nostre vite, anche io ero un ragazzo irrequieto pronto a vendersi cara la propria adolescenza. Un giovane Holden febbricitante. Da quel letto scesi con un nuovo santino a far da segnalibro al mio catechismo socialista e libertario. John divenne il prototipo del rock hero, acidulo, sfrontato, sperimentale e pronto a dar scandalo. Paul, sospeso fra l’immenso ed il melenso, mi pareva al confronto borghese e piacione. Solo col tempo capii che, nonostante le apparenze, era il buon Macca, frequentatore dei giri underground e appassionato di Luciano Berio e Stockhausen, la vera forza «d’avanguardia» dei Fab Four. A lui si devono non poche tra le trovate più sperimentali, dai pezzi di legno inseriti fra le corde del pianoforte ai nastri in loop della lennoniana Tomorrow Never Knows. Talvolta i complottisti hanno ragione. Non sempre le cose sono quelle che sembrano. Tutto ciò mi pare la metafora di qualcosa. Ancora non so bene di cosa; quel che però è certo è che Lennon si configura come la forza dionisiaca dell’adolescenza, confuso grumo desiderante di utopie e acidità, mentre McCartney è maturo equilibrio apollineo. Lennon fu nume tutelare della mia adolescenza. Bisogna sempre uccidere il proprio padre. Io l’ho fatto. Come Chapman ho indugiato prima di premere il grilletto. Passare dall’incanto al disincanto è annuncio del sopraggiunto illuminismo individuale. Questo significa lasciarsi dietro il bisogno di falsi miti ma anche il populismo, l’ irrazionalismo, la paranoia, la palingenesi semplicistica e lo scetticismo radicale. La conclusione, se mai ce ne è una, è che nel pop come in politica, chi a vent’anni non sia stato lennoniano e a cinquanta non sia maccartiano non ha capito niente. Luigi Chapman Ono Corvaglia Note
[1] http://it.wikipedia.org/wiki/Leggenda_della_morte_di_Paul_McCartney
[2] Molti altri “indizi” si possono trovare qui: http://www.massimopolidoro.com/ita/indagini/paul-e-morto-lo-strano-caso-del-doppio-beatle/galleria-fotografica.html
[3] Menger, C., Il metodo della scienza economica, UTET, Torino, 1937, pag. 112 #JohnLennon #BigPharma #cospirazione #complottismo #GeorgeSoros #LuigiCorvaglia #sciechimiche

Lo specchietto dell’integralismo laico

Lo specchietto dell’integralismo laico

Luigi Corvaglia Io mi curvo sotto il peso della rassegnazione altrui. A. Libertad Un luogo comune ampiamente diffuso in questa triste stagione di dominio della neo-lingua orwelliana (quella per cui “la guerra è pace e la schiavitù è libertà”) afferma essere in corso una “offensiva laicista”. In altri termini, fra le banalità più pervasive dell’era del cretinismo come valore assoluto c’è la denuncia del paradosso per cui “i laici vogliono imporre la laicità“, quindi, che “i laici sono totalitari” (cosa che, in effetti, equivale a dire che “la pace è guerra”). Laicista è il termine comparso da qualche anno nel dizionario della neo-lingua proprio per definire il partigiano di tale supposto estremismo ateo, un fondamentalismo di segno uguale e contrario a quello clericale. Il laicista, infatti, vuole imporre a tutti la stessa morale. Insomma, per clericali, teo-dem e neo-con, i laici ed i libertari sarebbero contraddittori, intolleranti e assolutisti. Non sarebbe necessario spendere troppe parole per mettere in evidenza le fallacie di un argomento che si smonta alla minima applicazione cognitiva. Pochi, però, sembrano applicarsi. Il sistema perché il bue dia del cornuto all’ asino, in sostanza, è tutto nell’ utilizzo di sillogismi errati. La logica aristotelica viene truffata da sentenze espresse nella neo-lingua. Così, pretendere autonomia per sé e per gli altri, come fanno i laici, sarebbe praticare la “schiavitù“, mentre imporre agli altri “valori non negoziabili”, come vogliono i chierici, sarebbe libertà. Non ci si aspettano, del resto, prestazioni migliori da chi predica il monopolio ideatico e morale, perchè ciò viene fatto sulla scorta di un utilizzo a dir poco parsimonioso della logica. E’ però da rimarcare come il cretinismo montante abbia ormai fatto terra per porci anche del supposto fronte “laico”. Sentenze di simile tenore, infatti, sono spesso espresse dagli esponenti del buonismo post leninista, del kennedismo alla vaccinara, dell’ecumenismo luogocomunista, della sinistra del cilicio, della retorica del progressismo “tutti si e tutti ma”, del liberalismo de noantri. Perché – ci viene spesso chiesto, con aria gesuitica e malandrina, dai portatori sani di buon senso – tutto questo astio nei confronti delle pretese della Chiesa? Non sarete pure voi – dicono questi progressisti assennati, con la sufficienza di chi la sa lunga – degli intolleranti come rimproverate essere i cattolici? Vorreste forse imporre – parola che viene sardonicamente sottolineata con malizia – la vostra morale laica? A questo punto, forse, è il caso di spenderla qualche parola. Innanzitutto, una premessa: la libertà è un bene indivisibile, è, tecnicamente, un bene pubblico. Un bene si definisce pubblico quando, una volta disponibile, non è possibile non usufruirne (non escludibilità) e quando è indivisibile (la libertà non si fa a fette). Sicché, per quanto io possa essere egoista nel desiderare la mia libertà, perfino il mio voler secedere da qualunque ordinamento coercitivo, come farebbe un anarchico individualista, il mio egoismo può esprimersi in concreto solo nel desiderare la produzione di un bene pubblico, ossia la libertà per tutti; essa è co-condizione per il realizzarsi della mia. E’ qui che un lettore poco attento, forse sprovveduto, sicuramente prevenuto, potrebbe sottolineare un paradosso d’illibertarietà nel mio voler “imporre” la libertà a chi non la vuole. Ripeto, potrebbe farlo solo un lettore talmente poco avveduto che ignora che, se ogni “bene pubblico” presenta le caratteristiche di indivisibilità e non escludibilità, solo il bene pubblico “costrizione” viene realmente imposto. Infatti, proprio perché indivisibile, la costrizione non permette spazi di libertà neanche per chi non condivide la scelta costrittiva. Il bene pubblico “libertà”, di contro, proprio in virtù della sua non escludibilità, permette ogni cosa a tutti. Fra le cose che permette è inclusa la volontaria sottomissione alle autorità secolari, spirituali o morali liberamente scelte. Ciò per l’elementare cognizione, in possesso di chiunque sappia cosa sia una matrioska, che la forma più piccola rientra in quella più grande e non viceversa. Avere a disposizione un piccolo spazio, cioè, permette di muoversi ben poco; aver a disposizione un grande spazio permette un raggio d’azione molto maggiore, ma, è chiaro, non obbliga affatto a percorrere l’intero territorio. Ecco perché la laicità non ha nulla a che vedere con un integralismo ateo che, nella psicotica logica anti-laicista, rispecchierebbe quello clericale in termini di assolutismo. Imporre” libertà o costrizione, quindi, non sono atti equiparabili in termini libertari (oltre che logici). In definitiva, il coercitivo decide per sé e anche per gli altri, il libertario solo per sé. L’integralista cattolico, ad esempio, essendo ostile al divorzio, pretende di vietarlo a tutti, incluso a chi, non essendo portatore dello stesso orizzonte morale, vorrebbe divorziare. Il divorzista, per contro, pretende di essere libero di divorziare ma non impone affatto ad alcuno di farlo se non vuole. Solo il primo, quindi, mette in atto una reale imposizione, perché gli effetti indivisibili prodotti dal “bene” costrizione ricadono su ogni individuo costringendolo entro angusti limiti, che questi non ha autonomamente fissato. Quindi, il sillogismo anti-laico è errato perché la premessa principale “chi vuole imporre una concezione è un autoritario” è viziata dall’utilizzo improprio del concetto di imposizione. Avrebbero ragione i chierici di ogni ordine e grado solo se lo stato laico – o la libera organizzazione che lo avesse sostituito – imponesse per legge il divorzio ai coniugi litigiosi, l’aborto ai genitori di figli deformi, l’anticoncezionale a chi ha troppi figli, il matrimonio agli omosessuali che si amano, le adozioni a quelli che convivono, l’eutanasia a chi soffre senza speranze di guarigione, l’ateismo a tutti. Ma non è questa la pretesa del laico, proprio perché è laico. Si pone però il contrario. Lo stato teocratico vieta a tutti tutto ciò. Quello che gli piace è il bene per tutti, incluso chi non gradisce. Di contro, quello che è il bene a giudizio degli altri, se a lui non piace, non deve piacere neppure agli altri. E’ la stessa logica in base alla quale qualcuno potrebbe pretendere di vietare i carboidrati a tutti gli altri perché lui è a dieta. Il libertario non impone nulla, permette, il chierico non permette nulla, impone. Non esiste alcuna specularità dogmatica. Come diceva Gaetano Salvemini, Il clericale pretende rispetto per sé in base al principio liberale, salvo reprimerlo negli altri in base al principio clericale. Ciò andrebbe tenuto a mente ogni qual volta un prete o un guru si appella ai principi liberali. Infatti, se ritiene necessario farlo è molto probabile che siano proprio quei principi che egli sta mettendo in pericolo. Altrimenti, nessun culto è a rischio in una società laica. Allora, perché tanto astio, mi chiedeva l’amico di buon senso, quello del giusto mezzo che è sempre giusto perché è proprio in mezzo? Perché, in definitiva, l’atteggiamento di acquiescenza del soggetto prono ai diktat di entità sovrapersonali non incide solo sul suo status, ma produce effetti indivisibili, esternalità, dicono i giuristi, anche nei miei confronti. Ciò consolida, di fatto, il potere dei titolari della coercizione non solo nei suoi confronti, ma anche nei miei. Egli, decidendo per sé, decide per me. Sicché chi dà consenso alla coercizione è avversario della libertà, mia e di chi la pensa come me, non meno di chi la coercizione la pratica. Perché tanto astio, amico assennato? Perché – ora dovrebbe essere chiaro – chi dà il consenso alla coercizione è mio avversario non meno di chi mi punta una pistola alla tempia.

Proudhon nello spazio

Proudhon nello spazio

di Luigi Corvaglia Soggetto per un film di fantascienza: in un futuro in cui i viaggi nello spazio sono realtà, una azienda multinazionale, la Rothbard Corporation, ha acquisito il controllo di ogni singolo centimetro del pianeta grazie a spregiudicate, ma non illegali, transazioni economiche e pianifica di espellere parte dell’umanità inviandola nelle colonie extraterrestri. Ipotesi assurda? Si, sul piano della probabilità, non su quello della legittimità logica, secondo alcuni. Infatti, esistono dei tizi che ritengono che se qualcuno diventasse con mezzi legali proprietario del mondo, questi potrebbe legittimamente espellere dal pianeta anche tutti gli abitanti. Questi tizi si chiamano giusnaturalisti. Poco importa che l’ipotesi sia improbabile o, allo stato attuale, impraticabile. Ciò che conta è che questo è l’esito di una logica che opera con limpida consequenzialità sulla base della premessa giusnaturalista. Esisterebbe, secondo questa concezione, un apriori, un requisito che preesiste al mercato come Dio all’universo: il diritto naturale alla proprietà. Se questo è naturale, perchè connaturato all’umano, ogni azione che tenda a limitare la libertà del proprietario di disporre come vuole di ciò che è suo si configura come un crimine contro natura e una lesione di diritti inviolabili. Fra questi diritti, anche lo “ius excludendi alios”, cioè quello di riempire le navicelle spaziali per scacciare le non gradite pertinenze umane della proprietà. Partendo dalla premessa giusnaturalista, benchè paradossale, questo sarebbe un esito del “mercato”, anche se ucciderebbe il mercato stesso. Ne deriva che una eventuale resistenza armata di parte della popolazione si configurerebbe come una forma di banditismo messa in atto dai nemici del libero scambio. La schiavitù è libertà, in un mondo orwelliano. Nel nostro film, abbiamo una rivolta contro la Corporation. Molti dei ribelli sono socialisti, collettivisti, quindi ostili alla Corporation perché contrari al concetto stesso di proprietà e di mercato. Il capo dei ribelli, però, non è un socialista. Si chiama Warren Spooner e ritiene che una organizzazione sociale che vietasse proprietà e scambio non sarebbe diversa dalla Corporation nei suoi esiti. Egli, però, non è un teorico dei diritti naturali. L’eroe senza macchia è un utilitarista. Ritiene, cioè, che la proprietà non sia necessariamente “giusta”, ma utile, nel senso che produce esiti che per la maggior parte della gente sono migliori della sua abolizione. Ritiene che sia una scelta collettiva, perché permette il libero scambio, non una immanente qualità umana. Per Warren è “mercato” qualunque arrangiamento frutto di accordo e “non mercato” qualunque soluzione che non derivi da accordo, ma imposta. Come è l’espulsione dei terrestri dal pianeta. Ne deriva che perfino la proprietà nasce dal mercato, ne è una “emergenza”. Non ha nulla di sacro e intangibile. È una convenzione, sempre rivedibile, frutto di un accordo (“facciamo che ognuno possiede il frutto del proprio lavoro”). Il mercato, cioè la gente in interazione reciproca, può quindi rivedere le sue scelte. L’insurrezione armata della popolazione e l’esproprio delle terre al proprietario del mondo sono quindi azioni “di mercato” che concretizzano le scelte degli attori che lo costituiscono. Gli esclusi devono ribellarsi per salvare il mercato. È la proprietà della Rothbard Corporation, piuttosto, che rappresenta un furto ai danni degli abitanti del mondo. Solo le proprietà individuali dei terrestri possono bilanciare questo potere oppressivo e garantire una difesa contro di esso. I singoli poteri degli individui in equilibrio garantiscono lo scambio. I briganti salvaguardano il mercato! Il film si basa sulla contrapposizione fra queste due logiche, giusnaturalismo e utilitarismo, che stanno fra loro come l’etica del principio e l’etica della responsabilità di Max Weber. Queste due concezioni da sempre contrapposte sono state però entrambe accolte da una medesima persona. Questi era Pierre-joseph Proudhon. Nel 1865, nella sua Quarta memoria sulla proprietà, infatti, il tipografo di Becancon approdò ad una lettura utilitaristica della proprietà proponendola quale unico argine difensivo all’abuso dello Stato. Eppure non rivide mai la concezione della proprietà quale furto proclamata nel suo famoso pamphlet del 1845, Che cos’è la proprietà. La proprietà rimane un abuso (come nel ’45), ma è anche un contropotere ad un abuso ancora maggiore, lo Stato. Ricordiamo che Proudhon fu il primo pensatore a definirsi orgogliosamente anarchico. L’elemento di interesse per il nostro film, però, è che Proudhon era un giusnaturalista. Si potrebbe quindi presupporre che nella guerra fra il proprietario del mondo e i ribelli egli si sarebbe situato fra i partigiani del primo. Invece, è proprio in quanto giusnaturalista che nel 1845 egli negava che fra i diritti naturali potesse rientrare la proprietà. È per questo che, 25 anni dopo, potrà affrontare la questione della proprietà secondo una lettura basata sull’utile. Proudhon, in pratica, smonta le pretese della Rothbard Corporation partendo dalle stesse premesse utilizzate dai proprietari a sostegno della loro legittimità. Vediamo come. La proprietà non è un diritto naturale Innanzitutto, il francese nota che per la proprietà, la quale si presenta quale diritto “solo in potenza, come una facoltà inattiva e fuori servizio”, viene meno il criterio di universalità che caratterizza necessariamente i diritti naturali. Sarebbe grottesco affermare che “tutti gli uomini hanno un diritto eguale a proprietà ineguali”. I diritti, infatti, sono “inalienabili” per definizione e non suscettibili di crescite e diminuzioni. Soprattutto, però, avendo la Dichiarazione dei diritti individuato i quattro diritti imprescrittibili dell’uomo in quelli alla libertà, all’uguaglianza, alla sicurezza ed alla proprietà, Proudhon nota come il quartetto sia stonato. Se realmente realizzati e rispettati, infatti, i diritti alla libertà, all’uguaglianza e alla sicurezza si completano a vicenda e portano alla concordia sociale. Armonizzano. Non funziona così per la proprietà. Scrive : La libertà e la sicurezza del ricco non soffrono della libertà e della sicurezza del povero: anzi, possono rafforzarsi e sostenersi scambievolmente: al contrario, il diritto di proprietà del primo deve essere continuamente difeso contro l’istinto di proprietà del secondo. (…) Così il ricco ed il povero sono in uno stato di diffidenza e di guerra reciproca! Ma perché si combattono? Per la proprietà; dunque la proprietà comporta necessariamente la guerra alla proprietà! (da Che cos’è la proprietà?) Se, in altri termini, gli altri tre diritti portano all’avvicinamento, all’unione, alla socialità, la proprietà si palesa quale diritto antisociale, dotato di una forte carica disgregante. Non è quindi su tali basi che può considerarsi un diritto “naturale”. Su quali allora? I giusnaturalisti hanno ancora due carte, quella del “lavoro” e quella dell’ “occupazione”. Partiamo da quest’ultima. E’ idea ben nota per cui si rivendica il naturale diritto all’occupazione della “terra” – intesa latamente come qualunque mezzo di produzione che non sia già in mano ad altri. Gli abitanti del nostro pianeta scacciati potrebbero legittimamente occupare la terra delle colonie extra-terrestri e appropriarsene, per poi scacciare eventuali nuovi migranti giunti successivamente. “Ci dispiace. Occupato. Siete arrivati tardi “. Qui Proudhon riprende un discorso di Cicerone: Il teatro, dice Cicerone, è comune a tutti; e tuttavia il posto che ciascuno vi occupa è detto suo; nel senso che è da lui posseduto, non che è di sua proprietà. Questo paragone annienta la proprietà; esso implica inoltre l’eguaglianza. Posso forse in teatro occupare simultaneamente un posto in platea, un altro nei palchi ed un terzo in galleria? (…) Secondo questo paragone, ciascuno può sistemarsi come preferisce nel suo posto, può abbellirlo e migliorarlo: ma la sua attività non deve mai superare il limite che lo separa dagli altri.(da Che cos’è la proprietà?) In altri termini, se ogni uomo ha eguali diritti di lavorare e produrre, è ovvio che debba godere anche del diritto di occupare la terra, i mezzi di produzione. Da ciò non discende affatto la proprietà dei mezzi, ma solo il loro usufrutto. Ciò per un concetto tanto logico quanto semplice. Se nel teatro di Cicerone o nel cinema in cui si programma il nostro film entrano altre cento persone, chi già vi si trovava ad usufruire degli spazi, si stringerà per far posto ai nuovi arrivati. Toglierà cappelli e cappotti dai sedili vicini, ad esempio. Ciò vuol dire che il diritto di occupazione è variabile. Insomma, poiché la misura dell’occupazione dipende dalle condizioni variabili dello spazio e del numero, la proprietà non può costituirsi (ibidem). Ora i vari lettori che si imbattono nella definizione della proprietà come furto non dovrebbero più incorrere nell’errore che fu anche di Marx e di Stirner, quello di cogliervi, secondo il noto luogo comune, una contraddizione (“come si può rubare se non c’è proprietà?”) . Il furto è nel fatto che chi si considera proprietario si appropria, sottraendolo definitivamente a tutti gli altri, di un bene a cui tutti hanno uguale diritto d’usufrutto. È quello che fa la Corporation al resto degli abitanti nel nostro film. Arriviamo ora all’argomento principe, il pilastro della teoria della proprietà. E’ quello del “lavoro”. L’idea lockiana del mescolamento del proprio lavoro alla terra fondandone la proprietà. Il proprietario ha migliorato la terra e ha creato il prodotto. “Ma chi ha creato la terra? Dio. In questo caso proprietario ritirati”, scrive Proudhon. Se è innegabile che chi produce qualcosa ha il diritto di possedere tale prodotto ( possesso), di certo non può vantare diritti sullo strumento che non ha creato (proprietà). “Il pescatore”, continua il francese, “che, sullo stesso litorale, è capace di prendere più pesci degli altri diventa forse, per questa sua abilità, proprietario dei paraggi della pesca?” (Che cos’è la proprietà?) . Ebbene, a dimostrazione del fatto che la lettura di Proudhon non si limita alla mera e sterile ricerca dello storico, c’è proprio l’attualità della questione del lavoro che è da sempre uno degli ambiti più molli del fianco del liberismo di marca giusnaturalista. Si è, infatti, molto discusso sulla vaghezza del concetto di lavoro. Sembra che a Murray Rothbard, principale teorico dell’anarcocapitalismo, basti il lavoro di recintare un terreno per renderlo di sua proprietà. I nostri terrestri scacciati trasformati in coloni dovrebbero solo far questo nei loro nuovi pianeti. In realtà, non si capisce come stendere una recinzione lungo una strisciolina di terra possa comportare la proprietà della vasta area contenuta entro quei limiti e sulla quale non si è effettuato alcun lavoro. Si è poi fatto notare che nulla in una recinzione migliora un luogo, per cui, se è la sola e semplice azione sulla terra a permettere di sancirne la proprietà, anche urinare in mare, qualcuno ha detto, dovrebbe rendere padroni di un certo tratto di costa! Pur presupponendo che sia possibile definire cosa sia lavoro e cosa no, e perfino accettando che ogni lavoro comporti un miglioramento, cosa oggettivamente definisce il “miglioramento” nello stato della “terra” rispetto alla condizione precedente? Produrre onde radio migliora o peggiora l’atmosfera? Il miglioramento percepito da alcuni fruitori della “terra” in che modo comporta la necessaria accettazione della proprietà da parte di tutti quanti gli usufruttuari che non ritengono che detto lavoro abbia comportato un miglioramento? Questi sofismi, pur nei loro tratti caricaturali, evidenziano la vaghezza dei criteri in merito. Come non bastasse, procedendo ancora ad un ragionamento per assurdo che dia per scontata la logica dell’appropriazione tramite il lavoro, il punto centrale che invalida l’idea “naturale” del diritto di proprietà frutto del lavoro è nella estrema contraddittorietà che si coglie ponendosi la domanda di cosa giustifichi la proprietà dei latifondisti o dei proprietari d’industria. Questi, ricorda Proudhon, posseggono enormi territori (o fabbriche manifatturiere) che non lavorano ma da cui ricavano delle rendite. Probabilmente essi hanno lavorato in passato e, quindi, acquisito il diritto alla proprietà di tali beni. Ma oggi? Il contadino salariato, il colono, l’operaio continuano a lavorare quelle stesse terre, quegli stessi mezzi di produzione e ne trae dei prodotti. Eppure non ne acquisisce la proprietà. In base al principio per cui il lavoro fonda la proprietà, questi avrebbe diritto, non solo ai prodotti, ma anche ad una quota della terra. Ma ciò non avviene. Insomma, ciò che fu valido per alcuni, non può più essere valido per altri. La seconda ondata di coloni terrestri del nostro film non godrebbe degli stessi “diritti naturali” della prima ondata che ha fondato la propria proprietà sul lavoro. Ciò è un controsenso. In definitiva, la proprietà, che l’autore distingue nettamente dal possesso, è il fatto economico attraverso il quale un oggetto nelle proprie disponibilità diventa creatore d’interessi. (l’intraducibile droit d’aubaine).
Non solo si ritrova in queste considerazioni il germe del concetto marxiano di “alienazione”, ma a Proudhon è da attribuirsi anche la paternità di quella teoria del “plus-valore”, generalmente considerata parto del pensatore tedesco. Il francese la esprime nei termini della forza collettiva: Duecento granatieri hanno alzato sulla base in qualche ora l’obelisco di Luxor; si suppone che un solo uomo, in duecento giorni, ne sarebbe venuto a capo? Tuttavia, per il conto del capitalista, la somma dei salari sarebbe stata la stessa. (Che cos’è la proprietà?) Il profitto del capitale è nella sproporzione fra le somme consegnate ai lavoratori per le loro singole forze e il prodotto collettivo creato, frutto di una forza collettiva non conteggiata ed intascata dal capitalista. Un furto, quello della forza collettiva, perpetrato sulla scorta del furto primordiale, la proprietà.
In conclusione, ci dice Proudhon, La proprietà non esiste per se stessa; per prodursi, per agire, ha bisogno di una causa esterna, che è la forza (l’occupazione) o la frode (far credere che dal lavoro discenda la proprietà). (Che cos’è la proprietà) In realtà, ce ne sarebbe un’altra, ma nulla ha a che fare con i diritti naturali: è l’accordo. Ma questo è un’altro film. #anarcocapitalismo #capitalismo #MurrayRothbard #anarchia #PierreJosephProudhon #liberalismo #assolutismo #liberismo #LuigiCorvaglia #Liberomercato

I capelli di Foucault

I capelli di Foucault

Luigi Corvaglia Michel Foucault 1. Due francesi Se dicessi che la cosa che più apprezzo di Michel Foucault è la pettinatura, qualcuno mi farebbe notare che il filosofo era calvo. Se dicessi, invece, che ciò che più apprezzo di lui è il suo anarchismo, nessuno avrebbe da obiettare. Sennonché, l’anarchismo prevede l’amore per la libertà quanto una pettinatura prevede dei capelli. Si dà però il caso che la calvizie del francese sia un dato evidente e dimostrabile, benché questi appartenesse ad un filone di pensiero, il post-modernismo, che nega valore ai fatti abbassandoli al rango di opinioni; invece, la decantata valenza libertaria del suo pensiero è solo un’ opinione elevata a fatto. Dell’amore per la libertà di Foucault si può avere un valido saggio leggendo i suoi entusiastici reportage dall’ Iran integralista di Khomeini. Infatti, inviato a Teheran dal giornale italiano “Il Corriere della Sera” nell’immediatezza della rivoluzione del ’79, Foucault fu conquistato dalla “bellezza” del regime medioevale dell’ Ayatollah. A chi gli chiedeva come potesse trovare così bello il totalitarismo teocratico, rispondeva Essi non hanno un regime di verità equivalente al nostro che, d’altro canto, è del tutto particolare anche se è diventato quasi universale.1 Il sistema per evitare una domanda scomoda è sempre quello di affermare che la domanda è sbagliata. Il sistema francese è dire che la domanda è sbagliata perché presuppone l’esistenza della realtà. E’ nella realtà, infatti, che stanno le fucilazioni di regime, la discriminazione delle donne, le esecuzioni per adulterio e quelle per omosessualità (quindi, anche per Foucault, fosse stato iraniano). Ma i khomeinisti, ci dice Foucault, hanno un “regime di verità” differente. Infatti, la nostra verità, che crediamo universale è, invece, “del tutto particolare”. Ora, se la realtà non è oggettiva ed è solo una lettura fra le tante possibili, se non esistono conoscenze ma solo punti vista, se giustizia e diritti non sono dati universali ma concetti locali e storicizzati, il giudizio su qualsiasi cosa diventa impossibile, perché sempre arbitrario. E’ proprio questo il messaggio di impotenza che viene annunciato da quel vasto fiume di teorie (decostruzionismo, strutturalismo, post-strutturalismo, ecc.) che danno forma al “pensiero post-moderno”. Affondato nello scetticismo di Nietzsche e Heidegger, due autori connessi più al nazismo che a idee di liberazione, il postmodernismo passa per una filosofia libertaria, egualitaria e progressista. Chiameremo questo approccio indifferentismo relativista, perché nucleo ne è il relativismo radicale. Restiamo in Francia. Due signori discutono sul divieto del velo per le ragazze musulmane che frequentano la scuola pubblica. Uno dei due è un cittadino democratico e di mentalità aperta, l’altro un esponente di un movimento di estrema destra. Chi dei due è più probabile che ritenga giusto salvaguardare il diritto della ragazza ad indossare il velo? Avete detto il primo? sbagliato, è il secondo. Infatti quest’ultimo è Alain de Benoist. Questi è il principale esponente della Nouvelle Droite. Sotto questo nome si raggruppa un movimento d’opinione conservatore, reazionario, anti-moderno ed anti-egualitario. Eppure, davanti all’ idea di censurare i costumi altrui in nome dei diritti civili la sua risposta è indistinguibile da quella del radicale di sinistra Foucault. Infatti, dice: È essa [la modernità, NdR], infine, che ritroviamo nell’avvento della nuova religione dei diritti dell’uomo, che pretende di sottomettere la Terra intera ai suoi diktats giuridici e morali.2 In altri termini, de Benoist ci dice che ogni popolo ha una sua scala di valori morali, pertanto l’imposizione dei valori dell’Occidente (“la nuova religione dei diritti dell’ uomo”) è una forma di imposizione di una idea dominante, quella liberal-democratica, che si vuole universale. Le affermazioni di de Benoist e Foucault sembrano due mele cadute dallo stesso albero. Il marxista eretico e libertario (nonché calvo) rifuggiva le ideologie universaliste e cercava rifugio negli spazi marginali, celebrando qualunque cosa gli paresse non assimilabile, dalla teocrazia iraniana ai feticci sadomasochistici. Il criptofascista amante del paganesimo nordico rifugge l’universalismo moderno e celebra qualunque cosa gli appaia non ancora assimilato, dal velo islamico alle mutilazioni genitali femminili. Il paradosso del libertario che esalta il khomeinismo (libertarismo totalitario) fa quindi il paio col paradosso del fascista che rispetta le culture non europee e difende i costumi delle minoranze in nome del “diritto alla differenza” (totalitarismo libertario). La Nouvelle Droite osteggia tutte quelle politiche che mirano a superare naturali forme di arretratezza o di barbarie quali la discriminazione delle donne o, addirittura, l’infibulazione. Ciò perché opporsi a queste pratiche distruggerebbe le radici culturali di un’etnia, quindi la sua identità. A prima vista, chi difenda la libertà di una studentessa di portare il velo a scuola appare persona aperta e democratica, un tutore della libertà personale e dei diritti dell’individuo. Il tipo di proposta della Nouvelle Droite, però, è solo apparentemente rispettosa di fedi e costumi. Nel nome delle differenze fra culture, ritenute inconciliabili, si propone infatti un “multiculturalismo” ben lontano dall’idea del “meltin’ pot”, della confluenza di tutti in un gran calderone nel quale si sviluppano varie forme di incrocio e arricchente “meticciato” culturale, bensì la creazione di isole culturali non occidentali all’interno dei paesi industrializzati, proprio al fine di evitare tale confluenza e commistione. Una logica, fa notare Pierre-Andrè Taguieff, che nel passaggio dalla razza alla cultura non perde un grammo della sua carica di pregiudizio. A ciò si è dato nome di razzismo differenzialista. Ai fini del nostro discorso, che è centrato sulla neutralità di alcune correnti di pensiero nei confronti di idee e pratiche incompatibili con i diritti umani, useremo la definizione di indifferentismo differenzialista. Alain de Benoist 2. Culti e multiculturalismo Riduzione in schiavitù, sfruttamento, abusi, umiliazioni, violenze fisiche e psicologiche non sono solo il portato di larghe culture non occidentali. Infatti, se una cultura è un patrimonio di idee tipiche di vasti aggregati umani, i sistemi di credenze e costumi condivisi da gruppi umani ristretti sono delle micro-culture. Queste possono essere culti religiosi minoritari (le cosiddette "sette") oppure congreghe di seguaci di pratiche mediche alternative o, ancora, i gruppi ideologici estremisti. Questi aggregati si configurano spesso come gruppi totalitari. Così come per le “meta-culture”, anche nei confronti dei gruppi coercitivi ci si può porre in due modi, quello della censura e quello dell’indifferenza. In una società liberale e democratica è prevalente la scelta indifferentista in nome della laicità e del multiculturalismo, ma, come abbiamo visto, si fa presto a confondere il “grano” con l’ “oglio”, il liberale con il partigiano dei totalitarismi, il fascista col difensore delle minoranze. Il problema sorge quando a fronte di un proclamato distacco avalutativo, i supposti indifferenti si ergono a difensori dei culti contro le pretese di chi li ritiene luoghi di abusi e vessazioni. Un disinteresse che finisce non appena si toccano gli interessi dei gruppi coercitivi. I cosiddetti “apologeti dei culti” ricalcano quindi le logiche già viste per le culture ampie, cioè l’ indifferentismo relativista e l’ indifferentismo differenzialista. Apologeti liberali Alla prima tipologia si rifanno alcuni difensori dei culti che si considerano portatori della cultura liberale. Essi sono ovviamente relativisti, nel senso che ritengono che nessuno possa imporre un’unica visione del mondo e auspicano, quindi, quello che Max Weber definiva “politeismo dei valori”. Questa non può che essere un’idea emencipativa e di progresso, perché sappiamo bene che il relativismo occidentale è da sempre il nemico dell’assolutismo religioso e politico, quindi la vera base della libertà. Se non possiedo verità indiscutibili non vorrò mai imporre dogmaticamente, ex auctoritate, qualcosa a chicchessia. Il concetto di laicità è tutto qui. Intessuto com’è di relativismo, pluralismo, libertà e tolleranza. Presentarsi come relativisti è quindi un ottimo biglietto da visita per un progressista. Peccato che spesso questo progressismo sia concreto come i capelli di Foucault. Infatti, una cosa è affermare che non si possa mai dire di possedere la verità, concetto base del liberalismo, un’altra affermare che la verità non esiste, che è una costruzione culturale. Certi sedicenti liberali passano talvolta di straforo questo confine. Come scrive Maurizio Ferraris: Curiosamente, la “scuola del sospetto”, l’idea che si debba dubitare di tutto nasce come un esercizio critico, ma può avere esiti a dir poco dogmatici, perché ci insegna a dubitare non solo delle menzogne, ma anche delle verità, rendendo con questo un eccellente servizio al falso, che viene posto sullo stesso piano del vero. Questo principio, che se applicato alla scienza rende indistinguibile un medico da uno sciamano e un astronomo da un astrologo, risulta particolarmente drammatico nel caso della storia, perché fa calare un condono tombale sulle peggiori tragedie dell’umanità.3 Questo comporta un duplice aiuto ai gruppi “alternativi”. Innanzitutto, un pensare che rifiuta il valore delle prove e rende “indistinguibile un medico da uno sciamano e un astronomo da un astrologo” facilita l’emergere di gruppi ostili alla scienza e basati su spiritualismi e soggettivismi. Questo avviene in un modo che è paradossale, perché, a dispetto del proclamato antiautoriarismo relativista, l’autorità, cacciata dalla porta, rientra dalla finestra. Come scrive Giovanni Jervis, In pratica non è vero che tutti i pareri siano ugualmente autorevoli; a qualche individuo più che ad altri – abbiamo tutti bisogno di padri, diceva Freud – viene attribuita una dose insolita di saggezza. In questo modo rifiutando l’autorità degli esperti ci si ritrova fra le braccia dei santoni.4 Oltre a contribuirne allo sviluppo, l’ “antiautoritarismo” relativista è un valido aiuto nella difesa dei gruppi totalitari. Infatti, gli apologeti dei culti difendono, con coerenza liberale, l’esistenza di ogni credo e pratica, ma il loro approccio diviene spesso analogo a quello di Foucault con l’Iran khomeinista. Presi, cioè, dalla foga libertaria rischiano di sorvolare su quanto di illiberale avviene nei culti. Questa è la maggiore contraddizione del relativismo culturale radicale. In altri termini, i suoi fautori pongono in premessa la superiorità dei criteri di laicità e tolleranza propri della cultura liberal-democratica, esattamente perché le altre culture non sono in grado di offrire niente di simile. Dopodiché, pretendono che gruppi o società che non accettano tali principi non vadano giudicate proprio in nome della relatività delle interpretazioni storiche della umana convivenza. Essi, in altri termini, dopo aver giudicato superiore la cultura includente e tollerante, giungono ad affermare l’equivalenza nel valore e nel diritto di ogni espressione culturale, incluse quelle intolleranti, dichiarando illegittima ogni comparazione. Scrive Nico Berti: Questa bislacca conclusione deriva dall’uso clamorosamente illogico dei criteri epistemologici propri del paradigma relativistico, che è teoricamente affermato, ma praticamente negato (sono, infatti, finti relativisti ma veri antiliberali)5 Che i difensori dei culti siano finti relativisti e veri antiliberali è dimostrato ogniqualvolta dalle seconde e terze file delle compagini di partiti e movimenti di ispirazione liberale si alzano peana a favore dei gruppi più indifendibili dal punto di vista etico e veri e proprie “crucifige” nei confronti di chi ne denuncia le malefatte, paradossalmente accusati di essere i nuovi “inquisitori”. I più naif fra gli esponenti della cultura relativista, insomma, derubricano abusi, manipolazioni, minacce, ricatti, violenze fisiche e psicologiche ad atti che non possono essere interpretati se non con un “regime di verità” locale e particolare, quello del gruppo. In questo modo, il diritto di culto e di associazione si mangia i diritti dei singoli individui producendo un paradosso imperdonabile per i veri liberali. Infatti, l’atteggiamento dei partiti sinceramente liberali è sempre stato di censura nei confronti dei regimi dittatoriali e di lotta alle pratiche offensive per la dignità umana. Ad esempio, le mutilazioni genitali femminili. Su questa aberrante pratica i partiti e movimenti liberali, come il Partito Radicale Transnazionale, hanno condotto forti campagne per l’abolizione6. Il paradosso è che se queste pratiche fossero compiute in un gruppo religioso minoritario gli esponenti meno svegli di questi stessi partiti ne difenderebbero la pratica in base al criterio relativista. Non si avvedono, questi paladini della libertà dell’aguzzino, di essere gli utili idioti dei promotori dei culti. Questi ultimi si richiamano ai principi di libertà operanti fuori dai confini del culto per potersi permettere di negarli all’interno del gruppo. Fu uno dei maggiori liberali italiani, Gaetano Salvemini, a notare che Il clericale domanda la libertà per sé in nome del principio liberale, salvo a sopprimerla negli altri, non appena gli sia possibile, in nome del principio clericale.7 Ciò è ancora più evidente sostituendo “clericale” con “guru”. Questa osservazione dimostra la differenza fra un gigante del pensiero e dell’azione liberale e i nanetti che si credono tali. Apologeti differenzialisti Gli apologeti di secondo tipo sono fondamentalmente membri di culti. Hanno dunque motivazioni più solide. La difesa che questi fanno del diritto alla differenza è assolutamente analoga a quella delle culture allogene nel razzismo differenzialista. Questi non ritengono affatto che tutte le idee, fedi e culture si equivalgano, ma propongono un “multiculturalismo” che permetta di salvaguardare le identità di ogni singola “cultura” in quanto questa legge generale comporta la salvaguardia della propria cultura in particolare. Una apertura posticcia, come i ricci sulla testa di Foucault. Nulla a che vedere, quindi, con il pensare liberale. Anche in questo caso, però, in nome del “rispetto” per le tutte le culture – si legga “i ricci di Foucault” – si finisce col dare eguale dignità alle idee democratiche come a quelle che, in nome del fanatismo religioso, negano la democrazia. Questo tipo di logica, quando applicato sul larga scala, comporta una convivenza con gli immigrati incentrata non sull’assimilazione, bensì sulla sopportazione. In tal caso, lo stato democratico rinunzia ad una parte dei propri diritti a favore di gruppi che non credono nella democrazia. Una democrazia coi buchi, come un formaggio svizzero. Lo stesso si verifica quando il multiculturalismo si applica ai culti. Si pretende dalle società liberal-democratiche che si favorisca al loro interno la vita di isole in cui le regole liberal-democratiche vengono sospese. E’ qui che l’ausilio e l’appoggio degli apologeti liberali (“il nemico del mio nemico è mio amico”) diviene importante e viene ricercato. Ciò che è grave è che viene in genere ottenuto. Animali fantastici e dove trovarli Benché possa apparire incredibile ed aberrante un’alleanza fra differenzialismo e liberalismo progressista, le valutazioni di Foucault e de Benoist sui diritti umani stanno a dimostrare che irrompere nelle alcove porta a scoprire strani compagni di letto. E’ una notte in cui tutte le vacche sono nere. Ad aggiungere ulteriori elementi di paradossalità è il fatto che questa inclinazione degli anti-relativisti a ricercare sponde fra i relativisti trova l’Italia quale teatro privilegiato della più bizzarra delle sue manifestazioni. Infatti, la culla del cattolicesimo può inaspettatamente vantare uno sparuto drappello di cattolici fra le fila degli apologeti dei culti. E’ una combriccola piccola ma estremamente rumorosa, come sono i cani di piccola taglia. Difficile per un profano capire come sia possibile che i fedeli di una religione che pone alla sua base dei “principi non negoziabili” e che è “universale” per definizione possa difendere culti palesemente anticristiani e accompagnarsi ai fautori dell’antiuniversalismo. E’ difficile, insomma, associare l’idea di relativismo al cattolicesimo. Eppure, Giovanni Jervis, in un profluvio di aggettivi che intagliano con precisione le caratteristiche del modello di cui parla, scrive: Esiste una sorta di ambiguo relativismo cattolico, buonista, irenico, possibilista, ipertollerante, generico, vago, accettante, benevolente, poco incline ad approfondire, amico dei dialoghi vaghi e talora insulsi e nemico delle discussioni serie, insomma un po’ qualunquista.8 Ecco. L’ecumenismo un po’ stucchevole e alla moda che distingue il cattolico “emancipato” non è un relativismo concreto ed integrale, ma ne ha l’apparenza e ne fa pienamente il gioco. Come giustamente fa notare Jervis, I cattolici più aperti e democratici, proprio con il loro eccesso di possibilismo relativistico, finiscono col rinunciare a esprimere una critica nei confronti dei fanatici e dei dogmatici di tutte le religioni: compresa, si noti bene, la loro9. Benchè, insomma, esista una notevole differenza fra il mellifluo relativismo condizionato del cattolico “democratico” e il relativismo scappato per la tangente di certi sedicenti libertari, questo “pensiero debole” cattolico può divenire facile preda di volontà ben più determinate che ne cavalcano le parole d’ordine. E’ vero, come fa notare Jervis, che “il cattolicesimo liberale finisce per fare il gioco del cattolicesimo intransigente”10, ma è anche vero che fa il gioco delle intransigenze di tutti gli altri culti. Non desta quindi sorpresa che le parole d’ordine dell’ecumenismo conciliare siano spesso utilizzate da esponenti di un cattolicesimo tutt’altro che aperto e progressista secondo la stessa logica che vede i proclami più “liberal” in bocca ai santoni più dittatoriali. Tutti calvi che si pettinano. Si assiste, insomma, ad un coacervo che, come una improbabile chimera, coniuga totalitaristi, liberali e clericali in un’unica schiera. Persone che dovrebbero agire in base alla weberiana etica della responsabilità come i liberali, in combutta con chi quest’etica combatte, come chierici e santoni, fautori dell’ etica del principio (e viceversa…). Roba da mettersi le mani nei capelli. Ad averceli. 1In Ween, F., Come gli stregoni hanno conquistato il mondo, pag. 90, Isbn Edizioni, 2005 (Ed. It.) 2De Benoist, A., Ribelli e Ribellione, Centro Studi Meridie, Testo di una conferenza tenuta a Parigi nel gennaio 2002 http://www.centrostudimeridie.it/documenti/Saggi/ribelli_e_ribellione.htm 3Ferraris, M., Nuovo Realismo, in Rivista di Estetica, 48/2011 https://estetica.revues.org/1538 4Jervis, G., Individualismo e Cooperazione. Psicologia della politica, pag. 138, Bari, Laterza, 2002 5Berti, G., Libertà senza Rivoluzione, pag. 329, Lacaita, Manduria, 2012 6 http://www.radicali.it/20121211/porre-fine-mutilazioni-genitali-femminili/ 7Salvemini, G., da Memorie di un fuoriuscito, a cura di Gaetano Arfè, Feltrinelli, Milano 1960 8Jervis, G., Contro il sentito dire, pag. 265, a cura di M. Marraffa, Bollati Boringhieri, Milano, 2014 9ibidem 10ibidem #sette #relativismo #AlaindeBenoist #GiovanniJervis #MichelFoucault #Scienza #laicità #differenzialismo #culti #liberalismo #NouvelleDroite #LuigiCorvaglia