Il paradosso Massimo

Virtú private e pubblici vizi di un apologeta dei culti di Luigi Corvaglia Un villaggio ha tra i suoi abitanti un solo barbiere, uomo ben sbarbato. Sull’ insegna del suo negozio c’è scritto “il barbiere rade tutti – e unicamente – coloro che non si radono da soli”. La domanda a questo punto è: chi rade il barbiere? Il dilemma nasce dal fatto che l’insieme “uomini che si radono da soli” e quello “uomini che non si radono da soli” sono reciprocamente escludentisi e nessuno dei due riserva un posto per il nostro barbiere. Mi è capitato di ripensare a questa celeberrima antinomia, nota come “il paradosso di Russell”, imbattendomi in alcune manifestazioni del pensiero di Massimo Introvigne, lo studioso dei “nuovi movimenti religiosi”.​ Questi, infatti, si ritrova spesso a manifestarsi come il barbiere impossibile ipotizzato da Russell, solo che invece di non trovare asilo in alcuna classe, pretende di essere contemporaneamente in due classi che si escludono a vicenda. Introvigne è noto al pubblico generalista come un difensore dei “nuovi movimenti religiosi”, la maggior parte dei quali si situa ben distante dai dogmi del cattolicesimo. Ciononostante, ai più sfugge la sua adesione ad una visione alquanto rigida proprio della Chiesa di Roma. Lo studioso riesce, quindi, a presentarsi come “liberale” ed ecumenico, anche se a caratterizzare la versione del cattolicesimo che egli abbraccia è l’ ostilità verso il pluralismo.​ Il sistema che egli adotta per evitare che l’allarme posto a difesa della “legge di non contraddizione” suoni è quello di porre i termini antinomici su due piani differenti. Per fare un esempio, nel corso di un dibattito online, lo studioso si ergeva a difesa delle scuole di sesso tantrico ponendo al sottoscritto la provocatoria domande se si dovesse “impedire a donne adulte consenzienti di fare le esperienze sessuali che preferiscono”. Ovviamente, la risposta era negativa e lo scrivente, con speculare provocatorietà, manifestava compiacimento per la sua posizione che denotava una apertura mentale difficilmente ipotizzabile in chi era stato per trent’anni reggente vicario di “Alleanza Cattolica“. Il suo commento fu che, essendo la morale cattolica diversa da quella induista, un prete farebbe bene a dire ai fedeli di non frequentare scuole tantriche, ma che questi “travalicherebbe la sua funzione se pretendesse che i suoi consigli diventassero legge dello Stato”. Come a dire che la fede è un fatto privato che non deve pretendere di ingerire negli affari pubblici. Ottimo! Esiste forse affermazione che potrebbe soddisfare un laico come il sottoscritto più di questa? No, non esiste. Si può solo sentirsi in sintonia con chi la proferisce. C’è però un “piccolo” problema: qui non abbiamo una società laica che rispetta al proprio interno ogni credo e rito, fosse anche ostile alla stessa laicità. No, qui il nostro uomo è contemporaneamente il laico ed il negatore della laicità, solo su piani sfalsati, il pubblico ed il privato. Egli pretende di tenerli staccati in base ad una lodevole logica “liberale’, che però nega su uno dei due piani. Un cortocircuito risolvibile, temo, solo con una dissociazione psichica. Infatti, anche se qualcuno potrebbe vedere nella posizione antinomica di Introvigne comunque un encomiabile sforzo di equilibrio, è bene tener presente che la logica alla base di Alleanza Cattolica non permette equilibrismi. Si tratta infatti di una volontà di “reductio ad unum”, cioè di restaurazione della società “tradizionale” che non lascia spazi ad altro da sé. Nella Teoria dei Giochi si definisce “gioco a somma zero” quello in cui ciò che un giocatore vince l’altro lo perde, come nel caso delle guerre di conquista di territori. Ora, l’Introvigne privato, il religioso, è un giocatore “a somma zero”, perché l’esistenza di altre “Verita” ruba terreno alla sua, mentre quello pubblico, il laico, è un giocatore “a somma diversa da zero”, perché non sente di perdere nulla dalla coesistenza di altri culti. Il primo è espressione di una parte che vuole farsi tutto e non può permettere ad alcuna altra parte di erodere la propria totalità. Il secondo è quello che erode la totalità del primo. Infatti, benché i due pretendano di giocare con regole diverse, il “gioco” è lo stesso! È quello dell’ecumenismo. I due non possono coesistere. È pur vero che da tempo il nostro ha preso posizioni invise al mondo del tradizionalismo cattolico difendendo il discusso pontificato “progressista” di Bergoglio, ma questo, più che segno di un mutamento di vedute, ci sembra una conferma della medesima indecifrabile ambiguità. La riprova è che quando non si misura con il tema dei culti minoritari, Introvigne dimostra di mantenere con mano ferma la rotta tradizionale. Un buon saggio di quale sia la bussola ancora utilizzata da Introvigne si può trovare nel libro di cui è stato coautore, insieme a Giovanni Serpelloni e Alfredo Mantovano: Libertà dalla droga. Diritto, scienza, sociologia (Sugarco, Milano, 2015). Nel suo capitolo, questi scrive che gli stupefacenti sono il simbolo della «rivoluzione antropologica» del Sessantotto (p. 111). Il riferimento è alla visione di Plinio Corrêa de Oliveira secondo il quale la “scristianizzazione” dell’Europa è l’esito di un processo di progressiva «Rivoluzione», articolato in più fasi, di cui quella del sessantotto è la quarta ed ultima. Questa quarta fase sarebbe stata preceduta dalla rivoluzione comunista, a sua volta preceduta da quella dell’Illuminismo. Il lettore che non avesse dimestichezza col pensiero di de Oliveira, l’uomo al cui magistero contro-rivoluzionario Alleanza Cattolica ha sempre fatto esplicito riferimento, potrebbe rimanere sorpreso nel sapere che la prima rivoluzione anti-cristiana veniva da questi individuata nella Riforma protestante. E’ allora piuttosto singolare l’ipotesi che chi vede perfino l’avvento del protestantesimo come la prima delle “catastrofi” che segnano “l’avanzare di un processo storico in cui l’empietà, l’immoralità e l’anarchia si vanno impadronendo dell’universo” possa presentarsi come ecumenico difensore dei culti minoritari più lontani dal cattolicesimo o che si erga a paladino di quella libertà e quei diritti nati con l’Illuminismo. L’idea che possa coesistere un piano (pubblico) di laicità sovraordinato che includa il piano (privato) che lo nega, pena la dissoluzione di quest’ultimo, è bizzarra quanto ardita. E’ per questo che ci sembra che lo stimato autore sia un personaggio impossibile. Come il barbiere di Russell.

Il paradosso Massimo